L’invenzione dell’inverno

Ricordo la mia prima tempesta di neve come se fosse ieri, anche se, in realtà, era il 12 novembre 1968. La neve cominciò a cadere subito dopo le tre. Ero a casa da scuola, in un appartamento del complesso Habitat ’67 — nel vecchio sito dell’Expo, sul San Lorenzo — dove la mia famiglia si era trasferita pochi mesi prima.
Naturalmente avevo già visto la neve negli Stati Uniti, quando ero più piccolo e abitavo a Filadelfia; quella neve, però, era un evento, un prodigio che capitava una volta l’anno. Questa invece, con la sua soffice persistenza e l’intensità avvolgente, la prematura comparsa nel calendario (era metà novembre!) e la soddisfazione con cui tutti sembravano accogliere quell’anticipo, si presentava come una cosa che sarebbe andata avanti per mesi e avrebbe avvolto un intero mondo. Io ero in piedi, dietro il vetro sottile della finestra panoramica che dava sulla terrazza e osservavo, dall’altra parte, la prima neve tracciare il profilo del paesaggio, cadere enfatizzando piante, alberi e luci, disegnando intorno a essi esili contorni bianchi e poi, lentamente, seppellendoli sotto cumuli e dune. Sapevo di aver varcato la soglia di un mondo nuovo, il mondo dell’inverno.

Come scriveva Flaubert, l’inverno è “sempre eccezionale”, forse perché “più sano delle altre stagioni”.
Gopnik
in questo libro esplora le diverse idee comuni associate all’inverno, inteso come stagione. Ripensa i sentimenti, le visioni e i ricordi del tempo più freddo e più buio dell’anno col suo ruolo di importantissimo marcatore temporale in grado di rallentare la vita.
“I miei sono ricordi di serenità. Di un raro senso di equilibrio perfetto, mentre stavo in cima a Mount Royal, nel cuore di Montreal, con gli sci da fondo ai piedi, alle cinque d’un pomeriggio di febbraio, e avvertivo una sensazione di tranquillità, un attaccamento al mondo, una comprensione della realtà, che non avevo mai provato prima.”
Gopnik dimostra che la nostra attuale comprensione di inverno è in gran parte un fenomeno moderno e che il nostro atteggiamento nei suoi confronti è cambiato nel corso del tempo, come, in genere, abbiamo stravolto il modo in cui interagiamo con le stagioni.
“L’inverno come immagine cambia insieme alla nostra percezione di essere al riparo dai suoi rigori: il vetro della finestra — come avvertivo in quella tempesta di neve novembrina — è la lente attraverso cui l’inverno moderno viene sempre contemplato. Il fascino dell’inverno è possibile solo quando abbiamo un luogo coperto, caldo e sicuro in cui rifugiarci, e l’inverno, oltre che un periodo da attraversare, diventa una stagione da osservare. Per Henry James, le tre parole più felici della civiltà borghese dell’Ottocento erano «pomeriggio d’estate». Le tre parole che per tutta risposta tormentavano l’immaginazione di quella stessa cultura erano «sera d’inverno».”

Un libro scritto per un pubblico canadese, con riferimento al Nord America (con vari “salti” nella storia e nella letteratura europea). Non può ovviamente essere uno sguardo esaustivo, ma riesce lo stesso a offrire una visione dell’inverno nordamericano nei tempi moderni.

Adam Gopnik, L’invenzione dell’inverno, traduzione di Isabella C. Blum, Narratori della Fenice, Guanda 2015.

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