Archive for dicembre 2013

La vita in città

13 dicembre 2013

Herko Mueller passeggia fra foglie d’oro e d’argento, che nei mesi estivi vengono assegnate a chi ha prodotto la satira migliore delle proprie emozioni. Sorride perché non ha vinto nessuno di quel premi, che gli abitanti del Paraguay si sforzano di evitare. E’ alto, moro, ha una strana barbetta e ama le tute a cerniera lampo di colori sgargianti: giallo, verde, viola. Di mestiere fa l’arbitro della commedia. «Una specie di critico teatrale?» «Voi lo chiamereste piuttosto un guardalinee. Ai membri del pubblico viene dato un insieme di regole e le regole costituiscono la commedia. Le nostre commedie mirano a raggiungere l’immaginazione. Quando guardi una cosa, non la puoi immaginare». Di sera ho a mia disposizione della sabbia umida su cui camminare – lunghi tratti di spiaggia assaggiati, sul bordo, dal mare. Rivestendomi dopo una nuotata scopro qualcosa di strano: una specie di cetriolo di mare piatto sotto la camicia. E strano perché la sabbia viene setacciata due volte al giorno per eliminarne le impurità e preservarne la bianchezza. E il mare, il Nuovo Mare, non è programmato per gli echinodermi.

barthelme LVICLe storie concettuali di Barthelme sono lineari, pulite, rigorose, sobrie e nascondono un’analisi spietata e implacabile di una società non molto diversa da quella attuale.
Forse solo pochi scrittori innovativi sono leggibili e realizzano qualcosa che vale la pena leggere e Donald Barthelme è tra quelli (oltre ad essere di categoria “super”).
Le innovazioni formali ne La vita in città sono sorprendenti e riescono a trasmettere emozioni spiegando in un modo impensato e stravagante la funzione dell’arte o il ruolo dell’artista nella società, le complicazioni della sessualità, la fragilità e la caducità nei rapporti umani e la natura frammentaria della realtà.
La scrittura di Barthelme è caratterizzata dall’assenza di trama e dallo sviluppo ossessivo del personaggio, da sintassi disarticolate e dialoghi, da parodie fuori del comune di mass media, gerghi intellettuali e luoghi comuni.
Insomma, da leggere per scoprire mondi nuovi e farsi sorprendere.

Donald Barthelme, La vita in città, traduzione di Vincenzo Latronico, Minimum Fax, 2013.

Gli sdraiati

12 dicembre 2013

Oggi ti sei svegliato nello stesso momento in cui si sveglia tutta la città. Quando il concerto umano (il rombo del traffico, il clangore delle serrande, il battere dei passi) sale sempre più forte. Quando la gente va a lavorare, i bambini a scuola, tutto sembra fresco e nuovo, e tutti sembrano partecipi dello stesso ritmo, membri della stessa comunità.
Peccato che la città sia Anchorage.

Adesso sono le sette di sera. Rabbuia. Per il resto del mondo si avvicina l’ora di cena. Non per te e la tua tribù. Per voi, nessuna ora si avvicina o si allontana. Né l’ora sociale – quella degli orologi, quella del consesso umano -, né l’ora naturale – l’alternarsi di luce e buio, quella che batte il ritmo del mondo e regola la vita delle bestie e delle piante, quella che fa riverberare il moto dell’universo fino nei minuti meandri che ci ospitano – sembrano poter influire sull’andamento delle vostre vite.

Gli sdraiatiGli sdraiati sono gli adolescenti di questi nostri giorni che non rispondono mai al cellulare e ti fanno provare un’ansia che è dura da sopportare. Sono i figli amorfi e grigi sempre sul divano, in mutande davanti alla tivù accesa. Figli che ti fanno capire come è facile amarli da piccoli e quanto è difficile continuare a farlo ora che gli ingombri dei corpi sono più o meno i tuoi…
Amare un figlio “grande” richiede virtù che contano come la pazienza, la sopportazione, l’attenzione, la tolleranza, l’autorevolezza, la severità, la generosità. “Con il forte sospetto – quasi una certezza – che le generazioni precedenti, quanto all’arte di non farsi sopraffare dai figli, fossero molto più attrezzate della nostra.”

Michele Serra scrive del mondo misterioso e spesso recondito dei figli adolescenti. Lo fa in modo comico, incantato, emozionante, malinconico… Narrando ed evocando parole preziose e indispensabili… Facendo “vedere”, forse, cosa davvero si vede da sdraiati e non da “eretti”.

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Collana I narratori, Novembre 2013.

