Archive for febbraio 2016

Il larice. Albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna

27 febbraio 2016

mariorsasiagoDa sempre l’albero ha esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Dice Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” che «… non meno degli Dei, non meno dei simulacri d’oro e d’argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Agli alberi come specie o anche come singole creature sono legati miti e leggende, favole e fiabe ma anche storie vere. Gli antichi poeti raccontano di Egido, mostro spargitore di fuoco, che distrusse le foreste dalla Frigia alle Indie e dal Libano alla Libia; infine fu vinto e venne ucciso dalla dea Atena nella pianura dell’Epiro.
Forse questo mostro sacro era stato ideato per esprimere le violenze devastanti dei conquistatori o, anche, il bisogno delle società in crescita di aumentare i terreni coltivabili. Ma il risultato fu anche che questi grandi e disordinati diboscamenti portarono diminuzione delle piogge, inaridimento delle sorgenti e l’inizio del deserto. Fu da allora, come scrive Adolfo di Bérenger nel suo bel saggio “Dell’antica storia e giurisprudenza forestale” (Venezia, 1863) che gli uomini al fine di dover proteggere gli alberi e i boschi decisero leggi per la conservazione: «… e l’afforzarono col mistero della religione, perché fossero meglio rispettate ovunque e da tutti».
Oggi, dopo migliaia d’anni, il fenomeno della distruzione forestale si va ripetendo in altri luoghi della Terra; e se poco valgono gli allarmi degli scienziati, se leggi non vengono emanate o rispettate, quali miti, quale forza di religione si dovrebbero ideare, quale nuova dea Atena dovrebbe intervenire per fermare il novello Egido ignivomo che devasta la grande foresta dell’Amazzonia?
Con queste rievocazioni, amici lettori, vorrei raccontarvi di quanto sugli alberi sono venuto a sapere nel corso dei miei anni, di quanto ho appreso camminando e lavorando per boschi, da testi anche antichi, da poeti e boscaioli, da dottori forestali, e spero, come vado dicendo da un po’ di tempo, che la carta che uso per questo mio scrivere valga almeno l’albero che l’ha data Incomincerò dagli alberi del mio brolo e poi dirò di quelli della mia terra, perché di tutti sarebbe impossibile scrivere e se, alla fine, qualcosa sono riuscito a comunicarvi, mi sentirò lieto nel cuore. Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto.
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Incipit de “Il ragazzo morto e le comete”

25 febbraio 2016

gpg001Questa è una sera d’inverno. Prima che il buio e il gelo arrivino nei cortili a tramontana per tutta la notte, Giorgio, Abramo e gli altri ragazzi accendono fuochi con foglie fradice, rami morti e carta raccattata nelle immondizie. Il fumo pieno di umori estivi e di erbe aromatiche cammina dentro i cunicoli delle fogne dove il canale s’insinua a trasportare erbe, gatti morti, piccoli involti dal contenuto roseo e informe, spellato dall’acqua.
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La coppa d’oro

24 febbraio 2016

HJ28 novembre. Situazione, non strettamente collegata a quanto sopra, suggerita da qualcosa riferitami di recente su un matrimonio simultaneo, a Parigi (o forse solo un «fidanzamento», credo), di un padre e di una figlia. La figlia – naturalmente americana – è fidanzata con un giovane inglese, e il padre, vedovo e ancora giovanile, ha chiesto in sposa proprio nello stesso periodo una ragazza americana più o meno coetanea della figlia. Mettiamo che l’abbia fatto per consolarsi dell’abbandono – per rifarsi della perdita della figlia, alla quale era affezionato.
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Prima del calcio di rigore

24 febbraio 2016

Una mattina, presentandosi al lavoro, l’elettroinstallatore Josef Bloch, che era stato un portiere di qualche fama, venne informato del suo licenziamento. Bloch, almeno, interpretò come un’informazione di questo tenore il fatto che, al suo apparire sulla porta della baracca in cui sostavano gli operai, soltanto il capomastro sollevasse gli occhi dalla colazione, e abbandonò il cantiere. Per la strada alzò un braccio, ma — a parte il fatto che Bloch non aveva alzato il braccio per chiamare un taxi — la macchina che gli passò vicino non era un taxi. Alla fine sentì davanti a sé il rumore di una frenata; Bloch si voltò; dietro di lui c’era un taxi, il taxista imprecava; Bloch tomò a voltarsi, montò e si fece portare al mercato gastronomico. Era una bella giornata d’ottobre. Bloch mangiò una salsiccia calda a un chiosco, poi camminò tra i chioschi verso un cinema.

