Archive for settembre 2015

Tra cielo e terra

30 settembre 2015

Prima che il Kenya fosse il Kenya, quando pur avendo milioni di anni conservava ancora un’aura di novità, il suo nome apparteneva solo alla nostra montagna più maestosa. La si vedeva dalla fattoria di Njoro, nel Protettorato Britannico dell’Africa Orientale — il profilo netto all’estremità di una pianura dorata, la cresta incappucciata di ghiaccio che non si scioglieva mai del tutto. Alle nostre spalle, la foresta Mau appariva azzurra, striata di bruma. Davanti a noi, la Rongay Valley digradava in lontananza, confinante su un lato con lo strano cratere rialzato del Menengai, che i nativi chiamavano la Montagna di Dio, e sull’altro con i remoti Monti Aberdare, ondulati e azzurrini, che al crepuscolo diventavano color fumo e viola prima di dissolversi nel cielo notturno.

tcetBeryl Markham è stata una donna audace e ambiziosa che non ha mai avuto paura di nessun vincolo (di classe o genere) e che ha avuto una vita piena e avventurosa come altre donne del calibro di Amelia Earhart, Isak Dinesen, Coco Chanel, Frida Kahlo, Josephine Baker o Diana Vreeland…

Beryl Clutterbuck nasce nel 1902 in Inghilterra, ma nel 1904 suo padre decide di trasferirsi con la propria famiglia in Africa, per fare l’allevatore di cavalli da corsa e inseguire il suo sogno esotico. Sua moglie non ci metterà molto a fare i bagagli e tornare in Inghilterra con il loro unico figlio maschio, ma la piccola Beryl rimarrà con lui a Njoro, nella Grande Valle del Rift.
Un giorno, quando ha diciassette anni, Beryl se ne va da casa per guadagnarsi da vivere e farà l’addestratrice di cavalli. Sarà la prima donna con una licenza da horse trainer in Africa.
Si sposerà tre volte decidendo di mantenere il cognome del secondo marito, Mansfield Markham.
Ha grande successo con gli uomini e un giorno conosce un tale che si chiama Tom Campbell Black, che fa l’istruttore di volo e le cambierà la vita. Prenderà il brevetto di volo e si metterà a fare la pilota commerciale in Africa Orientale.
Nel 1936 sarà la prima donna ad attraversare in volo l’Atlantico e nel 1942, a quarant’anni, scriverà un’autobiografia – West with the Night – che uscirà in America subito dopo i fatti di Pearl Harbor…

Hai letto il libro di Beryl Markham, West with the Night? … È scritto così bene, e meravigliosamente bene, che ho provato una totale vergogna per me stesso come scrittore. Mi sono sentito come un comune carpentiere con le parole, uno che prende ciò che gli viene fornito per il lavoro e inchiodando (quei pezzi) assieme, di tanto in tanto crea qualcosa di appena appena accettabile. Ma questa ragazza, che da quel che mi è dato sapere è estremamente spiacevole – e potremmo persino dire una stronza di prima classe – può scrivere anelli attorno a ciascuno di noi che ci consideriamo scrittori… è davvero un libro dannatamente meraviglioso.

Così scrive Hemingway, con malcelato disprezzo, in una lettera privata pubblicata nel 1983 in una collezione postuma.

Paula McLain, Tra cielo e terra, traduzione di Simona Fefè, Neri Pozza 2015.

Dike

21 settembre 2015

demComprendere il senso di una parola senza comprenderne la verità significa non capirne la profondità.
La parola greca dike viene per lo più tradotta con giustizia, ma dike, nel suo significato formale, indica lo stato in cui le cose stanno come devono e non devono stare. Un «dovere» che non è un compito, ma necessità.