Fra i boschi e l’acqua

10 dicembre 2013

Forse avevo sostato sul ponte troppo a lungo. Sulle rive slovacca e ungherese si addensavano le ombre e il Danubio, pallido e veloce, lambiva le banchine dell’antica città di Esztergom, dove una ripida collina sollevava la Basilica dentro il crepuscolo. Poggiata sul suo anello di colonne, la grande cupola e i due campanili palladian, da cui partiva ora un rintocco più breve, sorvegliavano per molte leghe lo scenario che andava imbrunendo. D’improvviso, la banchina e l’erta che saliva oltre l’Arcivescovado erano deserte. Il posto di frontiera si trovava all’estremità del ponte, perciò mi affrettai a entrare in Ungheria: la gente che il Sabato Santo aveva radunato sulla riva del fiume era salita alla piazza della cattedrale, dove la trovai a passeggio sotto gli alberi, a conversare in piccoli gruppi nell’attesa. Sotto di noi digradavano i tetti, e poi foresta e fiume e palude correvano grigi incontro alle ultime tracce del tramonto.

fermor adelphiPatrick Leigh Fermor racconta la bellezza e l’emozione del viaggiare scrivendo di un periodo di cinque mesi nel 1934, di quando, diciannovenne, intraprende un viaggio (a piedi, a cavallo e in chiatta) fino a Istanbul attraverso l’Ungheria e la Transilvania.
Dorme a volte nei boschi e spesso in case signorili grazie a lettere di presentazione, incontra e osserva luoghi incontaminati in cui il ritmo della vita è cadenzato, armonioso, autentico. Vede cicogne ritte su una zampa tra i ramoscelli di vecchi nidi sui tetti di paglia e sui comignoli, antichi passatoi di pietre, pecore immerse fino al ventre in un mare di margherite, cupole sormontate da cuspidi gotiche, fitti boschi scoscesi, prati ondulati e biblioteche con migliaia di volumi e tutto l’armamentario del collezionista di insetti. I suoi soggiorni “beati e felici” in queste terre tranquille sono piacevoli da leggere come romanzi inglesi o russi del diciannovesimo secolo.

Fermor è uno straordinario compagno di viaggio. Non è legato a calendari o convenzioni e nella sua curiosità è implacabile. Fra i boschi e l’acqua è un piccolo grande classico della letteratura di viaggio.

Patrick Leigh Fermor, Fra i boschi e l’acqua. A piedi fino a Costantinopoli: dal Medio Danubio alle Porte di Ferro, traduzione di Adriana Bottini, Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2013.

Atlantico

9 dicembre 2013

Un grande oceano – e l’Atlantico è un oceano davvero molto grande – dà un’impressione di salda permanenza. In qualunque punto ci si fermi per guardare il lontano orizzonte sopra i suoi flutti, subito si è cullati dal pensiero che esso è lì da sempre. Chiunque ami il mare – e di sicuro ci sarà una piccolissima minoranza che non lo ama – ha un luogo preferito in cui fermarsi e guardare: nel mio caso sono le Isole Fær Øer, nell’estremo Nord dell’Atlantico, dove tutto è freddo, piovoso e battuto dai venti. A modo loro, sono di una bellezza assoluta.
Diciotto isole, diciotto schegge di basalto nero con la superficie ghiacciata ricoperta di erba salata sferzata dai venti pericolosamente inclinate verso ovest, che costituiscono questo avamposto atlantico del Regno di Danimarca. Quarantamila pescatori e allevatori di pecore vi restano abbarbicati in un isolamento antico e ostinato, come i Vichinghi da cui discendono e del cui linguaggio ricalcano ancora le vestigia. La pioggia, il vento e la nebbia segnano le giornate di questi isolani – anche se di quando in quando, e praticamente tutti i pomeriggi di piena estate, le brume svaniscono, rimpiazzate da un cielo così terso e di un blu così limpido come solo alle latitudini più alte si può sperimentare.

Atlantico WinchesterL’Oceano Atlantico è curiosamente simile a una grande S e deriva il suo nome da Atlantis, nome di un grandissimo oceano che si credeva circondasse interamente un’unica terra emersa. Il suo colore dominante è il grigio e non assomiglia per nulla al Pacifico o all’Indiano. E’ tardo nei movimenti, pesante nella regolarità dl suo respiro e dà un’impressione di salda permanenza, forse perché “in qualsiasi punto ci si fermi a guardare il lontano orizzonte sopra i suoi flutti, subito si è cullati dal pensiero che esso è lì da sempre”.
Atlantico di Simon Winchester vuole essere, in un certo modo, la biografia di questo spazio immenso, di un mare che ha determinato nel bene o nel male la vita di milioni di persone. L’Atlantico è stato fondamentale per le ambizioni di esploratori, scienziati, guerrieri e continua ancora ad a influenzarne atteggiamenti e sogni.
Poeti, veggenti, marinai o pescatori hanno un rapporto speciale con questo grande corpo di mare azzurro-verde e lo considerano amico o nemico, avversario o alleato, a seconda delle circostanze o della fortuna. Simon Winchester racconta questo straordinario rapporto partendo dalle origini del pianeta fino (370.000 mila anni fa) all’età delle esplorazioni e dalla seconda guerra mondiale fino all’inquinamento moderno.
Scrivere su un soggetto così grande e impegnativo come l’Oceano Atlantico richiede notevole potere descrittivo e Simon Winchester è decisamente all’altezza del compito. La sua “saga” è una lettura necessaria per capire quanto l’ambiente oceanico sia indispensabile per l’equilibrio ecologico del pianeta e per la vita dell’uomo.

