Archive for aprile 2015

Dimore vuote

22 aprile 2015

Huguette ricordava che il padre proibiva alle figlie di correre nel salone principale, detto Salon Doré. Aveva acquistato quella sala, che aveva le dimensioni di una casa intera, e l’aveva fatta ricostruire lì, lungo la Quinta Strada e i prati alberati dì Central Park. Il Salon Doré era un trionfo di preziosi intagli e di pannelli di legno dorato fabbricati nel 1770 per un nobile francese vanaglorioso. W.A. aveva fatto venire da Parigi gli stravaganti pannelli che andarono a ricoprire le pareti, e ne aveva fatti riprodurre altri da aggiungere agli originali, giacché l’antica sala francese era quadrata e quella americana, più grande, era rettangolare. Ammobiliò poi il salone con un orologio proveniente dal salottino privato di Maria Antonietta. Durante la Rivoluzione francese, quando l’ex regina era, come si direbbe oggi, agli arresti domiciliari nel palazzo delle Tuileries di Parigi, quell’orologio dorato aveva scandito le ore prima che venisse imprigionata e giustiziata. Un secolo dopo, quel salone veniva riservato alle occasioni più eleganti. Le bambine Clark potevano giocare nella stanza adiacente, più piccola, e sedere sul tappeto persiano del petit salon.

DVDimore vuote è la storia della vita di Huguette Clark, che è stata recentemente agli onori della cronaca negli Stati Uniti a causa della battaglia legale sul suo straordinario patrimonio immobiliare.
Huguette Clark era la figlia di William Andrews Clark (1839-1925), uno degli uomini più ricchi d’America, tra i fondatori di Las Vegas, un uomo che ha fatto la sua fortuna principalmente con le miniere di rame, ma anche con le ferrovie e il mercato immobiliare.
Huguette, ha vissuto una vita di privilegio inimmaginabile, ma intorno al 1941, senza alcuna ragione apparente, si è ritirata a una vita solitaria evitando il pubblico.

Dimore vuote è uno sguardo all’interno della follia e della ricchezza. Dall’ascesa del padre di Huguette al rapporto con la madre che volle crescerla in una villa con 121 camere, fino alle sue infermiere private, a cui donò più di trenta milioni di dollari tra contanti e beni immobili.
È la storia di una donna che possedeva case per 300 milioni di dollari, ma che le lasciò sfitte. Una donna che morirà a 104 anni, nel 2011, avendo trascorso gli ultimi venti in un ospedale e dopo essere guarita si rifiuterà di tornare in una delle sue tante (ma vuote) dimore.

Mettendo assieme diverse fotografie, aneddoti dolorosi e testimonianze indiscrete, gli autori hanno ricostruito un inconsueto collage che non solo racconta “l’ultimo ricco della Golden age americana”, ma ricorda in modo molto ben riuscito tre generazioni di storia del Novecento americano.

Bill Dedman-Paul Clark Newell, Dimore vuote, traduzione di Maddalena Togliani, collana Bloom, Neri Pozza 2015.

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False piste

20 aprile 2015

Davy Clancy non era un uomo di mare, anzi, sotto sotto il mare gli metteva paura, eppure eccolo lì, in quella bella mattina d’estate, in procinto di prendere il largo su una barca che a lui pareva un grosso giocattolo complicato. Dicevano tutti che era il giorno perfetto per stare in acqua. Non dicevano che era il giorno perfetto per uscire in barca o per spiegare le vele. No: il giorno perfetto per stare in acqua, come fosse il loro motto o qualcosa del genere. Ed erano tutti così allegri e dinamici; i loro sorrisi compiaciuti gli mettevano i brividi. Diversamente da lui, quegli uomini raggrinziti dal vento con i berretti a visiera, i calzoncini beige e i pullover informi giocavano ai vecchi lupi di mare con cognizione di causa, per non dire delle mogli cotte dal sole con le loro voci squillanti: lupe d’alto bordo, pensò, con un guizzo di cupo sarcasmo. Si sentiva fuori posto, tra quei velisti provetti e il loro aplomb; lui lo sapeva e lo sapevano anche loro, il che li costringeva a essere ancor più cordiali nei suoi confronti, per quanto Davy cogliesse benissimo i loro sguardi, l’allegro disprezzo che balenava nelle loro espressioni.

BFPConosciuto e apprezzato per lo stile virtuosistico, l’ironia barocca e l’occhio pittorico, John Banville scrive in modo splendido creando personaggi di notevole profondità che vanno oltre il “genere”.
La qualità della sua scrittura infatti è superiore a qualsiasi altro romanzo poliziesco e in questo testo ne abbiamo un esempio formidabile.

