Archive for dicembre 2014

Un avamposto del progresso

17 dicembre 2014

La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male.

apDue belgi e un africano gestiscono insieme un piccolo emporio nel cuore della foresta nel “Libero Stato del Congo” (il Congo, sotto Leopoldo II,  non fu in nessun modo né libero né uno stato, ma un dominio privato che il monarca amministrò senza nessun controllo, nemmeno da parte del governo belga; proprietà dello stato era tutta la terra non coltivata e Leopoldo II deteneva il monopolio totale sulle risorse di valore immediato come l’avorio e il caucciù e sui minerali del sottosuolo, il cui sfruttamento fu concesso a diverse compagnie, con contratti di affitto della durata di novantanove anni) per conto di una grande compagnia commerciale.
Sono stati portati lì da un battello della compagnia e vi dovranno rimanere sei mesi, cercando di barattare con gli indigeni la loro mercanzia in cambio di preziose zanne di elefante in un Congo dove l’indiscussa e onnipresente protagonista è la natura, l’aria umida, il cielo plumbeo e le nuvole cariche di pioggia, la terra fangosa, la rigogliosa vegetazione.
La compagnia che ha assoldato questi uomini non crede però né all’emporio e né ai due malcapitati agenti. Loro però si adattano presto a quella vita fuori dal mondo e incontreranno molto presto il demone pigro della cupidigia. Un mondo, il Congo, che si erge quasi a barriera insuperabile ad ogni forma d’attività umana, di progresso, di civiltà. Un mondo in cui i tamburi sono stati per secoli l’unico mezzo di comunicazione a lunga distanza e in cui un’affiatata banda di suonatori è sempre pronta a trasmettere messaggi ovunque.

Joseph Conrad, Un avamposto del progresso, traduzione di Matteo Codignola, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

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Una vita per strada

11 dicembre 2014

Quello che amo davvero è gironzolare senza meta per la città, camminare giorno e notte per le strade. È più di un piacere, di un semplice piacere — è un’aberrazione. Di tanto in tanto, quando esco dalla metropolitana intorno alle nove del mattino per dirigermi verso il palazzo di uffici al centro di Manhattan nel quale lavoro, accade che qualcosa cambi dentro di me — di fatto perdo ogni senso di responsabilità. Raggiungo l’entrata e passo oltre, come se non avessi mai visto quell’edificio. E continuo a camminare, a volte per un paio d’ore, a volte invece fin nel pomeriggio, e spesso mi ritrovo a una notevole distanza dall’ufficio — magari al Bronx Terminal Market, o su una diroccata banchina di scarico del lungofiume di Brooklyn, o nell’angolo più trascurato di un vecchio cimitero del Queens invaso dalle erbacce. Non mi è mai molto difficile inventare una scusa che giustifichi il mio comportamento (ho una grande esperienza nel giustificarmi di fronte a me stesso).

JMJoseph Mitchell ha fatto parte della redazione del New Yorker dal 1938 fino alla morte, nel 1996.  Mitchell nacque nel 1908 in una famiglia benestante del North Carolina e giunse a New York quando aveva ventun anni, ai tempi della Grande depressione, perché voleva fare lo scrittore. Seguì alla lettera il consiglio del suo primo direttore all’Herald Tribune (cammina per la città, indaga su ogni stradina, su ogni avvenimento insolito e su ogni personaggio eccentrico) e continuò a farlo per tutta la vita, un marciapiede dopo l’altro, soffermandosi ai margini, a cercare tra i territori inesplorati della vita urbana.
Una vita per strada è il capitolo iniziale di un annunciato libro di memorie che Mitchell, poeta del quotidiano, cominciò tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, ma (come altri scritti successivi al 1964) non completò e lasciò così com’è.

Fin dal mio arrivo in città sono stato affascinato dalle decorazioni degli edifici più antichi Mi affascina la loro varietà, ma anche la loro ubiquità, la loro soverchiante ubiquità, la loro quasi comica ubiquità. Eccole lì, nelle migliaia e migliaia di isolati, in quasi tutti gli edifici, a volte nel più inatteso e fuori mano. Eccole lì, a volte nascoste da strati di intonaco che si accumulano di generazione in generazione, a volte disfatte e danneggiate e mutilate. L’occhio che le cerca riesce quasi sempre a trovarle. Non mi stanco mai di guardare dai sedili posteriori degli autobus le aquile di pietra e i gufi di pietra e i delfini di pietra e le teste di leone di pietra e le teste di toro di pietra e le teste di ariete di pietra e le urne di pietra e le nappe di pietra e le corone d’alloro di pietra e le conchiglie di pietra e tutte le cose in ferro battuto: le stelle, i rosoni, i medaglioni, i cespi di foglie d’acanto sui capitelli corinzi e le ghirlande di fiori e i festoni di frutta e i supporti in zinco a forma di foglie di quercia che reggono i cornicioni di zinco e il legno traforato che adorna abbaini cadenti e putti di terracotta e ninfe e satiri e sibille e sfingi e Atlanti e Diane e Meduse che fanno da chiavi di volta negli archi sulle porte e sulle finestre degli edifici popolari.

Joseph Mitchell, Una vita per strada, traduzione di Stefano Valenti, Biblioteca Minima, Adelphi 2014.

