Quella solitudine immensa di amarti solo io

Quella solitudineQuella solitudine immensa di amarti solo io, il nuovo romanzo di Paolo Pizzato, concentra nel titolo felice, cooptato da un verso di Solinas,  il significato di una tensione che avviluppa tutta la vicenda: niente è più furioso e lacerante che ritrovarsi immersi in una normalità assoluta, fino al limite della banalità quotidiana, e contemporaneamente sentirsi interiormente distanti, inadeguati, impauriti persino da ciò che ci dovrebbe soccorrere, sorretti soltanto dalla fiducia in un amore totale per il proprio, la propria partner. “Il ragazzo” (non ha neppure diritto ad un nome proprio, per marcare l’impersonalità di un’esistenza in bilico) ed Emma sono i protagonisti di questa storia attualissima e a suo modo paradigmatica: cosa ci può essere che va storto in una coppia che si ama teneramente, che ha una casa dignitosa, un lavoro dignitoso, eccetera? La nascita di un figlio desiderato può essere causa scatenante di un dissidio interiore? L’intuizione di Pizzato è proprio questa e la risposta imprevedibile è: sì!

Per questa coppia giovane che si ama davvero – come si direbbe – alla follia,  dopo il parto del piccolo Cristiano inizia una tragedia sommessa, in cui l’urlo di paura risulta attutito come dalle pareti imbottite nello studio di uno psichiatra. Il ragazzo, in apparenza simpatico e disinvolto, è atterrito da un senso cosmico di inadeguatezza, dall’incapacità di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi futuro e non tanto o non solo per le insidie malevole che potranno venire, ma per ciò che quotidianamente accade: non si sente neppure pronto e vive con malcelato terrore il nuovo ruolo di  padre. La sua disponibilità e l’affetto nei confronti della sua compagna e del piccolo sono massimi, ma nei momenti che contano Emma avverte l’assenza di un vero uomo che la possa sostenere: al fianco ha appunto un ragazzo che l’adora ricambiato, che fa tutto per bene comprese le piccole incombenze domestiche, ma in cui riconosce una fragilità esasperante. Lui è addirittura sfuggente, vorrebbe riavvolgere il tempo per non affrontare responsabilità troppo pesanti per la sua anima delicatamente patologica.

Stupisce in questa narrazione volutamente rallentata, che a tratti assume la meticolosa descrizione quasi ottocentesca dei particolari, del paesaggio, degli oggetti, dei gesti, l’improvviso irrompere dell’angoscia che è fatta di niente, di fantasmi impalpabili e perciò più spaventosi. Emma risulta un personaggio estremamente credibile e volitivo: lei soffre fisicamente nel suo ruolo caparbio di madre, prima nel dolore del parto, poi nel momento dell’allattamento; anche l’atto sublime e naturale di alimentare il proprio piccolo è reso eroico dalla sofferenza per un seno escoriato che sanguina.

Emma ed il suo ragazzo sarebbero destinati irrimediabilmente a veder franare una relazione così problematica, se non fosse che un amore potentissimo e lirico si pone come anestetico a sanare, almeno provvisoriamente, qualsiasi riconosciuta debolezza reciproca. Questa giovane coppia borghese rappresenta molto bene la liquidità delle relazioni in un mondo iperprotettivo, dove le contraddizioni qui esplodono malgrado la mancanza di problemi materiali (per capirci quelli delle generazioni passate dove si stava concentrati a trovare soluzioni utili a sbarcare il lunario),  e dunque l’irrequietezza e l’inquietudine si scaricano dal subconscio sulla componente psicologica e proprio per questo espone la coppia, come spesso accade di questi tempi, al rischio di altrettanto temibili fallimenti personali.

A volute lente si rivela una competizione difficile: Emma soffre della presenza di una madre invadente, la bonaria inconsistenza di un padre con essa schierato, che la fanno sentire costantemente immatura. Emma cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla affettuosa, ma ingombrante tutela. Invece Il  ragazzo, nella sua estrema solitudine incompresa, evoca il bisogno di una madre, purtroppo morta, forse altrettanto possessiva, ma che lui sente ancora presente come un’ancora spirituale e con cui, nei momenti difficili si relaziona in una sorta di dialogo impossibile.

Questa prova artisticamente riuscita di Pizzato ha il merito notevole di aver rappresentato nella normalità l’imprevedibile irrompere dell’angoscia esistenziale, e proprio nel contesto dove meno te lo aspetteresti: la gioia per una nuova nascita. Con mano leggera ha tratteggiato i personaggi, riuscendo ad evitare che assumessero, nel paradosso continuo del proprio vivere, atteggiamenti caricaturali magari involontari. Usa con capacità una lingua per nulla scarna, ad arricchire di piacevolezza la storia che avvince, senza trucchi e colpi di scena, con rigorosa coerenza e momenti esaltanti dove l’amore è davvero, finalmente, amore allo stato puro.

(Roberto Masiero)

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo-Meligrana, 2013.

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