Qui in False piste tra i protagonisti c’è Victor Delahaye, un importante imprenditore irlandese (e uno dei cittadini più in vista del paese) che decide di fare una gita in mare con Davy Clancy, giovane figlio del suo socio. Una volta al largo, secondo quanto racconterà il ragazzo, Victor prende una pistola e si spara.
Tra le varie indagini nell’alta società londinese e la morte altrettanto misteriosa (pochi giorni dopo) del padre di Victor, Jack, non sarà facile per l’ispettore Hackett e per il medico legale Quirke sbrogliare l’intricata matassa gremita di false piste (appunto!).

John Banville, False piste, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2015.

Curzio

16 aprile 2015

Il paesaggio di Lipari era selvaggio e bello. In certe giornate, dalla finestra della sua stanza Curzio riusciva a scorgere con chiarezza le coste della Calabria protese verso la Sicilia, la rupe di Scilla e la gobba di Cariddi, ma le emozioni che ne ricavava non lo eccitavano. Nello stato d’animo in cui si trovava, delle bellezze naturali non gli importava niente. Era arrivato a odiare la natura, che nell’isola sembrava amplificare i suoi aspri incantesimi e raddoppiava il carico dei suoi venti. Tramontana e Greco entravano in mare dai monti della Calabria in un modo strano: prima con un mormorio di foglie e poi con uno strepito di rami schiantati. I cosiddetti elementi naturali gli tormentavano in modo insopportabile i polmoni, che i gas respirati nella battaglia di Bligny contro le Sturmtruppen, nel ’18, avevano ridotto a una spugna marcia. Per quante settimane era stato obbligato a rimanere a letto, umiliato da una febbre umida che gli toglieva le forze?

cmCurzio Malaparte è personaggio complesso. Intellettuale d’intervento, in apparenza è tutto e il contrario di tutto e, come un camaleonte, ha portato ovunque il suo sarcasmo, il suo gusto del paradosso, la sua battuta indecente di atipico toscanaccio.
Si definiva un “arcitaliano” e faceva solo quello che più gli conveniva. E’ sempre stato al centro dell’itinerario culturale e letterario del nostro Paese, anche negli anni del ventennio e nel complicato periodo del dopoguerra.
E’ il raffinato scrittore, che l’Italia ha per certi versi dimenticato, soprattutto per ragioni politiche.
La storia raccontata in questo libro comincia quando Malaparte è al confino a Lipari (un luogo chiave nella sua biografia), condannato per aver cospirato contro il regime fascista. Vive in una casa affacciata sul porto di Marina Corta, lungo la salita San Giuseppe e si dedica soprattutto alla scrittura, all’amore per Flaminia e a Febo, un cane che ha salvato dalla vita randagia e che poi lascerà l’isola con lui.
Qui vede come un toro imprigionato, tradito da Mussolini e dal partito. Eppure è in questa prigionia (“dalla mia finestra vedo, azzurre in lontananza, l’alta rupe di Scilla e la gobba di Cariddi. il sole nasce dietro Scilla. ecco uno spunto di cui terrò nota: questo mio sole ironico che ogni mattina mi guarda stringendo l’occhio, di dietro la rupe di Scilla…”) che sperimenterà l’autentica libertà di pensiero e di espressione.
“M’è caro ormai l’esilio, mi son care ormai quest’alte rupi e queste rive gialle di zolfo e di ginestre…”

Osvaldo Guerrieri, Curzio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Cardellini della pioggia

9 aprile 2015

Quella donna perde crepuscoli
e albe
come si perde un fiume nella sete.

La gazzella passò veloce e se qualcosa di lei rimane
è un’immagine che il tempo scolora.
La fragilità avanza inesorabile come una sentenza
per queste ossa di cristallo che sorreggono
l’ombra
di essere che fu e declina.
Effimera fu la vita dei gigli blu e la grazia audace
e ondulante
dei suoi lunghi capelli.

Come sono lontani il cortile del suo regno
e l’acqua che coronò la sua risata
nel prurito della sua carne
sul grembo dell’erba.

Dolcezza che più non torna.

 

cslpSono versi poderosi e allo stesso tempo esili e delicati. Immagini chiare di pensieri e di ferite, paesaggi interiori che destano nel lettore una profonda risonanza emotiva.
Carmen Yáñez viene “da una tana di sogni” e “prende sul serio un mestiere sciocco” sviluppando (come “delirio sull’orlo dell’abisso/ che finge davanti alla luce”) riflessioni importanti, testi innervati da brucianti intuizioni esistenziali ed etiche in cui contenuto e forma appaiono inscindibili.
Il suo è un itinerario altamente significativo che merita di essere conosciuto, letto e riletto. Un itinerario speciale in grado di frugarti dentro come una memoria forte come “quercia, legno massiccio”, come “ceppi accesi che crepitano nel fuoco del camino”…

Carmen Yáñez, Cardellini della pioggia, traduzione di Roberta Bovaia, Quaderni della Fenice, Guanda 2015.