Vita e morte della montagna

Giacomo a scuola aveva tanti compagni e anche femmine. Aveva imparato che tutti hanno il migliore amico e Giacomo aveva deciso che il suo poteva essere Fabio. Suo padre era il nuovo segretario comunale e veniva da Belluno. Era una persona importante, e si capiva subito, perché aveva la camicia e la cravatta anche se non c’era da andare a un matrimonio. Fabio abitava vicino a Giacomo, proprio a filo muretto, faceva la sua stessa classe e poi aveva la televisione Mivar. Prima di accenderla era un vetro scuro, poi veniva la luce, dal centro verso i lati, ed era come guardare da una finestra, anche meglio di una finestra, e si udiva la voce, la musica, gli spari e le sciabolate come fossero vicino alle orecchie. La televisione di Fabio faceva dimenticare tutto, anche Curva Casàl. E perfino nonno Iaco che stava lassù da solo e quando Giacomo spuntava dal camminamento si toglieva la sigaretta dall’angolo della bocca e faceva un sorriso bello, quasi senza denti. Nella televisione di Fabio, alle cinque del pomeriggio, c’era Zorro. Zorro era meglio di mamma, papà, nonno, meglio dello zucchero filato, meglio di tutto. Prima di andare a guardare la Tivù dei ragazzi Giacomo doveva aver fatto i compiti, messo in ordine la camera, giocato con Margherita. A giorni alterni doveva andare a piedi fino a Curva Casàl perché il nonno stava lassù tutta l’estate con le vacche e Giacomo andava a portargli il pane, la biancheria, le sigarette. Alle volte doveva aiutarlo a portare fuori il letame dalla stalla con la carriola, a falciare l’erba per le bestie, a rastrellare le foglie degli alberi. E perdeva un sacco di tempo. Allora correva giù in paese, passando davanti all’osteria, al panificio, alla scuola elementare, via di traverso i muretti delle recinzioni e finalmente da Fabio, davanti alla televisione. La sigla era già un film. C’era il temporale e Zorro arrivava sulla collina con il cavallo. Una saetta scriveva il suo nome e poi era tutta una cavalcata nella notte buia, poi un duello, un pugnale piantato sulla porta, la zeta sulle braghe del sergente. Zorro era uno che aveva la doppia vita. Di giorno era normale e di notte si vendicava.

BortoluzziNel piccolo mondo di Curva Casàl raccontato da Antonio G. Bortoluzzi in Vita e morte della montagna c’è (e si sente) il movimento del tempo e la bellezza di ogni vita, ma ci sono anche tante mani gelate – magari avvolte da un forte odore di gasolio – e grandi carichi di letame da trasportare sul carro della motofalciatrice. C’è la tragedia dell’alluvione e ci sono ginocchia sbucciate, per via dei giochi di piazza. C’è la ricca Cortina coi villeggianti che non vogliono saperne di rumore e polvere durante le loro vacanze e c’è il nonno Iaco che fuma le Nazionali e dice che se una disgrazia te la manda il Signore è brutta, ma quando viene da sola è peggio. C’è la neve che in una sola notte cala dalle montagne imbiancando tutto e ci sono fucili ad aria compressa, orsi di pezza, giostre a catene, zucchero filato e Zorro…
Antonio G. Bortoluzzi contempla in primo luogo gli eventi minimi e – si capisce – nutre un’illimitata passione per il narrare. Guarda l’intrico delle cose, sa che ogni evento è fasciato indelebilmente da quello che gli accade intorno. Perché l’anima e il pathos sono nascosti in tutti gli oggetti della memoria. Una memoria che ha il senso della continuità e quello della lacerazione, due aspetti importanti che formano il tessuto divergente e instabile della nostra vita.

Antonio G. Bortoluzzi, Vita e morte della montagna, Biblioteca dell’Immagine, 2013.

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