Archive for ottobre 2013

Quella solitudine immensa di amarti solo io

31 ottobre 2013

Quella solitudineQuella solitudine immensa di amarti solo io, il nuovo romanzo di Paolo Pizzato, concentra nel titolo felice, cooptato da un verso di Solinas,  il significato di una tensione che avviluppa tutta la vicenda: niente è più furioso e lacerante che ritrovarsi immersi in una normalità assoluta, fino al limite della banalità quotidiana, e contemporaneamente sentirsi interiormente distanti, inadeguati, impauriti persino da ciò che ci dovrebbe soccorrere, sorretti soltanto dalla fiducia in un amore totale per il proprio, la propria partner. “Il ragazzo” (non ha neppure diritto ad un nome proprio, per marcare l’impersonalità di un’esistenza in bilico) ed Emma sono i protagonisti di questa storia attualissima e a suo modo paradigmatica: cosa ci può essere che va storto in una coppia che si ama teneramente, che ha una casa dignitosa, un lavoro dignitoso, eccetera? La nascita di un figlio desiderato può essere causa scatenante di un dissidio interiore? L’intuizione di Pizzato è proprio questa e la risposta imprevedibile è: sì!

Per questa coppia giovane che si ama davvero – come si direbbe – alla follia,  dopo il parto del piccolo Cristiano inizia una tragedia sommessa, in cui l’urlo di paura risulta attutito come dalle pareti imbottite nello studio di uno psichiatra. Il ragazzo, in apparenza simpatico e disinvolto, è atterrito da un senso cosmico di inadeguatezza, dall’incapacità di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi futuro e non tanto o non solo per le insidie malevole che potranno venire, ma per ciò che quotidianamente accade: non si sente neppure pronto e vive con malcelato terrore il nuovo ruolo di  padre. La sua disponibilità e l’affetto nei confronti della sua compagna e del piccolo sono massimi, ma nei momenti che contano Emma avverte l’assenza di un vero uomo che la possa sostenere: al fianco ha appunto un ragazzo che l’adora ricambiato, che fa tutto per bene comprese le piccole incombenze domestiche, ma in cui riconosce una fragilità esasperante. Lui è addirittura sfuggente, vorrebbe riavvolgere il tempo per non affrontare responsabilità troppo pesanti per la sua anima delicatamente patologica.

Stupisce in questa narrazione volutamente rallentata, che a tratti assume la meticolosa descrizione quasi ottocentesca dei particolari, del paesaggio, degli oggetti, dei gesti, l’improvviso irrompere dell’angoscia che è fatta di niente, di fantasmi impalpabili e perciò più spaventosi. Emma risulta un personaggio estremamente credibile e volitivo: lei soffre fisicamente nel suo ruolo caparbio di madre, prima nel dolore del parto, poi nel momento dell’allattamento; anche l’atto sublime e naturale di alimentare il proprio piccolo è reso eroico dalla sofferenza per un seno escoriato che sanguina.

Emma ed il suo ragazzo sarebbero destinati irrimediabilmente a veder franare una relazione così problematica, se non fosse che un amore potentissimo e lirico si pone come anestetico a sanare, almeno provvisoriamente, qualsiasi riconosciuta debolezza reciproca. Questa giovane coppia borghese rappresenta molto bene la liquidità delle relazioni in un mondo iperprotettivo, dove le contraddizioni qui esplodono malgrado la mancanza di problemi materiali (per capirci quelli delle generazioni passate dove si stava concentrati a trovare soluzioni utili a sbarcare il lunario),  e dunque l’irrequietezza e l’inquietudine si scaricano dal subconscio sulla componente psicologica e proprio per questo espone la coppia, come spesso accade di questi tempi, al rischio di altrettanto temibili fallimenti personali.

A volute lente si rivela una competizione difficile: Emma soffre della presenza di una madre invadente, la bonaria inconsistenza di un padre con essa schierato, che la fanno sentire costantemente immatura. Emma cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla affettuosa, ma ingombrante tutela. Invece Il  ragazzo, nella sua estrema solitudine incompresa, evoca il bisogno di una madre, purtroppo morta, forse altrettanto possessiva, ma che lui sente ancora presente come un’ancora spirituale e con cui, nei momenti difficili si relaziona in una sorta di dialogo impossibile.

