Archive for ottobre 2015

Un mondo perduto e ritrovato

22 ottobre 2015

umperAleksandr Romanovic Lurija (Kazan 1902 – Mosca 1977) è considerato a tutt’oggi il massimo esperto russo di neuropsicologia, disciplina che studia i rapporti tra cervello e mente. Negli anni Trenta ha dedicato vari studi a processi psicologici vasti e articolati come il linguaggio e lo sviluppo delle funzioni cognitive. Ha voluto approfondire, in particolare, le relazioni fra linguaggio e pensiero ricavandone molteplici aspetti patologici. Da qui nasce con ogni probabilità il suo notevole interesse per i disturbi psicologici prodotti da traumi cerebrali.

Un mondo perduto e ritrovato, “patografia” straordinaria, racconta la storia di un paziente (seguito da Lurija per venticinque anni) ferito gravemente in guerra (nel 1943) dai frammenti di un proiettile, con danno alla regione occipito-parietale sinistra del cervello.
Zasetski, questo il suo nome, soffre di un caos visivo che varia di continuo. Gli oggetti nel suo campo visivo sono instabili, sfavillano, cambiano di posto, per questo ogni cosa sembra in un perenne stato di flusso.
A Zasetski non è possibile vedere, e nemmeno immaginare, il lato destro del proprio corpo: il senso di lato destro gli è sparito sia in relazione al mondo esterno che a se stesso. “Qualche volta pensa che delle parti del corpo siano cambiate, che la sua testa sia divenuta smoderatamente grande, il suo tronco sia estremamente piccolo, le sue gambe si siano spostate… Ma soprattutto, e infinitamente più serie di tutte queste, sono le devastazioni della memoria, del linguaggio e del pensiero: Nella memoria non c’è nulla, non riesco a ricordare una sola parola…”

Un mondo perduto e ritrovato è la storia di queste fatiche e di queste sofferenze, di questi momenti “forti” in cui paziente e medico diventano quasi un tutt’uno completandosi. Il titolo originario del libro era Io combatto ancora e si capisce, dalla scrittura, quanto Lurija apprezzi Zasetski come un combattente dalle grandi doti.
Un mondo perduto e ritrovato racconta un uomo vivo che si batte con tenacia per il proprio cervello, provando ad ogni passo insuperabili difficoltà, ma che alla fine uscirà vincitore in questa estenuante, impari lotta. E forse qui, per dirla con Oliver Sacks, c’è indubbiamente un concetto generale “che si applica a tutti noi, anche se lo impariamo di nuovo da Zasetskij, la lezione che ci hanno insegnato anche Socrate, Freud, Proust: che una vita, una vita umana, non è una vita fino a quando non è esaminata; che non è una vita fino a quando non è veramente ricordata e assimilata; e che questo ricordo non è qualcosa di passivo, ma attivo, la costruzione attiva e creativa della vita di un individuo, la scoperta e la narrazione della vera vita di un individuo.”

Aleksandr Lurija, Un mondo perduto e ritrovato, traduzione di Mario Alessandro Curletto, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

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Questa vita tuttavia mi pesa molto

19 ottobre 2015

efqvtmpmRembrandt Bugatti è figlio di Carlo, noto produttore italiano di mobili e fratello di Ettore, mitico costruttore di automobili dalla sintesi mirabile di estetica raffinata e potenza meccanica.
Bambino dotato di uno sviluppo intellettuale superiore a quello dei coetanei, Rembrandt si dedicherà presto alla scultura animalista.
Nel 1902, si trasferisce con la sua famiglia a Parigi e tre anni dopo sottoscrive un contratto con il fonditore Hébrard per la riproduzione delle sue opere in bronzo. Il successo sarà imprevisto e velocissimo.
Nel 1907, il giovane Bugatti va a vivere ad Anversa – su invito ufficiale della Società reale di zoologia – e lì non solo frequenterà liberamente lo zoo cittadino, ma ritrarrà i suoi  diversi “ospiti” (sarà autorizzato anche a dar loro da mangiare e perfino ad accudirli) che “guarda con invidia alla loro beata inconsapevolezza”.
Il suo bestiario è molto vario: ci sono mammiferi europei ed esotici, ma anche uccelli, rettili, spesso anche strane specie che mai nessuno mai aveva raffigurato fino ad allora.
“Il giardino zoologico è la mia consolazione” scriverà un giorno al fratello Ettore. “Quando sono di fronte a loro e li fissò negli occhi, racconta alla madre, mi sembra, non metterò a ridere, di rendermi conto delle loro gioie e delle loro pene. Lo so che pare una sciocchezza, a cosa sentimentale, dice sconcertato dalle sue stesse parole, ma è così.”