Simon Winchester, Atlantico, traduzione di Jacopo M. Colucci, Adelphi edizioni 2013.

Vita e morte della montagna

2 dicembre 2013

Giacomo a scuola aveva tanti compagni e anche femmine. Aveva imparato che tutti hanno il migliore amico e Giacomo aveva deciso che il suo poteva essere Fabio. Suo padre era il nuovo segretario comunale e veniva da Belluno. Era una persona importante, e si capiva subito, perché aveva la camicia e la cravatta anche se non c’era da andare a un matrimonio. Fabio abitava vicino a Giacomo, proprio a filo muretto, faceva la sua stessa classe e poi aveva la televisione Mivar. Prima di accenderla era un vetro scuro, poi veniva la luce, dal centro verso i lati, ed era come guardare da una finestra, anche meglio di una finestra, e si udiva la voce, la musica, gli spari e le sciabolate come fossero vicino alle orecchie. La televisione di Fabio faceva dimenticare tutto, anche Curva Casàl. E perfino nonno Iaco che stava lassù da solo e quando Giacomo spuntava dal camminamento si toglieva la sigaretta dall’angolo della bocca e faceva un sorriso bello, quasi senza denti. Nella televisione di Fabio, alle cinque del pomeriggio, c’era Zorro. Zorro era meglio di mamma, papà, nonno, meglio dello zucchero filato, meglio di tutto. Prima di andare a guardare la Tivù dei ragazzi Giacomo doveva aver fatto i compiti, messo in ordine la camera, giocato con Margherita. A giorni alterni doveva andare a piedi fino a Curva Casàl perché il nonno stava lassù tutta l’estate con le vacche e Giacomo andava a portargli il pane, la biancheria, le sigarette. Alle volte doveva aiutarlo a portare fuori il letame dalla stalla con la carriola, a falciare l’erba per le bestie, a rastrellare le foglie degli alberi. E perdeva un sacco di tempo. Allora correva giù in paese, passando davanti all’osteria, al panificio, alla scuola elementare, via di traverso i muretti delle recinzioni e finalmente da Fabio, davanti alla televisione. La sigla era già un film. C’era il temporale e Zorro arrivava sulla collina con il cavallo. Una saetta scriveva il suo nome e poi era tutta una cavalcata nella notte buia, poi un duello, un pugnale piantato sulla porta, la zeta sulle braghe del sergente. Zorro era uno che aveva la doppia vita. Di giorno era normale e di notte si vendicava.

BortoluzziNel piccolo mondo di Curva Casàl raccontato da Antonio G. Bortoluzzi in Vita e morte della montagna c’è (e si sente) il movimento del tempo e la bellezza di ogni vita, ma ci sono anche tante mani gelate – magari avvolte da un forte odore di gasolio – e grandi carichi di letame da trasportare sul carro della motofalciatrice. C’è la tragedia dell’alluvione e ci sono ginocchia sbucciate, per via dei giochi di piazza. C’è la ricca Cortina coi villeggianti che non vogliono saperne di rumore e polvere durante le loro vacanze e c’è il nonno Iaco che fuma le Nazionali e dice che se una disgrazia te la manda il Signore è brutta, ma quando viene da sola è peggio. C’è la neve che in una sola notte cala dalle montagne imbiancando tutto e ci sono fucili ad aria compressa, orsi di pezza, giostre a catene, zucchero filato e Zorro…
Antonio G. Bortoluzzi contempla in primo luogo gli eventi minimi e – si capisce – nutre un’illimitata passione per il narrare. Guarda l’intrico delle cose, sa che ogni evento è fasciato indelebilmente da quello che gli accade intorno. Perché l’anima e il pathos sono nascosti in tutti gli oggetti della memoria. Una memoria che ha il senso della continuità e quello della lacerazione, due aspetti importanti che formano il tessuto divergente e instabile della nostra vita.

Antonio G. Bortoluzzi, Vita e morte della montagna, Biblioteca dell’Immagine, 2013.