Archive for giugno 2015

Lettere dalla Russia

10 giugno 2015

Travemünde, 4 luglio 1839

Stamane, a Lubecca, quando il locandiere ha saputo che mi sarei imbarcato per la Russia, è entrato nella mia camera con un’aria di compatimento che mi ha fatto ridere: quest’uomo è un cervello più fino, ha un’intelligenza più viva, più mordace di quanto il tono querulo della voce e il modo che ha di pronunciare il francese non farebbero di primo acchito supporre.
Informato che viaggiavo per solo diletto, si è messo con bonomia germanica a tenermi un sermone affinché rinunciassi al mio progetto.
«Conoscete la Russia?» gli chiesi.
«No, monsieur, ma conosco i russi. Ne passano molti da Lubecca, e il paese lo giudico dalla fisionomia dei suoi abitanti».
«Che cosa cogliete, nell’espressione delle loro facce, che sia tale da impedirmi di andare a vederli a casa loro?».
«Monsieur, ne hanno due di fisionomie; non mi riferisco ai servitori, ai quali non ne basta una sola, ma ai signori: quando sbarcano per venire in Europa hanno un aria gioviale, libera, contenta; son cavalli che non li tieni in briglia, uccelli fatti uscire di gabbia. Uomini, donne, giovani o vecchi che siano, tutti sono felici come scolari in vacanza. Ma al ritorno le stesse persone sono immusonite, cupe, tormentate; poche parole e toni bruschi; la fronte arcigna. Da questa differenza ho concluso che un paese lasciato con tanta gioia e ritrovato con tanto dispiacere è un brutto paese».
«Forse avete ragione voi» ribattei. «Ma le vostre osservazioni mi dimostrano che i russi non sono così sornioni come li si dipinge; io li credevo impenetrabili».
«Lo sono a casa loro; ma di noi tedeschi bonaccioni si fidano abbastanza» disse il locandiere mentre si congedava con un sorriso malizioso.
Ecco un uomo che teme di passare per grullo, pensavo ridendo fra me e me… Bisogna aver personalmente viaggiato per sapere quanto influisca sui tratti del carattere la reputazione affibbiata ai diversi popoli dai viaggiatori, che sovente per pigrizia mentale danno giudizi superficiali. Ogni singolo individuo si sforza per conto proprio di opporsi all’opinione generale propalata nei riguardi dei connazionali.

LDRIl viaggio per Astolphe de Custine era “un modo amabile di passare la vita” e forse una vera e propria vocazione da coltivare con rispetto.
La sua iniziazione al viaggiare avviene tra il 1811 e il 1814 quando il giovane Astolphe conosce l’Europa al seguito di sua madre scortata dall’amante di turno che lei presenta a tutti come medico e psichiatra del figlio. Visiterà la valle del Reno, la Svizzera e l’Italia.
Questa, dirà, sarà la sua unica educazione, il suo “spiraglio sul mondo”. Qui troverà il suo stile a cui resterà fedele fino al suo viaggio in Russia del 1839: lettere immaginarie agli amici a lungo meditate a partire dagli appunti di viaggio, una tecnica innovativa che gli consentirà tanto il reportage che la digressione filosofica. Un modo di scrivere originale e nuovo che oltrepassa i confini culturali e capta all’istante l’inafferrabile. Un libro, già a suo tempo scomodo, pubblicato nel 1843 e poi subito dopo tolto dalla circolazione in tutto l’impero per volontà dello zar Nicola I.

Astolphe de Custine, Lettere dalla RussiaLa Russia nel 1839, traduzione di Paola Messori, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

A pranzo con Orson

8 giugno 2015

HJ: I francesi conoscevano Quarto potere?
OW: Credevo che a Parigi fosse stato un successone, e invece una volta là scoprii tutto il contrario. Non sapevano chi fossi. Non sapevano cosa fosse il Mercury Theatre, la mia compagnia, e io pensavo di sì, visto che io conoscevo il loro teatro. Mi hanno proprio snobbato. Quarto potere diventò famoso solo più tardi, e molti lo detestarono. Negli Stati Uniti fu capito; in Europa, no. La prima volta che ne sentirono parlare fu quando Jean-Paul Sartre lo demolì. Ci scrisse sopra un papiro di quarantamila parole.
HJ: Be’, magari lo trovò politicamente offensivo; non so.
OW: No. Secondo me lo fece fuori perché fondamentalmente è una commedia.
OW: Lo è. Nel senso classico del termine. Non perché faccia sbellicare dal ridere, ma perché gli elementi tragici sono caricaturali.
HJ: Non ho mai pensato a Quarto potere come a una commedia. È profondamente emozionante.
OW: Certo, ma anche le commedie possono emozionare. La grande epopea di Xanadu ha un lato satirico. E Sartre, che non ha il senso dell’umorismo, non poteva apprezzare.

 

APCOA pranzo con Orson è un libro diviso in due parti: una tratta del 1983 — l’anno in cui si svolse la maggior parte dei dialoghi — e l’altra degli anni 1984-1985. Rispetta una cronologia di massima e non è rigida.
È il risultato dello sbobinamento di quaranta nastri rimasti chiusi in una scatola da scarpe per decenni. Registrazioni di conversazioni che settimanalmente, per circa tre anni, Henry Jaglom, attore, regista e sceneggiatore, ebbe con Welles al tavolo di un ristorante mitico, il Ma Maison di Los Angeles.
A leggerle ci si sente come se si ascoltasse di nascosto Welles raccontare e far battute (senza filtri) sui vari personaggi che costellano il mondo del cinema. Da Marlon Brando, definito “un salsiccione, una scarpa fatta di carne”, a Woody Allen, “fisicamente ripugnante”, ad Humprey Bogart, bollato come “un vigliacco”. Il meglio del gigionismo wellesiano applicato al conformismo del tempo. Welles è stato soprattutto un grande intrattenitore: un affabulatore che aveva imparato a raccontare per vivere.
“Non ho mai avuto nessun problema con gli estremisti di destra. Li ho sempre trovati simpaticissimi sotto ogni aspetto, a parte la politica. Di solito sono meglio di quelli di sinistra”. E ancora: “Non mi interessa l’artista, mi interessa la sua opera. E più rivela, meno mi piace. Mettiamola così: non mi dà fastidio vedere l’artista nudo, ma detesto vederlo mentre si spoglia.

Andiamoci, allora, a pranzo con Orson…

A pranzo con Orson, Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles, traduzione di Mariagrazia Gini, La collana dei casi, Adelphi 2015.