Archive for novembre 2014

Una donna indipendente

27 novembre 2014

Jena, 6 novembre

Caro Roger,
ti scrivo soltanto per dirti che ti amo, nel caso te ne fossi già dimenticato al momento del tuo arrivo a Londra. Questa lettera, che ti seguirà col treno successivo a quello con cui sei partito, ti sarà recapitata dopodomani, all’ora della colazione. E assaporando la marmellata d’arance che Jena non riesce a produrre, dirai «Una donna quanto mai sconsiderata a scrivere per prima». Ma se valuti il «Caro Roger» vedrai che non lo sono così tanto, dopotutto. Immagini parole più sobrie? Non hai idea delle cose che avrei potuto scrivere al loro posto, se solo avessi voluto. È incredibile pensare che appena ieri a quest’ora conversavamo ancora in termini formali: tu, nel tuo bel tedesco appena appreso, rivolgendoti a me con l’appellativo gnädiges Fräulein a ogni piè sospinto, e io offrendo risposte di pari tono a quel Mr Anstruther che, nel giro di un’unica, stupefacente ora, è diventato per me il caro Roger. Ma ti sono piaciuta, voglio dire, mi hai amato così fin da subito? La mia anima è ancora refrattaria alla dolcezza di queste parole inusuali, ancora indurita per mancanza d’uso. Perdonami dunque se tendo ad aggirarle.

EVAUn libro che, grazie una scrittura di rara qualità, avvince, coinvolge ed emoziona, facendoci capire come la bellezza sia sovente nascosta nel semplice ritmo della vita quotidiana.
La formula di narrazione (un epistolario costruito solo sugli scritti di un mittente) scelta qui da Elizabeth von Arnim – autrice brillante e di raro anticonformismo – è fantasiosa e singolare perché riesce a coinvolgere in modo straordinario il lettore tratteggiando precisi e caustici ritratti.
È esemplare la destrezza con cui si fa largo tra le pieghe dell’animo umano e ci fa conoscere un mondo intenso, vibrante, soprattutto molto umano. Un mondo scomparso ma vivo che è una commedia, quella della vita fin-de-siècle. Un mondo dominato dall’ipocrisia e dalle convenzioni sociali.
Un libro, questo, che è puro piacere di lettura.

Elizabeth von Arnim, Una donna indipendente, traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri 2014.

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La via del ritorno

25 novembre 2014

Quel che resta del secondo plotone sonnecchia in una trincea distrutta dai proiettili dietro il fronte.
«Che ridicole granate» dice Jupp all’improvviso.
«Cosa intendi?” domanda Ferdinand Kosole mettendosi a sedere.
«Prova ad ascoltare» risponde Jupp.
Kosole mette una mano all’orecchio e ascolta. Anche noi ci sforziamo di sentire rumori nella notte. Ma non ci arriva altro che il rombo sordo dell’artiglieria e il sibilo acuto delle granate. Da destra di quando in quando esplode anche lo scoppiettìo delle mitragliatrici e ogni tanto un grido. Ma tutto questo lo conosciamo da anni e non merita che si apra la bocca apposta.

ERICH MARIA REMARQUE, La via del ritornoLa via del ritorno è il seguito di Niente di nuovo sul fronte occidentale, il capolavoro di Erich Maria Remarque, il romanzo-diario che ricostruisce la vita in trincea di un gruppo di giovani studenti tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale.
Ne La via del ritorno si racconta il disorientamento dei soldati, il loro dramma di uomini lacerati e con l’animo a pezzi, reduci incapaci di reinserirsi nella società.
La guerra, anche se è finita, rimane dentro mentre la pace resta fuori. Le esperienze e i ricordi della guerra hanno lasciato un segno profondo e sconvolgente. La guerra non restituisce eroi tutti d’un pezzo ma uomini vinti dagli orrori che hanno dovuto affrontare.
Ci si domanda, leggendo, se davvero la beatitudine esiste in ogni alba e nell’essere vivi e quali siano davvero le cose che formano un uomo nella sua vita e quali quelle che distruggono lui, i suoi affetti, la sua famiglia…
C’è uno stralcio simbolico che vorrei riportare integralmente.