Dìkaios è la parola che nella definizione di Simonide vuol dire “giustizia”: equivale al latino iustus, “il giusto”. La parola matrice di dikaios è appunto dike, giustizia (iustitia). Ma dike è anche la parola che corrisponde al romano ius che, tra i suoi diversi significati, ha anche quello di indicare “ciò che spetta”. Questo, anzi, è il significato originario della parola, attestato in Omero, e mantenuto per tutto il periodo arcaico, fino a Socrate, come indicativo dell’essenza della giustizia. Lungo tutto il periodo arcaico la giustizia è regola fondamentale nei rapporti tra le persone. Socrate interrompe questa visione: dopo di lui la giustizia non è più regola, ma “virtù dell’anima”
La differenza tra giustizia come regola e giustizia come virtù è fondamentale e soprattutto da capire.
La giustizia come virtù non richiede ciò che la giustizia impone e quindi la giustizia come virtù può essere illimitata. Alla differenza concettuale che c’è tra giustizia come virtù e giustizia come regola corrisponde (nella lingua greca) una differenza nelle parole: la giustizia come virtù è dikaiosyne, la giustizia come regola è dike. L’una è espressione di un atteggiamento, l’altra è un modo di vivere. Questo secondo ambito di significato è anche quello che emerge dai frammenti dei filosofi presocratici.

Là da dove le cose hanno il loro inizio, devono anche andare a finire, secondo la necessità. Esse devono infatti fare ammenda ed essere giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo. Così dice Anassimandro nel suo celebre frammento in cui appare la parola dike.

Vivendo, si capisce, la colpa è inevitabile, poiché ogni azione causa una serie di conseguenze che hanno effetto su ciò che ci circonda, e in particolare su coloro che ci sono vicini. Ma cos’è  la colpa? È una responsabilità oggettiva, la matrice della causa che abbiamo inserito nel mondo e che lo ha, anche se minimamente, cambiato. Non c’è modo di sfuggire alla colpa, perché anche l’inazione può portare a nefaste conseguenze.
La colpa, quindi, è inevitabile, ma lo è anche l’ammenda. Per questo chi è consapevole del male che ha causato deve cercare di rimediare. Sembrerebbe ovvio, ma non sempre lo è.

Emanuele Severino, Dike, Biblioteca Filosofica, Adelphi 2015.

Le cose che non ho detto

14 settembre 2015

anaUn altro libro di memorie per Azar Nafisi che questa volta si concentra sulla sua infanzia e giovinezza a Teheran, in particolare sull’infelicità dei propri genitori, due persone profondamente incompatibili tra loro.
Colpisce la trasparenza e l’onestà della sua scrittura, l’analisi lucida e brillante vissuta e raccontata dall’interno di un nucleo familiare molto particolare.

Le cose che non ho detto è una storia personale, ma anche sociale e storica. Una storia che alimenta un senso di nostalgia per un passato (forse) rimosso e soffocato dalla storia recente.
“Durante la Rivoluzione avevo capito quanto fosse fragile la nostra esistenza (…) con quanta facilità tutto quello che crediamo casa può esserci portato via. E ho capito che quello che mio padre mi aveva insegnato con l’immaginazione era un modo per costruirmi una casa oltre i confini geografici e le nazionalità, che nessuno potrà mai portarmi via.”.
È bello però anche perdersi nelle lunghe descrizioni che riguardano l’Iran e città splendide come Isfahan con i suoi magnifici ponti che sembrano filigrana. Ma soprattutto  è straordinario capire da Azar come sono tante e varie le forme del silenzio. Quello che una tirannia impone ai propri cittadini, rubando loro i ricordi oppure quello dei testimoni che scelgono di tacere sulla verità. Soprattutto il silenzio che concediamo a noi stessi, “la nostra personale mitologia, le storie che sovrapponiamo alle nostre vite reali”.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, traduzione di Ombretta Giumelli, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

