Archive for luglio 2013

Cina e altri Orienti

15 luglio 2013

Nudissime le tombe imperiali: muri bianchi, vasi cerimoniali, altari; poi una piattaforma su cui si collocano i cubi di marmo purpureo dell’imperatore Wanli e di due imperatrici; lateralmente ai corridoi di accesso, due passaggi conducono a due sale dove una grande piattaforma pare attendere altre tombe; ma furono trovate deserte, sempre disponibili alla morte. e ancora se ne ignora la ragione.
«E il Palazzo d’Estate? Non ha forse visto quella deliziosa cineseria?». «Oh il lago, i corridoi di legno dipinto, la pagoda a sette tetti, il Palazzo delle Nuvole… quale perfettissima cineseria! Vi ha lavorato perfino un gesuita. Ma, veramente, certe oloturie, pingui e viscide, dalla digestione travagliata e pensosa, hanno oscurato, se non eclissato, l’elegantissima felicità di quel lago insieme cinese e settecentesco. Ancora lo rimpiango. Luogo assurdo e imperiale. Solo l’acqua del lago era vera».
Qual è l’atteggiamento dei cinesi di fronte a queste opere, e davanti ai documenti del loro passato? Ora, l’archeologia gode di singolari fortune, e ha fatto e fa straordinarie scoperte. Non mi sembra vi sia nazionalismo in questa ripresa di studi dell’antico. Il proposito esplicito è quello di ricostruire la storia della società cinese. Comunque, le fortune dell’archeologia singolarmente si contrappongono a quella che pare l’assenza della letteratura classica. Davanti ai gioielli di una civiltà di suprema sapienza, l’ammirazione si mescola alla cautela: questa bellezza è nata dalla sofferenza degli umili; insieme, si avverte un progetto di conquista e di espropriazione del passato; questi capolavori furono sempre e solo i capolavori degli umili, degli ignoti, degli anonimi morti.

cina e altriCina e altri Orienti è una guida di viaggio e un’avventura vorticosa e frenetica verso la perfezione della forma.
Per Giorgio Manganelli ogni viaggio è un simbolo, una sorta di iniziazione. Quando l’aereo scende nel Catai, atterra a Shanghai e tocca il suolo della Cina qualcosa cambia. E’ un cambiamento che ti segue per il resto del viaggio perché si entra in un’aria che ha un ritmo diverso, è più lenta, distaccata, sommessa. “Il confuso ciarpame umano viene riabilitato, a ciascuno di noi viene assegnata una quota d’aria, di spazio, di silenzio.”
A Pechino si è avvolti nella grande vestaglia d’Oriente e ci si sente affascinati, sedotti, rapiti, estasiati. E’ una città di pochi colori, e “se qualcuno ha in mente una città taciturna e spaziosa, amplissima, popolosa e tuttavia quasi dovunque radamente abitata, nella quale le voci umane si perdono, costui certamente immagina Pechino”.
Manganelli coglie, col suo spirito sottile, lo “stile cinese”, va a curiosare tra i barbieri di Taipei, si innamora della Malesia per puro caso e va a trovare un bizzarro libraio di Karachi. Viaggiando spera di ritrovare se stesso… Perché “è da supporre che viaggiare risponda ad un impulso oscuro e magico dell’uomo, qualcosa che egli non sa contrastare.”

Giorgio Manganelli, Cina e altri Orienti, Adelphi, 2013.

Dal ventre della balena

10 luglio 2013

La sua permanenza sulla costa si concluse nella cella di un manicomio improvvisato, dove venne rinchiuso con il puzzo di pesce che da sempre emanava copiosamente dal suo corpo. Il Grande Bianco. San Giuda delle cause perse. L’Orfano del mare. Sembrava abbastanza contento, li dentro, a grattare i muri con un chiodo. Mary Tryphena Devine gli portava pane e capelin essiccati, che lui lasciava a riempirsi di muffa e a coprirsi di mosche per terra.
«Se non vuoi mangiare» gli diceva Mary Tryphena, «abbi almeno la decenza di morire».
Era bambina, la prima volta che lo vide, e da allora era passata una vita. Era la fine di aprile e il ghiaccio sulla baia si era appena sciolto. La maggior parte delle persone che abitavano sulla costa – irlandesi, inglesi della costa occidentale e indigeni di provenienza incerta – era accampata sulla spiaggia grigia in attesa di macellare una balena che era spiaggiata il giorno della festa di San Marco. Era un periodo di carestia: l’oceano non dava frutti, gli orti marcivano sotto la pioggia incessante e ogni inverno rischiava di seppellire tutti. Non erano balenieri e non sapevano come uccidere il leviatano, ma c’era qualcosa in quell’offerta inaspettata che impediva loro di avventarsi sulla balena prima che questa smettesse di respirare, nonostante la fame. Sarebbe stato come dissacrare un dono.

ventre balena2Dal ventre della balena di Michael Crummey è un romanzo pieno di curiosità e meraviglie, ma è anche un magico ritornello di storie e personaggi fantastici ricco di echi biblici e poetici in cui vita e morte sono visceralmente cicli in tondo.
La storia è ambientata in una selvaggia Newfoundland (un luogo troppo provocante, troppo stravagante e singolare per essere vero… un luogo al confine tra quotidiano e soprannaturale) fuori dal tempo dove non c’è mai estate e in cui i personaggi parlano tra loro in un modo straordinariamente bello e ricco.
Un romanzo tentacolare e intimo affollato di personaggi e ricco di molteplici punti di vista. Un romanzo di memorie intenso e lacerante in cui il mito e la realtà si confondono grazie a una prosa impeccabile “a regola d’arte”.