La mattina dopo ci troviamo per l’ultima volta al fronte. Non si spara quasi più. La guerra e finita. Entro un’ora dovremo andarcene. Non sarà necessario tornare qui, mai più. Quando ce ne andremo, ce ne andremo per sempre. Facciamo a pezzi tutto quello che si può fare a pezzi. Ben poco. Un paio di rifugi sotterranei. Poi arriva l’ordine di ritirarci.
É un momento particolare. Stiamo in piedi, uno vicino all’altro, e guardiamo davanti a noi. Leggeri banchi di nebbia ricoprono il terreno. Le linee delle buche e delle trincee si riconoscono chiaramente. Certo, sono soltanto le ultime linee, questa zona rientra nelle posizioni di riserva, ma è pur sempre zona di combattimento. Quante volte abbiamo proceduto lungo queste trincee! Quante volte le abbiamo attraversate ritornando in pochi! Davanti a noi si stende il paesaggio uniforme e grigio… Laggiù in fondo i resti del boschetto, un paio di ceppi, le rovine del villaggio, e lì in mezzo un alto muro solitario che è riuscito a rimanere in piedi.
«Be’» dice Bethke soprappensiero, «qui siamo stati per quattro anni…»
«Accidenti!» concorda Kosole. «E adesso è finita»
«Oh, Dio mio!» Willy Homeyer si appoggia al parapetto. «Ridicolo, non è vero?…»
Stiamo li con gli sguardi imbambolati. L’orizzonte, i resti del bosco, le colline, le linee in distanza, tutto ciò era un mondo terribile e una vita difficile. E adesso rimane lì, non appena ci incamminiamo, sprofonda a ogni passo dietro di noi e tra un’ora sarà scomparso, come se non ci fosse mai stato. Chi può mai capirlo!

ERICH MARIA REMARQUE, La via del ritorno, traduzione dal tedesco di Chiara Ujka, Neri Pozza editore 2014.

Istruzioni per rendersi felici

24 novembre 2014

A vivere felici, mio lettore, tutti, proprio tutti aspirano ma, come direbbe il saggio Lucio Anneo Seneca, quando c’è da distinguere con esattezza quale è la cosa, l’ingrediente, il segreto che rende felice la vita, d’improvviso tutti  hanno la vista annebbiata». «E a tal punto non è facile riuscire ad avere una vita felice, che tanto più uno si allontana da essa quanto più si affanna a raggiungerla, se ha sbagliato strada.»

Armando Massarenti, Istruzioni per rendersi feliciPer i filosofi antichi la filosofia era soprattutto una scelta di vita, un modus vivendi. Al filosofo non importava vivere in modo astratto una teoria filosofica rispetto a un’altra, ma era fondamentale seguire un metodo rigoroso per vivere bene e quindi per essere felice.
La filosofia è semplice e sconcertante perché spunta quando meno te l’aspetti e cambia l’aspetto esteriore delle cose.
Saggio è chi sa spogliarsi intelligentemente di tutto ciò che non è necessario.
«Sfronda ed esamina te stesso. Togli ciò che è superfluo […] Non smettere di scolpire la tua propria statua», diceva Plotino.
Una vita buona e felice la si può costruire con un percorso fatto di prove ed errori, di molto esercizio e di pratica di sé, sviluppando ognuno forze proprie e abilità spiccate. Coltivando ciascuno le proprie virtù.
Tutto fluisce e passa nelle nostre vite, o per dirla con Otto Neurath, filosofo della scienza del XX secolo, «siamo come marinai che riparano la barca mentre stanno in mare».

Armando Massarenti, Istruzioni per rendersi felici, Guanda 2014.

