Archive for dicembre 2015

Una passeggiata nei boschi

10 dicembre 2015

Un giorno, non molto tempo dopo il mio trasferimento con la famiglia in una cittadina del New Hampshire, mi ritrovai su un sentiero che spariva in un bosco ai margini dell’abitato.
Un cartello annunciava che non si trattava di un sentiero qualunque, ma del famoso Appalachian Trail. Con un’estensione di oltre 3400 chilometri lungo la costa orientale degli Stati Uniti, attraverso la catena placida e invitante dei monti Appalachi, l’Appalachian Trail è il capostipite di tutti i sentieri a lungo percorso. Solo la parte che si trova in Virginia è lunga il doppio del Pennine Way. Dalla Georgia al Maine taglia quattordici stati, attraverso morbide e piacevoli colline i cui nomi stessi — Blue Ridge, Smokies, Cumberlands, Catskills, Green Mountains — sembrano altrettanti inviti al viaggio. Chi potrebbe pronunciare le parole «Great Smoky Mountains» o «Shenandoah Valley» senza sentire un impulso insopprimibile, per usare le parole una volta impiegate dal naturalista John Muir, di «ficcare una pagnotta e un po’ di tè in una bisaccia e scavalcare lo steccato»?
E ora, inaspettatamente, eccolo snodarsi davanti a me, in curve pericolosamente seducenti, attraverso la placida cittadina del New England in cui mi ero da poco trasferito. II fatto che potessi uscite di casa e camminare per tremila chilometri fino alla Georgia, oppure prendere la direzione opposta e arrampicarmi sulle aspre e sassose White Mountains fino alla fiabesca prua del Mount Katahdin, sospeso su un letto di foresta a settecento chilometri a nord e immerso in uno scenario naturale che pochissimi esseri umani hanno avuto l’occasione di contemplare, mi pareva un’idea straordinaria. Al punto che una vocina nella mia testa cominciò a sussurrare con una certa insistenza: «Figata! Andiamo!»

bbupnbUna passeggiata nei boschi è molto più di un diario di viaggio. È qualcosa di strano e di illuminante, anche meraviglioso un atto d’amore nei confronti della natura americana e dell’intero pianeta. Un libro di memorie on the road in cui l’autore, Bill Bryson (noto scrittore di viaggi vissuto in Inghilterra per vent’anni) torna negli Stati Uniti e ha subito l’occasione di fare una lunga camminata sulla Appalachian Trail, uno dei più grandi percorsi escursionistici d’America.
“Può sembrare un’osservazione del tutto ovvia, ma per me fu un vero e proprio trauma, quando mi resi conto che si sarebbe trattato di un’impresa del tutto differente da una passeggiata nel Lake District, con lo zainetto della merenda e una cartina, che si conclude felicemente in un confortevole alberghetto.”
Lo accompagnerà Stephen Katz, suo vecchio amico del college ed ex alcolista. Entrambi sono fuori forma e principianti in fatto di trekking, ma fa davvero impressione come riescono a sopportare i tanti disagi che incontrano lungo il percorso.
Ne viene fuori un testo autoironico e pungente (con spunti ambientalisti di particolare rilievo) che riesce a rendere molto bene l’idea di due amici che si mettono in marcia tra i boschi senza avere la minima idea dei comportamenti minimi di sicurezza da tenere in una situazioni simili.
“Non so esattamente quando persi Katz, ma fu certamente entro le prime due ore di cammino. All’inizio aspettavo che mi raggiungesse, imprecante a ritmo di marcia e fermandosi a ogni passo per detergersi la fronte e dare un’amara occhiata a ciò che gli riservava l’immediato futuro. Era uno spettacolo sotto ogni aspetto penoso. A un certo punto decisi di aspettare finché non l’avessi visto ricomparire, per essere almeno sicuro di averlo ancora dietro, che non fosse caduto sul sentiero in preda alle palpitazioni, o non avesse scaricato lo zaino per dirigersi alla ricerca di Wes Wisson. Così aspettavo, finché non lo vedevo comparire tra gli alberi con il fiatone, incredibilmente lento e impegnato in un rumoroso e amaro soliloquio. A metà strada della terza cinta, di nome Black Mountain e alta circa mille metri, mi fermai per l’ennesima volta ad aspettare, e aspettai finché per un attimo pensai di tornare sui miei passi a vedere che fine aveva fatto íl mio compagno. Ma poi cambiai idea e mi rimisi in cammino. Avevo le mie piccole angustie a cui pensare.”
Perché essere positivi aiuta ad affrontare anche le situazioni più complicate e nella vita sorriso e ironia non devono mai mancare… 😉

Bill Bryson, Una passeggiata nei boschi, traduzione di Giuseppe Strazzeri, Narratori della Fenice, Guanda 2015.