Questa prova artisticamente riuscita di Pizzato ha il merito notevole di aver rappresentato nella normalità l’imprevedibile irrompere dell’angoscia esistenziale, e proprio nel contesto dove meno te lo aspetteresti: la gioia per una nuova nascita. Con mano leggera ha tratteggiato i personaggi, riuscendo ad evitare che assumessero, nel paradosso continuo del proprio vivere, atteggiamenti caricaturali magari involontari. Usa con capacità una lingua per nulla scarna, ad arricchire di piacevolezza la storia che avvince, senza trucchi e colpi di scena, con rigorosa coerenza e momenti esaltanti dove l’amore è davvero, finalmente, amore allo stato puro.

(Roberto Masiero)

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo-Meligrana, 2013.

Inarrestabile lava

30 ottobre 2013

Il pomeriggio è stato un tempo senza tempo.
E’ scivolato lungo i doveri che una casa richiede.
Il senso di questa giornata si farà viva forse stasera, con la saggezza e la quiete del buio. So già che domanda e risposta verranno da sé, nascendo da luoghi cui non posso accedere, ma che devo soltanto accettare.
Le intuizioni non hanno scorciatole e non usano trucchi. Sono semplici e quando vengono, le si riconosce subito, poiché lasciano una scia di verità autentica.
D’inverno il buio arriva presto, circonda le case, si cala sulle strade come nebbia inconsistente oscurando la prospettiva visiva e calmando la frenesia interiore.
Questa sera non sono uscito, preferendo stare a casa solo, in silenzio; sentivo che sarebbero giunti segnali, da tradurre in azioni, in scelte.

homo sapiens nord estQuindici racconti, due capitoli: storie a nord est, sensi a nord est.
Monologo lirico, a solo per voce, poema filosofico, delirio, visione, sogno allucinato… Lo spettacolo della verbalità umana sfrenata affascina perché forse solo essa può riprodurre con sempre nuova inventiva lo spazio interiore delle nostre menti.
Colpisce il ritmo lacerato e folgorante di questi racconti, che travolgono e mettono a fuoco una realtà che a volte infastidisce, ma che al contempo si mostra affascinante e impetuosa. Il testo di Dorigo non conosce la pausa, la calma e la tregua degli a capo. E’ un’acuminata, inarrestabile e fluente lava che non segue nessun movimento, rettilineo o circolare o a spirale: non prende le mosse da un punto per arrivare a un’altro. E’ il seguito di linee sospese e intermittenti, di repentini cambiamenti di tono. Trascina con sé, in un unico e prezioso impasto, una massa di materiale dissonante e stridente, una serie di frammenti scomposti…

 Cristiano Prakash Dorigo, Homo sapiens nord est, Mare di carta, 2012.

Il patto col serpente

28 ottobre 2013

Un’età si giudica non soltanto da ciò che produce, ma anche, forse anche più, da ciò che valuta, e soprattutto da ciò che rivaluta nel passato. Poiché ci sono geni supremi e anche maestri minori che, grazie al loro vasto appello umano, godono una certa popolarità in ogni tempo: non questi sono gl’indici del gusto, quanto quegli eccentrici le cui quotazioni, per esprimerci in termini di borsa, subiscono oscillazioni violente. Costoro sembrano passare come comete nell’età in cui vissero, con un bagliore che ha del prodigioso, poi scompaiono, pare, dal firmamento; nessuno parla più di essi se non come di fenomeni transitori e assurdi, finché viene l’età che li apprezza e li ama più delle stelle fisse. t stato il caso del poeta secentesco John Donne in Inghilterra, che, celebrato ai tempi suoi come monarca dell’arguzia, citato poi come esempio vitando di stravaganza e ignorato dai più, è stato riscoperto quarant’anni or sono, e indi ha pervaso di sé la poesia inglese moderna fino ad oggi. I casi del marchese di Sade e dell’artista svizzero Johann Heinrich Füssli sono altrettanto istruttivi. Ignorato, veramente, il marchese di Sade non lo è stato mai se non in apparenza, ché ha sempre avuto una circolazione clandestina limitata e inconfessabile, ma a riesumarlo dagl’inferni delle biblioteche e dalle chiaviche della letteratura han pensato i moderni, i surrealisti in specie che l’hanno esaltato come pensatore, filosofo, e perfino (per incredibile che sembri) come stilista. Non dico che il gusto per Sade sia molto diffuso, ché i suoi testi per forza di cose rimarranno sempre piuttosto inaccessibili, ma da quale altra generazione aveva incontrato simili riconoscimenti? Il Füssli non è il Sade, ma da quel che ha di comune e di affine con lui può trarsi la conclusione circa il gusto di coloro che han rivalutato entrambi.