Michael Crummey, Dal ventre della balena, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, collana I narratori delle tavole, Neri Pozza, 2013.

La testimonianza della poesia

4 luglio 2013

E’ un grande onore per me, e un alto privilegio, poter parlare dalla cattedra intitolata a Charles Eliot Norton. Poiché, però è una cattedra di poesia, mi accingo a tenere queste lezioni con una certa apprensione. Sulla poesia nel nostro secolo è stata scritta un’enorme quantità di libri dotti che trovano, almeno nei paesi dell’Occidente, più lettori della poesia stessa. Questo non è un buon segno, ma è spiegabile sia con l’intelligenza dei loro autori sia con lo zelo nell’assimilare le nuove discipline scientifiche, che oggi godono di universale rispetto. Un poeta che volesse competere con tali montagne di erudizione dovrebbe fingere di avere maggiore autocoscienza di quanta gli sia consentita. In realtà sono stato tutta la vita in potere di un daimon e io stesso non so bene come siano nate le poesie che esso mi dettava. E’ questo il motivo per il quale, in tutti gli anni in cui ho insegnato letterature slave a Berkeley, mi sono sempre limitato alla storia della letteratura, cercando di stare alla larga dalla poetica. C’è però qualcosa che mi conforta e che giustifica, credo, la mia presenza qui, a Harvard, per parlare da una cattedra di poesia. Intendo l’angolo d’Europa che mi ha formato e al quale sono rimasto fedele, scrivendo esclusivamente nella lingua della mia infanzia.

milo12Il punto di vista sulla poesia di Czeslaw Milosz è pura vita che si volge e si muove in tutte le direzioni. Va verso l’alto e va verso la luce. Una luce che imbeve e plasma la materia corporea e che vibra attorno a lui.
Milosz era in grado di condensare la tragica esperienza della sua epoca in un punto invisibile, dove nasce la speranza. Era un poeta immerso nei drammi della storia, ma capace di provare ed esprimere grande tenerezza e solenne senso di meraviglia per la quotidianità.
Iosif Brodskij definì Milosz tra i maggiori poeti del Novecento. E la sua influenza fu decisiva: si pensi, per esempio, a Raymond Carver e Wyslawa Szymborska.
Un giorno così felice./ La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino./ I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio./ Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere./ Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare./ Il male accadutomi, l’avevo dimenticato./ Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono./ Nessun dolore nel mio corpo./ Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e le vele.
Dal minimalismo al massimalismo.
Cos’è la poesia che non salva/ I popoli né le persone?/ Una complicità di menzogne ufficiali,/ Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,/ Una lettura per signorinette. /Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,/ Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,/ Questo, e solo questo è salvezza.

Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia, traduzione di Andrea Ceccherelli, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.

Bang Bang sei morta

2 luglio 2013

La mattina Sybil rimaneva a letto a leggere la traduzione inglese dei diari di Kierkegaard, pubblicati da appena un mese ma già accolti in Inghilterra come una rivelazione. Si sentiva come un deserto rimasto inconsapevole della propria aridità fino all’arrivo della pioggia. Quando Donald rincasava nel tardo pomeriggio, aveva sempre meno cose da dirgli.
«C’è stata un’altra sparatoria in fondo alla valle» diceva Donald. «Un tale è tornato a casa all’improvviso e ha trovato la moglie con un altro. Li ha uccisi entrambi».
«In questo posto non si è mai lontani dalla giungla» commentava Sybil.
«Ma cosa stai dicendo? La giungla è a più di mille chilometri da qui».
Quando era partito per la sua prima battuta di caccia grossa, a oltre mille chilometri da lì, in lui non c’era più nessuna traccia di vita mentale, aveva riflettuto Sybil. Il suo cervello era come un pesce fuor d’acqua che avesse cessato di palpitare. Però, pensava anche, un’altra donna non se ne sarebbe mai accorta. Le altre donne non vogliono una mente per marito. Ma io sì, pensava, quindi sono anormale e non avrei dovuto sposarmi. Non sono tipo da matrimonio. Forse è per questo che lui non esplora la mia personalità, non più di quanto legga le riviste. Lo farebbe pensare, e per lui sarebbe doloroso.
Quando morì rimpianse che non fosse vissuto abbastanza da godersi una vita sua, qualunque essa fosse. Lei trovò lavoro in una scuola privata femminile e coltivò qualche amicizia, come diversivo in attesa che la guerra finisse. Gli amici simpatici non devono per forza avere una mente.

muriel2Muriel Spark è famosa per il suo delizioso anticonformismo e per le sue trame disorientanti, ma anche per la straordinaria, pungente ironia. La sua è una scrittura energica, incisiva, efficace, senza compromessi e selvaggiamente divertente.
Una prosa densa e acuta, enigmatica per certi versi e stupefacente per la leggerezza della maniera, con un raffinato gusto per l’allegoria.
In questi tre racconti Muriel Spark ci porta in Africa, dove si era trasferita, appena sposata, nel 1937 (aveva sposato Sidney Oswald Spark ed era andata in Rhodesia, dove nacque il loro l’unico figlio).
La sua Africa è una scialba e apatica colonia inglese di cui rivela, in modalità di commedia, assurdità e malvagità, dominio e sottomissione, rapporti sbilanciati tra le varie persone.
Questi racconti “africani” meritano di essere letti per la loro originalità, il tono sarcastico “da miniatura” e soprattutto per il modo di scrivere sorprendentemente nuovo e fresco della Spark.

Muriel Spark, Bang Bang sei morta, traduzione di Mario Fillioley, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.