Questo suo idillio durerà però pochi anni perché dopo lo scoppio della guerra, nel 1914, tutti gli animali dello zoo saranno abbattuti da un plotone di cinquanta uomini del II reggimento degli Chasseurs à Pied armati di fucile Mauser a ripetizione con baionetta innescata. Si aveva paura della fuga delle belve, ma anche che il nemico potesse impadronirsi degli animali più pregiati.

Malato e depresso, privato della compagnia degli animali, solo più che mai, Bugatti si suiciderà con il gas nel 1916 a nemmeno trentatré anni.

Edgardo Franzosini è scrittore di grande qualità letteraria e si dimostra sempre più affascinato “dalle figure più eccentriche e dalla loro sofferenza umana” di cui ama ricostruire – e quindi reinventare – la biografia.
In Questa vita tuttavia mi pesa molto scrive di Rembrandt Bugatti e della sua vita con una scrittura essenziale, precisa, a volte tesa, altre sinuosa e bellissima. Una scrittura moderna in continua ricerca che intende parlare dell’oscuro, di ciò che non è ancora stato visto.

Edgardo Franzosini, Questa vita tuttavia mi pesa molto, Piccola Biblioteca 680, Adelphi 2015.

Ricordati dei fiori

15 ottobre 2015

Ricordati dei fiori COPERTINA 2Già l’idea di scrivere un libro che parla della morte è un rischio letterario. Il tema solletica quanto l’amore, nelle forme più disparate e la banalità è sempre in agguato, a meno che non si tratti di un romanzo giallo, dove per convenzione la nera signora entra per diritto prepotente, anche quando non aggiunge una lettera, che sia una, a tutto ciò che è già stato detto e per omnia saecula saeculorum amen, nel suo genere.
Lo strano libro di Giuseppe Braga Ricordati dei fiori, uscito a maggio 2015 per l’editore Priamo, percorre una strada per quanto possibile veramente originale.
L’autore, provvisto di tenerezza e di spirito di osservazione autentici, scrive un curioso e piacevole livre de chevet, dove la narrazione procede per racconti essenziali con descrizioni spesso lapidarie (mi si perdoni l’accostamento cimiteriale), o per baluginanti considerazioni o anche per citazioni: ognuna di esse progressivamente numerate e su cui è possibile ritornare a riflettere. L’evento da cui muove è la morte prematura del padre. Fin qui siamo nella dolorosa normalità. Ma l’intenzione letteraria si dipana in una forma dall’espressività, quasi toccante, di colta ingenuità: nel testo non entrano le ardite speculazioni filosofiche sul Mistero, se prima non sono state rese potabili attraverso un’operazione di sapiente traduzione. Risaltano soltanto da aneddoti, dalla singolare minuziosa osservazione della vita che scorre accanto alle sepolture, giacché sono sempre i vivi, cioè chi resta, a definire il senso dei gesti comuni, delle piccole manie, degli atti di pietà e a farne scaturire emozioni o atteggiamenti di discutibile significato, dove i sentimenti si mescolano con il kitsch degli arredi funebri. E dove l’involontaria comicità delle situazioni si fonde, per le regole che dominano la realtà quotidiana, al dolore profondo. Braga teme, con grande pudore, che la pesantezza di un racconto così toccante, le conseguenze della perdita del caro papà, possano trasformarsi in un esito lacrimevole. Così alterna ai passaggi di una cronaca familiare davvero commuovente altrettanti stacchi dove entrano con pari dignità definizioni da humor inglese che stemperano, ma senza mai sporcarla, l’atmosfera sconvolgente che fa immediato seguito al lutto.
L’autore fa avvertire al lettore la potente implosione che scatena la percezione dell’assenza inesorabile, ma quasi mai riferendosi, come misura del dolore, a se stesso. Piuttosto si serve discretamente degli altri che sono coinvolti nell’identico dramma e soprattutto della madre: sono quelli suoi gli occhi che luccicano e i tremori. Oppure, quasi a esorcizzare la ferita, scarica sul fratello la propria tensione, facendolo apparire quasi inopportuno e invadente, nella sua capacità di sognare spesso il padre e di farne partecipe appunto la mamma, rinnovandone così il dolore. L’autore usa figure emblematiche, come l’amico Pietro, quando traccia percorsi che portano a indagare in astratto sul nostro destino, anche se l’operazione è facilitata, ma solo in apparenza, da una dose troppo abbondante di birra che invece aggiunge ulteriore confusione all’enigma insolubile.
Gli appartengono direttamente le descrizioni attraverso gli oggetti, come l’auto da vendere che quasi assume un valore personificato, la ruspa, le statuine, i fiori e tanti altri simboli. Tutti questi rendono al lutto la dimensione malinconica, ma umanissima che gli compete: non conosciamo la morte e forse non è neppure il caso di pronunciare questo nome terribile. Ci appartiene il regno della vita che pure scorre quotidiana intorno ad essa e da essa ricava paradossalmente un motivo per esistere, corazzati da una garbata, ma non impudente ironia. È un bel libro da consigliare per la lettura, questo di Braga: assolutamente scorrevole, scritto sempre facendo attenzione alla lezione di Calvino che impone leggerezza, sorriso, anche se malgrado tutto potranno, maledizione alla debolezza, comparire delle lacrime specie a chi riconosce nel testo il percorso di una propria esperienza vissuta.