mario praz patto serpenteMario Praz è un prosatore ingegnoso che cerca la bellezza di continuo. Nelle sue pagine si trovano maree di aneddoti, citazioni e personaggi secondari che sembrano vivere solo nella sua stravagante biblioteca-labirinto. Pietro Citati ha scritto che Praz ha la stessa forma mentis di Borges e in effetti, leggendolo, si ha l’impressione di come tutte le finzioni raccontate siano tutte vere e le verità tutte finte…
E’ noto come Praz sia stato un critico letterario alquanto singolare e fuori del comune. Di lui colpisce, nel testo (sbalorditivo ne Il patto col serpente), il complesso intreccio e intarsio di associazioni e analogie, di accostamenti e spunti apparentemente superficiali. E’ straordinario come di un’opera ci riveli i lineamenti più segreti e imprevisti (e, magari, bizzarri).
“Una sola cosa è veramente necessaria”, scriveva. “Bisogna conoscere moltissimi libri. Tutta la letteratura inglese, francese, russa, italiana, spagnola e tedesca, in primo luogo: anche quei minori, senza i quali non si apprezza il profumo di un’ epoca. Ma come si possono ignorare i greci e i latini? Senza Omero e Pindaro, Virgilio e Ovidio, Apuleio e Agostino, non si capisce assolutamente nulla della letteratura occidentale. E la Bibbia? E il Corano e le Mille e una notte e gli storici arabi? E la letteratura persiana, che insegna a ciascuno di noi l’ arte della mistica e quella della metafora? E il Tao, i romanzi taoisti e la Murasaki, che ci apprendono il dono supremo, quello del Vuoto? Una strana amicizia I libri hanno una strana amicizia l’uno per l’ altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’ allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’uno l’ altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano”.

Mario Praz, Il patto col serpente, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.

Nel cuore del romanzo dell’Ottocento

28 ottobre 2013

Mentre percorriamo e ripercorriamo le strade di Delitto e castigo, mentre cerchiamo noi stessi in questa «storia fantastica, cupa, in questo caso dei nostri tempi, nei quali il cuore umano si è intorbidato», ci domandiamo chi sia Raskol’nikov. La nostra prima impressione è chiara. Raskol’nikov è un eroe romantico, un idealista alla Schiller, un angelo pallido: «bello, con stupendi occhi scuri, capelli castani, alto, esile e snello». Come ogni eroe romantico, è solitario, orgoglioso e superbo: pare sempre nascondere qualcosa dentro di sé; e gli altri hanno l’impressione che egli li guardi dall’alto in basso, salito sopra un piedistallo fantastico. Una cupa e tetra atmosfera luciferina avvolge la sua figura. Mentre noi tutti ci lasciamo sedurre dalle occasioni della vita, c’è in lui una purezza intangibile, un fondo adamantino e inflessibile, fiero e disperato, che nessuna lusinga riesce a corrompere. La vita non gli basta: l’esistenza sola è troppo poca cosa per lui: aveva sempre voluto di più; era stato «mille volte pronto a dare la sua esistenza per un’idea, per una speranza, perfino per un sogno».

male assolutoRabbia, impetuosità, tormenti, segreti, rimorsi… Il Male costituisce l’antitesi di tutto ciò che viene accettato convenzionalmente come Bene. La letteratura autentica mette sempre in discussione le norme delle convenzioni e i princìpi della prudenza e forse, come scriveva Georges Bataille, avvicinarsi al Male e mettere il discussione il Bene è  innanzitutto condizione di libertà. L’infrazione spaventa, ma allo stesso tempo attrae, come se l’esuberanza comportasse una sorta disprezzo per la morte, che è imprescindibile non appena la regola viene spezzata… La letteratura studia il male da vicino e proprio per questo sa anche essere più severa della legge… Forse solo aprendosi al Male e contestando il Bene l’uomo può davvero considerarsi libero?
Pietro Citati rilegge a suo modo i grandi romanzi dell’Ottocento per cogliere il confine tra il bene e il male e il travaglio del suo superamento. Per scandagliare delle zona d’ombra che ci restituiscono l’affresco di un’intera epoca.