Le affascinanti manie degli altri

21 novembre 2014

«Sabato sera» sottolineò Isabel Dalhousie. «Fischiano le orecchie».
Guy Peploe, seduto di fronte a lei in un angolino sul retro della caffetteria Glass and Thompson, le rivolse uno sguardo confuso. Isabel aveva la tendenza a pronunciare frasi enigmatiche — lui lo sapeva, e non ci faceva più caso — ma questa gli parve più sibillina del solito.
Mescolò il caffè. «Non ti seguo, Isabel. Lasciatelo dire. Orecchie che fischiano?»
Isabel sorrise. Non intendeva fare la misteriosa ed era stato Guy, del resto, a introdurre l’argomento «sabato sera»; lei aveva solo raccolto lo spunto. L’amico aveva parlato di un’inaugurazione a cui aveva partecipato il sabato precedente, una mostra dedicata a un pittore realista scozzese, ignorato in vita e ora acclamato come un genio. C’erano tutti: o meglio, tutti quelli che andavano alle inaugurazioni del sabato sera nelle gallerie, aveva rimarcato Guy ridacchiando. I restanti quattrocentottantamila abitanti di Edimburgo e dintorni con ogni probabilità stavano facendo altro.

Alexander McCall Smith, Le affascinanti manie degli altri,Isabel Dalhousie è una filosofa riflessiva, ma tutt’altro che prudente. Ha fiducia nella vita che evolve (e muta) e ci fa scoprire il lato di filosofia applicata alla nostra vita di tutti i giorni.
La realtà più abituale ha molto di che sorprenderci. L’altro, che crediamo di conoscere, è un infinito che fugge a se stesso… Il quotidiano è così come lo creiamo e di quotidiano in quotidiano la vita passa, si trasforma. Per questo aprire gli occhi tutte le mattine significa essere vivi e Isabel Dalhousie sa che per amare il quotidiano è sufficiente questa semplice constatazione. Lei pone sempre domande alla vita mantenendo per tutta la giornata la chiarezza del mattino. Aprire gli occhi anche quando nessuno ci spinge a farlo, significa scegliere lo stupore come posizione esistenziale. Lei non è una detective tradizionale, però non ha mai rifiutato una richiesta diretta di aiuto e sa vivere una vita piena, sa rallentare e sbagliare. Sa andare incontro alle situazioni più diverse per cogliere il nuovo nascosto dietro al vecchio, il cambiamento che si agita sotto l’apparente ripetizione dell’identico.
“Il sole è nuovo ogni giorno!”, diceva Eraclito.

Alexander McCall Smith, Le affascinanti manie degli altri, traduzione di Giovanni Garbellini, Guanda 2014.

Sette brevi lezioni di fisica

20 novembre 2014

Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso. Era a Pavia. Aveva raggiunto la famiglia dopo aver abbandonato gli studi in Germania, dove non sopportava il rigore del liceo. Era l’inizio del secolo e in Italia l’inizio della rivoluzione industriale. Il padre, ingegnere, installava le prime centrali elettriche in pianura padana. Albert leggeva Kant e seguiva a tempo perso lezioni all’Università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto né fare esami. È così che si diventa scienziati sul serio.
Poi si era iscritto all’Università di Zurigo e si era immerso nella fisica. Pochi anni dopo, nel 1905, aveva spedito tre articoli alla principale rivista scientifica del tempo, gli «Annalen der Physik». Ciascuno dei tre valeva un premio Nobel.

Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisicaDivulgare significa condividere e condividere vuol dire partecipare in modo attivo a un progetto di crescita. Carlo Rovelli, fisico teorico e filosofo della scienza, si occupa di gravità quantistica e, con Lee Smolin e Abhay Ashtekar, ha dato origine alla teoria della gravità quantistica a loop, una delle più importanti linee di ricerca teorica che si propone descrivere le proprietà quantistiche dello spazio e del tempo.
Quando scrive, Rovelli fa riflettere e appassiona alla materia con piccole storie e con scintillanti paradossi che illuminano e affascinano.
Queste “lezioni”, che riprendono ed espandono una serie di suoi articoli pubblicati sul Sole 24 Ore, ci offrono un’eccellente panoramica delle straordinarie rivoluzioni avvenute nella fisica del XX secolo e della ricerca in corso.
“Il problema nasce già nella fisica classica ed è stato sottolineato dai filosofi fra il XIX e il XX secolo, ma diventa assai più acuto nella fisica moderna. La fisica descrive il mondo per mezzo di formule che dicono come variano le cose in funzione della «variabile tempo». Ma possiamo scrivere formule che ci dicono come variano le cose in funzione della «variabile posizione», oppure come varia il gusto di un risotto in funzione della «variabile quantità di burri». Il tempo sembra «scorrere», mentre la quantità di burro o la posizione nello spazio non «scorrono». Da dove viene la differenza?…”

Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

Forse Esther

18 novembre 2014

La sensazione della perdita si affacciava senza preavviso nel mio mondo peraltro sereno, aleggiava su di me, stendeva le sue ali, e io mi sentivo priva di aria e di luce, per una mancanza che forse non esisteva affatto Talvolta si manifestava come un lampo, subitaneo, come un malore, quasi che tutto d’un tratto mi sfuggisse il terreno sotto i piedi, remavo affannosamente con le braccia per salvarmi, per riprendere l’equilibrio, colpita da un proiettile che non era mai stato sparato, nessuno aveva detto Mani in alto! Questa ginnastica esistenziale nella lotta per mantenere l’equilibrio mi sembrava parte dell’eredità famigliare, un riflesso congenito. A scuola, durante l’ora di inglese ripetevamo l’esercizio: hands up, to the sides, forward, down. Allora pensavo che la parola ginnastica derivasse dalla parola inno, in russo cominciano entrambe con la g, gimnastika e gimn, e io tendevo con fervore le mani verso l’alto sforzandomi di toccare l’invisibile volta celeste.

FECostruire un albero genealogico è un po’ come fare un albero di Natale, con addobbi tirati fuori da vecchie scatole che sembrano avere cent’anni. Spesso in quei frangenti diverse palle di vetro se ne vanno in frantumi e alcuni angeli sono brutti, ma resistono sopravvivendo ai vari traslochi.
Nella mia famiglia, ricorda Katja Petrowskaja, c’era di tutto: un contadino, diversi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta, ma c’erano soprattutto leggende.
Però, sottolinea Katja, “eravamo felici, e tutto in me si ribellava al detto di Tolstoj che ci è stato tramandato, secondo il quale, nella loro felicità, le famiglie felici si assomigliano tutte, mentre uniche nel loro genere sono solo quelle infelici, un detto che, adescandoci nella sua trappola, suscitava in noi la propensione all’infelicità, come se soltanto dell’infelicità valesse la pena parlare, mentre la felicità era vuota.”

Forse Esther
(che ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 2013) è un libro profondo e potente, ma anche delicato e ironico. Un libro speciale in movimento da cui emergono in modo straordinario certe ombre della realtà che vengono descritte con un’empatia non comune e con un linguaggio meraviglioso in grado di far vibrare.

Katja Petrowskaja, Forse Esther, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2014.

L’acqua più dolce del mondo

13 novembre 2014

JAMIL AHMAD- PHOTO CREDIT FAUZIA MINALLAHÈ una terra remota e isolata, fragile e spietata, quella che si trova dove i confini di Iran, Pakistan e Afganistan si incontrano, nel groviglio sconnesso di colline accidentate ed erose e tra sparute palme da dattero traballanti e rinsecchite.
Toz Baz è il Falco nero, un bambino ricco di forza e coraggio già provato dalla vita. È lui a raccontarci di questo mondo di tempeste di sabbia, di nuvole di pernici che compaiono nel cielo e di mancanza di cibo e acqua. Terre desolate e vive che ci rivelano storie di saggezza e di vero onore, ma anche di vicende di tamburi che allertano del pericolo o di oscuri amuleti d’argento pieni di mistero che inquietano e affascinano allo stesso tempo.

Jamil Ahmad, L’acqua più dolce del mondo, traduzione di Aurelia Martelli, Bollati Boringhieri 2014.