Correre

1 dicembre 2014

I tedeschi sono entrati in Moravia. Sono arrivati a cavallo, in macchina, in motocicletta, in camion ma anche in carrozza, seguiti da unità di fanteria e da colonne di rifornimento, poi da qualche semicingolato di piccola taglia e poco altro. È ancora presto per vedere i grandi Panzer Tiger e Panther guidati da carristi in divisa nera, colore che si rivelerà assai pratico per nascondere le macchie d’olio. Alcuni Messerschmitt monomotore da ricognizione di tipo Taifun sorvolano l’operazione, ma hanno solo il compito di assicurarsi dall’alto che tutto fili liscio, non sono neanche armati. È soltanto una piccola invasione lampo senza scosse, una piccola annessione senza tante storie, per ora non è la guerra vera e propria. Diciamo che i tedeschi arrivano e si insediano, tutto qua.

zkA Ostrava, città mineraria in cui Emil Zátopek è nato, ci sono industrie come Tatra e Bata, le più importanti della Moravia. Tatra progetta automobili belle e costose, Bata produce scarpe buone e abbastanza economiche. Se cerchi lavoro, provi a entrare in una delle due.
Emil si è ritrovato nella fabbrica Bata di Zlín, cento chilometri sotto Ostrava. Frequenta da interno la scuola professionale e impara il mestiere nella divisione gomma, un lavoro duro che tutti preferiscono evitare.
Il reparto dove l’hanno messo all’inizio produce ogni giorno duemiladuecento paia di scarpe da tennis con la suola di para, e il primo lavoro di Emil è quello di rifilare le suole con una ruota dentata. I ritmi sono terribili, “l’aria irrespirabile, i tempi troppo stretti, la minima imperfezione punita con una multa, il minimo ritardo scalato dal già magro salario, quasi subito non ce l’ha fatta più”. Allora lo spostano e lo assegnano alla preparazione delle forme dove si sgobba altrettanto ma c’è meno puzza, e riesce a resistere.
Ogni anno alla Bata organizzano una corsa a piedi, il Percorso di Zlín, a cui devono partecipare tutti gli studenti della scuola professionale con la maglia della ditta stampata sul petto. A Emil tutto questo non piace e gareggia solo perché costretto, lo fa per stare in compagnia.
La prima corsa a cui Emil partecipa è un cross-country di nove chilometri messo a punto dalla Wehrmacht a Brno. Emil partecipa malvolentieri alla gara, ma ce la mette lo stesso tutta. Arriva secondo senza neanche accorgersene e un allenatore del club locale si interessa a lui. Corri in modo strano ma non corri male, gli dice.

Jean Echenoz, Correre, traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi 2009.

Le storie degli altri

1 dicembre 2014

… un’intera settimana di passi strascicati e rumori striduli, di bagagli e mobili spostati e trascinati sopra la mia testa. Era George che si preparava a partire. Era quasi sempre in movimento e quando si fermava per un attimo, ecco arrivare subito dopo uno scatto, una corsa verso qualche oggetto, pensavo… ha dimenticato un capo di abbigliamento. O magari gli era venuto in mente un libro e si chiedeva se valesse la pena portarselo. Durante questo periodo Hope andava e veniva, trasportando vari frammenti della sua esistenza, reggendo tra le braccia un sacco della spazzatura probabilmente pieno di vestiti o di biancheria, una pianta, una lampada da tavolo e molto albo ancora. Non la vedevo sempre, durante questi passaggi, però sentivo la sua voce, il rumore dei suoi passi, più leggeri ma incontrollabili come ormai erano diventati anche quelli di George, e sentivo il suo odore o avrei giurato di riuscire a sentirlo. Sì, considerata la responsabilità che avevo, ero attenta a quel che succedeva intorno a me, ma di sicuro anche gli altri inquilini si erano accorti di queste attività; forse George li aveva informati del cambiamento.

lsdaCelia Cassill è una giovane vedova. Suo marito l’ha lasciata in una condizione agiata. Con i suoi soldi si è comprata un piccolo palazzo dove ora vive e di cui affitta tre bilocali. Mantiene una certa distanza dai suoi inquilini e fa una vita piuttosto ritirata.
“Un tempo la condizione vedovile suscitava rispetto. Era intesa come un punto d’arrivo. Adesso, ci viene chiesto di lasciar perdere, voltare pagina, diventare qualcuno o qualcosa di diverso, e risposarci, divorziare, risposarci un’altra volta. Lo stile di vita americano ci chiede in ogni occasione di esibirci in una trionfante ripresa o di toglierci di mezzo. Io sono stata felice di togliermi di mezzo.”
Di norma Celia non permette subaffitti, ma un giorno George, che è suo inquilino e abita sopra di lei al primo piano, le presenta una candidata, una donna con “spalle larghe per essere una donna e gambe lunghe, anche se non era troppo alta, leggermente al di sopra della media, diciamo”.
Celia resta colpita e qualcosa nella sua vita, piano piano, cambia…
“Avrei potuto prenderla per una francese – per come vestiva, per la femminilità sfrontata, il rossetto scuro e il modo in cui si raccoglieva i capelli in una crocchia – ma l’accento, il volume e la cadenza della voce e la schiettezza del viso nonni accordavano a quell’immagine. Sarebbe giusto definirla bella.”

È un romanzo molto americano, Le storie degli altri. Lo è per i luoghi (le strade  e i quartieri di Brooklyn) e per i riferimenti a scrittori americani (Herman Melville e John Cheever su tutti), ma anche e soprattutto a film (le classiche commedie di Hollywood, come La signora del Venerdì).
Un libro coraggioso, risoluto, a volte brutalmente onesto e sornione. Attento ai ruoli che sovente giochiamo sul palcoscenico della vita.

Amy Grace Loyd, Le storie degli altri, traduzione di Katia Bagnoli, Bloom, Neri Pozza 2014.