Pietro Citati, Il Male Assoluto. Nel cuore del romanzo dell’Ottocento, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

La collina delle farfalle

23 ottobre 2013

Uscì dal bosco e si ritrovò sul fianco della collina dove la vista si apriva di colpo, ma c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di strano. A parte il fatto che gli alberi sopra di lei erano disseminati di quel grumi marroni, l’intera valle aveva un aspetto irreale, come in un film di fantascienza. Da lì, si vedeva bene il versante opposto della montagna e la foresta che lo ammantava era interamente ricoperta da quelle cose irsute. Gli abeti che si scorgevano fra la bruma avevano i rami curvi, tanto ne erano carichi. L’aspetto squamoso e screziato dei tronchi e delle fronde saltava all’occhio, come se fossero imbrattati di cornflakes. Aveva due bambini piccoli, lei, ed era abituata a vedere le cose imbrattate di cornflakes. Quasi tutta la foresta, dalla valle al crinale, appariva sbiadita, il beige pallido delle foglie morte. Ma erano abeti, avrebbero dovuto essere scuri e comunque non si trattava del fogliame: quella roba si muoveva, le fronde brulicavano… D’istinto, fece un passo indietro, sebbene gli alberi fossero lontani da lei, al di là del canalone. Infilò la mano nella borsa in cerca di una sigaretta, ma poi si bloccò.

la collina delle farfalleUno dei doni di questo romanzo è lo splendore della sua prosa. Si sente che Barbara Kingsolver ha piacere di scrivere, di trasmettere con la massima precisione l’esatta sfumatura e intensità del suo pensiero, di creare immagini che lasciano dentro qualcosa di forte facendoci entrare in empatia con la vita reale.
La collina delle farfalle è un romanzo raffinato e complesso sugli effetti del riscaldamento globale, su come i cambiamenti nell’ambiente possono portare a cambiamenti significativi nella vita delle persone… Un libro che fa capire in modo intelligente cosa di questi tempi vale la pena tenere e cosa dovrebbe essere gettato…

Barbara Kingsolver, La collina delle farfalle, traduzione di Massimo Ortelio, I Narratori delle Tavole, Neri Pozza, 2013.

La mappa dei ricordi perduti

23 ottobre 2013

In fondo all’appartamento, una serie di imposte si apriva su un balcone affacciato sui tetti incurvati di Shanghai. Al di là dei bassi edifici, allo sbocco di una strada tortuosa, il fiume Huangpu sciabordava contro le banchine. Una greve umidità vellutata premeva sullo scuro nastro d’acqua, e quella tensione incessante provocava una debole brezza, il cui soffio mandava a salire nell’aria densa della notte effluvi di gelsomino e di liquami, di carbone e alghe decomposte.
All’interno, nel piccolo salotto, si affollava una decina di giornalisti e rivoluzionari accalorati. insieme al consueto assortimento di eccentrici che si riunivano alle feste di Shanghai nel 1925: una cantante lirica persiana, una baronessa russa sfuggita alla rivoluzione bolscevica e un contrabbandiere d’armi di nazionalità incerta. C’era un prete con gli occhi accesi dalla cocaina ordinata sul menu del servizio in camera all’Astor House, e Irene Blum riconobbe il fascista italiano che la sera prima aveva visto pavoneggiarsi al Del Monte con una tigre imbrigliata da un guinzaglio di cuoio. Ai residenti di Shanghai non occorreva mai nessuna scusa per ritrovarsi, ma in quell’occasione avevano un pretesto: il ritorno di Roger e Simone Merlin dalla Francia, dove la coppia si era recata per raccogliere fondi destinati al Partito comunista cinese.

La mappa dei ricordi perdutiRaramente si trova un libro che unisce dell’avventura intrisa di azione a prosa di ottima fattura. Il romanzo di Kim Fay (il suo è un esordio davvero brillante) riesce a mettere assieme la bellezza e la complessità di una Marguerite Duras (vedi L’amante) con l’inquietudine andrenalinica di un Indiana Jones e il tempio maledetto.
Il risultato è mozzafiato. Una sorprendente caccia al tesoro ricca fino all’orlo di mistero e suspense, ma soprattutto un viaggio introspettivo alla scoperta della Cina e dell’Indocina (nel periodo di transizione, a metà degli anni ’20, dal colonialismo agli inizi del comunismo) e uno straordinario cammino nei recessi più oscuri della mente e del cuore umano.