Tempo d’estate

12 settembre 2015

Con quell’aria umida sembrava di avere acqua nei polmoni, come se si stesse per affogare. Una debole brezza mosse il bucato steso ad asciugare, ma i panni ricaddero immediatamente, esausti dopo lo sforzo. Nonostante il caldo, rifiutavano di asciugarsi. I temporali quotidiani non servivano ad abbassare le temperature; riuscivano solo a creare un vapore torrido e insopportabile. Era come essere cotti vivi, pensò Missy. Come quei grossi granchi nella vasca di acqua salata, che aspettavano di finire in pentola quella sera. Uscì a fare il bagno al bambino nella bacinella all’ombra del baniano, per lavarlo e rinfrescarlo. Felice, il piccolo schizzò entrambi di acqua saponata. Qualche ora prima quella mattina, mentre dormiva nella cesta nuova, le sue guance rotonde avevano assunto un’allarmante tonalità di rosso, come le fragole troppo mature fuori dalla porta della cucina. A volte arrivavi ad averne abbastanza anche di una cosa gustosa come le fragole. Il raccolto di quell’estate aveva avuto la meglio persino sulle sue formidabili capacità di conservarle, e i frutti erano rimasti a marcire sulle piante.

tdeÈ il luglio del 1932, siamo in piena Grande Depressione, sono in vigore le leggi Jim Crow che hanno creato segregazione razziale e i linciaggi sono pratica comune in tutto il Sud.
A Heron Key, in Florida, il picco di caldo non sembra voler dare tregua. Missy, però, è carica di gioia e attende con ansia il barbecue del 4 Luglio che, col suo spettacolo pirotecnico, è l’evento più atteso del calendario sociale di Heron Key, l’unico a cui sono ammesse le persone di colore, “nella spiaggia a loro riservata, ovviamente”.
Missy è emozionata anche perché sa che Henry Roberts è tornato. Sono passati quasi vent’anni da quando, ragazzo, è partito per la guerra in Europa e da allora non l’ha più visto. Tra loro c’è stato qualcosa di speciale, qualcosa che Missy conserva intatto dentro di sé. Quando erano bambini Henry le raccontava storie bellissime che le hanno, in un certo modo, cambiato la vita. Ora lui è qui, davanti a lei, è passato tanto tempo ed è un veterano ma sembra un vagabondo, ha la barba ispida e grigia, oltre a una cicatrice lunga e curva sul collo.

Vanessa Lafaye, Tempo d’estate, traduzione di Chiara Brovelli, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

La strada delle Fiandre

9 settembre 2015

Aveva una lettera in mano, alzò gli occhi mi guardò poi di nuovo la lettera poi di nuovo me, potevo vedere dietro di lui andare e venire passare le macchie rosse mogano ocra dei cavalli condotti all’abbeveratoio, c’era tanto fango che ci si affondava dentro fino alle caviglie ma mi ricordo che nella notte d’improvviso aveva gelato e Wack entrò nella camera a portare il caffè dicendo I cani si sono mangiati il fango, io non avevo mai sentito quell’espressione, mi sembrava di vedere i cani, delle creature infernali mitiche le fauci dagli orli rosa i denti freddi e bianchi da lupo biascicare il fango nero nelle tenebre della notte, un ricordo forse, i cani divorare sgombrare far piazza pulita: ora era grigio e noi nel corrervi sopra ci torcevamo i piedi, in ritardo come sempre per l’appello mattutino, rischiando di slogarci le caviglie nelle profonde impronte lasciate dagli zoccoli e dure adesso come la pietra, e dopo un istante disse Mi ha scritto vostra madre.

lsdfUn classico, forse. Un libro importante di sicuro. Un successo significativo tradotto in molte lingue che ha venduto un numero considerevole di copie.
La strada delle Fiandre di Claude Simon è un libro-mosaico che disorienta sfidando l’attenzione del lettore per la sua complessa sperimentazione.
Protagonisti la memoria e il linguaggio, aspetti che Simon porta al limite tramite l’impiego sistematico delle tecniche del monologo interiore e del flusso di coscienza, attraverso le quali rappresenta ‘in presa diretta’ lo scorrere incessante e spesso informe dei pensieri, delle percezioni, delle associazioni mentali consapevoli e inconsapevoli dei personaggi.

Claude Simon, La strada delle Fiandre, traduzione di Guido Neri, collana Biblioteca Neri Pozza, Neri Pozza 2015.