(di Roberto Masiero)

Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero

1 ottobre 2015

L’anti-Rimbaud. Se si volesse definire con una parola Henry de Monfreid, questa sarebbe la più indicata, pur se fuorviante. Prima di vivere il giovane Arthur aveva già scritto tutto, e il viaggiare per lui non sarà altro che l’esperienza della sua opera, laddove l’ormai cinquantenne Henry arriva alla scrittura dopo aver tutto vissuto e il viaggiare è, più semplicemente, la sua opera, l’unico modo possibile per sopportare e/o fuggire il mondo. Più in là nell’antinomia non si può andare, pena la confusione, perché la pasta umana era la medesima, l’insofferenza per le consuetudini, una doppia vita che è insieme morte e rinascita, l’Io che diviene un Altro. E tuttavia comincia tutto con Rimbaud e nato insieme finisce, crocevia e stazione ferroviaria, ultima tappa di un certo Ottocento avventuroso e letterario, punto di partenza del Novecento problematico e ideologico che ne prenderà il posto. Anche il luogo scelto è a suo modo emblematico, perché l’Abissinia e il mar Rosso, Harar e Aden, la Dancalia e l’Arabia Felix è ciò che ancora sopravvive di un secolo e passa di colonizzazione forzata, il fardello dell’uomo bianco e insieme l’uomo bianco che volle farsi re.

icnHenry de Monfreid nasce il 14 novembre 1879 a La Franqui-Leucate da George-Daniel de Monfreid e Amélie Bertrand.
Suo padre è pittore e incisore, frequenta i circoli artistici parigini della fine del XIX secolo ed è grande amico di Gauguin. I suoi genitori, però, si separeranno nel 1892 e la madre avrà l’affido di Henry, che frequenterà il liceo a Carcassonne e poi l’università a Parigi (ma sarà un’esperienza che durerà poco).
Mentre è a Parigi per studiare Henry incontra Lucie Dauvergne, già madre di un bambino, che gli darà (nel 1905) il  primo figlio, Marcel.
Cambierà diversi lavori, farà l’autista e il chimico e nel 1906  si trasferirà a Fécamp sulla Costa d’Alabastro in Alta Normandia. Questo luogo (in cui Georges Simenon ambienterà importanti tratti del romanzo Pietr il Lettone) sarà per lui fatale e la vicinanza col mare rafforzerà il suo amore per la navigazione proiettandolo verso nuovi orizzonti e verso nuove avventure.
Nel 1908 si licenzia dalla ditta per cui lavora, acquista una cascina per produrre e commercializzare il latte, ma le cose non andranno bene e nel giro di due anni la venderà per problemi con la giustizia.
Si separerà da Lucie e cambierà totalmente vita. Andrà in Africa, ma nel frattempo si ammala. Incontrerà quella che sarà la sua nuova compagna, Armgart Freudenfeld, figlia del governatore tedesco dell’Alsazia occupata.
Poco dopo, nel 1911, un amico gli trova un lavoro a Gibuti per una ditta che commercia caffè e pellame. Da questo momento avrà inizio la sua vita leggendaria. Una vita che può essere considerata essa stessa un romanzo e di cui Stenio Solinas scrive in modo mirabile.

Stenio Solinas, Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero, collana Il Cammello Battriano, Neri Pozza 2015.