Kim Fay, La mappa dei ricordi perduti, traduzione di Federica Oddera,  I narratori delle tavole, Neri Pozza, 2013.

Un’unica grande ossessione: la letteratura

13 ottobre 2013

MATEO AGUIRRE BENGOECHEA
Buenos Aires, 1880 – Comodoro Rivadavia, 1940

Proprietario di un’enorme estancia nella provincia del Chubut, che amministrò personalmente e alla quale pochi amici ebbero accesso, la sua vita fu un enigma oscillante tra il bucolico-contemplativo e la personificazione del titano. Collezionista di pistole e di coltelli, amava la pittura fiorentina e detestava, invece, quella veneziana; fu un eccellente conoscitore della letteratura in lingua inglese, ma la sua biblioteca, nonostante i regolari ordinativi a diversi librai di Buenos Aires e d’Europa, non superò mai i mille volumi; coltivò il celibato, la passione per Wagner, per alcuni poeti francesi (Corbière, Catulle Mendès, Laforgue, Banville) e per alcuni filosofi tedeschi (Fichte, August Wilhelm Schlegel, Friedrich Schlegel, Schelling, Schleiermacher); nella stanza dove scriveva e sbrigava l’amministrazione delle sue terre abbondavano le mappe e gli arnesi agricoli; su muri e scaffali coesistevano armoniosamente i dizionari e i manuali pratici insieme alle fotografie sbiadite dei primi Aguirre e a quelle lucenti dei capi di bestiame premiati alle fiere.
Scrisse quattro romanzi felici e distanziati nel tempo (La tempesta e i giovani, 19 11; Il fiume del diavolo, 1918; Ana e i guerrieri, 1928, e L’anima della cascata, 1936) e una breve raccolta di versi nei quali si rammarica di essere nato troppo presto e in un paese troppo giovane.
La sua corrispondenza è molteplice e precisa; suoi corrispondenti, letterati americani ed europei delle più varie tendenze che lesse con attenzione e ai quali non giunse mai a dare del tu.
Odiò Alfonso Reyes con un accanimento degno di miglior causa.
Poco prima di morire, in una lettera inviata a un amico di Buenos Aires, auspica un periodo fulgido per l’umanità, il trionfale ingresso in una nuova età dell’oro, e si domanda se gli argentini sapranno essere all’altezza delle circostanze.

lett nazista bolano adelphiLa letteratura nazista in America si presenta come un dizionario biografico che raccoglie trenta brevi racconti di poeti, scrittori e redattori (tutti inventati) che sposano idee politiche fasciste o di estrema destra.
Diversi fra loro mantengono un atteggiamento estremista e violento nei confronti del mondo, ma, in fondo, la maggior parte sono semplicemente dei sentimentali illusi o dei letterati frustrati. Provengono da tutti i paesi latino-americani, ma almeno una mezza dozzina sono cittadini degli Stati Uniti, tra cui il predicatore fanatico Rory Lungo, il poeta e il giocatore di football Jim O’Bannon, lo scrittore di fantascienza JMS Hill e il fondatore della Fratellanza Ariana, Thomas R. Murchison, alias il texano.
Sono tutti più o meno legati, in modi diversi, fra loro. Ci sono mondani, avventurieri, psicopatici, delinquenti, tanti sognatori. Tutti uniti da un’unica grande ossessione: la letteratura.
Ciò che colpisce di questi ritratti non è tanto la loro plausibilità (in un certo modo esile e intermittente), ma la loro abbondanza e la notevole varietà.
Bolaño, con La letteratura nazista in America, testimonia la potenza pura della letteratura e prova a giocare un gioco complicato bilanciando in modo accurato derisione e umorismo nero. Solo di tanto in tanto ricorda gli orrori del Reich di Hitler e della Spagna di Franco o le atrocità perpetrate dai generalissimos.
Vero punto satirico di Bolaño sembra essere quello di mettere in evidenza come tutti questi immaginari fanatici, con le loro meschine rivalità e i loro movimenti ridicoli, non sono poi tanto diversi dai veri scrittori e dagli editori della scena letteraria contemporanea. In fondo vogliono quello che ogni artista vuole: che l’integrità estetica sia riconosciuta e soprattutto premiata.

Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America, traduzione di Maria Nicola, Fabula, Adelphi, 2013.