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Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo

8 dicembre 2015

BODONI TACCHI Il fatto è che i russi, il 26 aprile, arrivarono a Lecco, gli austriaci a Cassano d’Adda… Suvarow e Melas…

DONNA QUIRINA Suvarow? il nome non mi riesce nuovo. Il trisnonno materno del mio povero Pino,… mi diceva Pino che i cosacchi lo devono aver trascinato con la corda al collo per tutta via Manzoni… che allora però non si chiamava Manzoni.

DE’ LINGUAGI Permette? (apre un libro) Non è della professoressa Gambini:… lo riconosco.

DONNA QUIRINA E invece è proprio suo. Me lo ha prestato l’altro ieri.

ceg001Ugo Foscolo faceva imbestialire Carlo Emilio Gadda e questa “farsa” a tre voci andata in onda nel 1958 sul Terzo Programma della Radio è stata per lui un’occasione per demolire l’’artista fatuo e salottiero “con una prosopopea insopportabile, e una cialtroneria da intrigante-mandrillo”.
Le tre voci di questo suo unico testo teatrale sono quelle della superficiale e vacua Donna Quirina Frinelli che pende dalle labbra dell’amica dotta professoressa Gambini, dell’enfatico e borioso Manfredo Bodoni Tacchi, grande ammiratore del poeta e dello sfacciato Carlo De’ Linguagi (Gadda notoriamente ha una scrittura lessicalmente e stilisticamente composita, nella quale convergono codici, linguaggi speciali e gerghi diversi, con un effetto voluto di disomogeneità e stravolgimento… il perfetto alter ego, insomma), spietato e irriverente accusatore del Basetta Ugo Foscolo (cui attribuisce scaltrezza, teatralità, opportunismo e ne scopre gli errori grossolani).
In sostanza Foscolo, anzi il Foscolo, (chiamato di volta in volta scimpanzé, roditore, scoiattolo, piteco…) diventerà il simbolo di una cultura inutile e vuota. Una falsa e nefasta cultura che nasconde il proprio volto sotto una maschera seducente ed è pronta a prostituirsi al potere senza dignità.

Carlo Emilio Gadda, Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, a cura di Claudio Vela, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

I russi

3 dicembre 2015

Non c’è niente di più azzardato che circoscrivere, isolare un elemento psicologico per attribuirgli un nome, un’etichetta, una «funzione». La psicologia — con la buona pace di molti colleghi — non è una scienza: ogni dato vale in fondo solo per quel tanto di marginale provvisorio approssimativo che può contenere, né può essere assunto come determinatore o indice di una precisa qualità. Il pericolo delle generalizzazioni affrettate, dell’immobilizzazione e del disseccamento anatomico di agenti vivi è in questo terreno più sensibile che altrove. Il tale genere di cose meglio che altrove formulare è astrarre. E se è lecito, anzi degno di incondizionata lode, porre l’uno sull’altro gli addendi, non è affatto lecito tirar le somme. Per la buona ragione che le somme non tornano mai. Due più due, insomma, in psicologia non ha mai fatto quattro. E guai, aggiungerò se facesse quattro.

tlirNel 1928 Tommaso Landolfi si trasferisce per gli studi universitari a Firenze (la “città unica” che segnerà gli anni della sua formazione letteraria vera e propria) dove si laureerà in Lettere (il suo esordio di narratore era avvenuto nel 1926 in «Solaria», e nelle edizioni di «Solatia», nel 1928, aveva pubblicato la sua prima raccolta di racconti).
Frequenterà in modo assiduo l’ambiente letterario fiorentino tra le guerre venendo a contatto con le personalità più vive dell’ermetismo. Incontrerà in uno straordinario  ambiente di dedizione verso la poesia e la traduzione (basato su una vocazione europea nata dallo studio delle letterature straniere) quelli che resteranno i suoi amici più cari, cultori come lui di letterature straniere: il francesista e ispanista Carlo Bo, il germanista Leone Traverso e soprattutto lo slavista Renato Poggioli (“vero protagonista della poesia e della letteratura italiana ingiustamente dimenticato”).
La letteratura russa sarà una delle influenze maggiori nella formazione di Landolfi. Ne La lettura, lui notoriamente così schivo, si lascerà sfuggire di esserne stato “in altri tempi uno specialista bell’e buono”. Il russo lo imparerà a Firenze dal barone Ottokar e condividerà questa passione letteraria con Renato Poggioli, in quella che più tardi ricorderà come “la parte più felice della sua vita”.
“Mi accorgo di esser caduto nel vizio in principio deprecato e di star parlando di tutto fuorché, quasi, di letteratura in senso proprio: che è certo il tranello dell’argomento. Ma gli è anche, per riprender l’accenno e render giustizia a chi di ragione, che una letteratura in senso proprio non esiste probabilmente in Russia. Si è già numerose volte notato che «il legame fra letteratura e vita è laggiù assai più stretto che da noi»: potremmo dire, meglio, che la letteratura russa è un fatto di vita, un fenomeno, una funzione vitale.”

Tommaso Landolfi, I russi,  a cura di Giovanni Maccari, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.