Tennis

I piedi divaricati, le ginocchia leggermente flesse, Arthur Ashe lancia la pallina in alto e in avanti. Se la lasciasse scendere troppo, dice, «disegnerebbe una parabola, e ricadrebbe sull’erba a un metro dalla riga di fondo». E’ un lancio che ha provato migliaia di volte, ma questa non è una prova. I piedi si avvicinano, il corpo si tende e si inclina in avanti, molto oltre il punto di equilibrio. Ashe sta per cadere. Combinandosi con la gravità, l’azione muscolare che dalle gambe arriva alle braccia gli consente di portare la racchetta fin sopra la pallina. Ashe è alto poco più di uno e ottanta, pesa settanta chili, ed è destro. Ha una corporatura che con qualche muscolo in meno si potrebbe definire gracile, ma una coordinazione talmente straordinaria che la pallina schizza via dal piatto corde a una velocità spaventosa. Con un passo avanti per non cadere, Ashe segue il colpo a rete.
Dall’altra parte del campo il servizio tocca l’erba, si impenna, e viene intercettato dal rovescio di Clark Graebner. Graebner ha già deciso che tattica adottare. Non forzerà più di tanto. Non cercherà la luna, si farà bastare le stelle. Intende limitarsi a «mandarla di là, e lasciar giocare Arthur. Tanto Arthur si abbassa le percentuali da solo, rischia sempre, spara tutto. Magari tira fuori un colpo pazzesco, poi ne sbaglia uno facile. Quindi l’unico modo per scuotere le sue certezze e tenere la palla in campo, e aspettare che sbagli». Quasi senza piegarsi, Graebner blocca la risposta, cioè mette la racchetta sulla traiettoria del colpo, e subito dopo l’impatto la scosta come se la pallina scottasse.

tennisSemifinale di Forest Hills 1968 fra Arthur Ashe e Clark Graedner. E’ il primo US Open della storia e i due che si affrontano sono entrambi americani. Nell’altra semifinale si affrontano un olandese e un australiano. Sono passati tredici anni dall’ultima vittoria in singolare di un americano e questa partita, è chiaro, designerà un campione da ricordare, una sorta di pioniere per questo sport in America. Ashe e Graedner sono ancora dilettanti e in un tabellone pieno di professionisti nessuno scommetterebbe su di loro. Ora sono qui, uno di fronte all’altro, a un passo dal titolo. Si conoscono bene, hanno la stessa età, fanno parte tutti e due della squadra di Coppa Davis.
Tennis
è uno dei racconti più avvincenti di sempre sul tennis. John McPhee coglie il contrasto delle due personalità in gioco, dei due atteggiamenti, delle due menti. Due esseri umani molto diversi fra loro legati profondamente da un evento sportivo. “Arthur pensa che Graebner, figlio di un dentista, giochi un conciso e rigido tennis repubblicano. Graebner pensa che Ashe, nato a Richmond, giochi un tennis disinvolto, dentro o fuori, liberale, democratico.”
Dirà Arthur Ashe qualche anno dopo aver vinto questi US Open che “il successo è un viaggio non una destinazione”…

John McPhee dal 1965, uno dei fondatori del New Journalism in compagnia di Tom Wolfe e di Hunter Thompson, è tra le firme più prestigiose del New Yorker. E’ nato a Princeton nel New Jersey nel 1931 e ha frequentato l’università nella sua città natale. Ancora oggi vive lì.

John McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi, 2013.

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