pdcdrLicenziato dal suo lavoro in cantiere, l’ex portiere di calcio Josef Bloch inizia a vagare senza mèta per Vienna. Va al mercato, al cinema, allo stadio e cerca una stanza d’albergo.
L’eccitazione lo pervade da capo a piedi. Tutti i suoi sensi sono allerta. Fiuta l’aria, tende l’orecchio, ha la sensazione che qualcosa non quadri.
Cerca disperatamente un contatto, anche se non sa con chi.
E allora ucciderà, senza motivo, per puro istinto morboso. Sentendosi lontano, svuotato. Come un portiere che si prepara a parare un calcio di rigore.
Tenterà così la fuga verso il confine e avrà anche l’illusione di salvarsi, di farcela. Eppure, insinuante, ossessiva, l’idea di essere spiato da una forza misteriosa, decisa ad annientarlo, resisterà.
«Il portiere si domanda in quale angolo l’altro tirerà» disse Bloch. «Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via.»
Prima del calcio di rigore è uno dei testi più importanti di Peter Handke, un thriller ricco di suspence, coinvolgente e condotto con un ritmo pieno di fascino.

Peter Handke, Prima del calcio di rigore, Guanda.

Una spola di filo blu

18 febbraio 2016

Una sera di luglio del 1994, Red e Abby Whitshank ricevettero una telefonata dal figlio Denny. Era tardi, si stavano preparando per andare a letto. Abby, in sottoveste davanti al comò, sfilava le forcine dalla sua disordinata crocchia color sabbia; Red, un uomo scuro, magro, in pantaloni del pigiama a righe e maglietta bianca, si era appena seduto sul bordo del letto per sfilarsi i calzini. E così, quando il telefono squillò sul suo comodino, fu lui a rispondere. «Casa Whitshank» disse.
E poi: «Oh, sei tu, ciao».
Abby girò le spalle allo specchio con le mani ancora nei capelli.
«Cosa» disse Red senza punto di domanda.
E poi: «Eh? Oh, Denny, ma che cavolo…»
Abby lasciò cadere le braccia.
«Pronto?» disse Red. «Aspetta. Pronto? Pronto?»
Rimase in silenzio per un momento e poi riagganciò.
«Cosa c’è?» gli chiese Abby.
«Dice che è gay.»
«Cosa?»
«Ha detto che doveva dirmi una cosa: che è gay.»
«E tu gli hai sbattuto il telefono in faccia?»
«No, Abby. È stato lui a sbattere il telefono in faccia a me. Io ho solo detto: ‘Ma che cavolo’ e lui ha riattaccato. Clic! Così.»

 

usdfbCon fresca e ariosa leggerezza, per anni, Anne Tyler è stato un’eccellente osservatrice delle idiosincrasie e delle fragilità umane.
In questo delizioso e commovente (e maledettamente realistico) romanzo ci presenta la famiglia Whitshanks con la madre Abby, il padre Red e i loro quattro figli ormai già adulti che, come la maggior parte delle famiglie, non sempre vanno d’accordo e certe volte hanno segreti inconfessabili.
Leggendo queste storie così realistiche siamo in grado sia di ridere che di piangere perché questa famiglia, con tutti suoi componenti, ci ricorda in qualche modo e così tanto le nostre, quelle che conosciamo e amiamo.

C’era qualcosa che non andava in Abby, se non moriva dalla voglia di trascorrere ogni minuto libero con i suoi nipoti? In fondo li amava, no? Li amava così tanto da avvertire una specie di vuoto sulla superficie interna delle braccia tutte le volte che li guardava, il desiderio doloroso di averli vicini e tenerli stretti a sé. I tre ragazzini erano un groviglio inestricabile, sempre definiti collettivamente come un’unica entità, ma Abby sapeva bene quanto fossero diversi uno dall’altro. Petey era il più apprensivo, e dava ordini ai suoi fratelli non per cattiveria, ma per un istinto di protezione, di branco; Tommy aveva la natura solare del padre e le sue capacità diplomatiche, mentre Sammy era il suo piccolino, ancora con il suo profumo di succo d’arancia e pipì, ancora felice di starle in braccio e farsi leggere una storia da lei. E poi c’erano i più grandi: Susan, così seria, affettuosa e bene educata — ma era del tutto a posto? — e Deb, identica a come era Abby alla sua età, curiosa come una bertuccia, e il povero e maldestro Alexander, che ce la metteva tutta e le straziava il cuore, e poi Elise, così diversa da lei, così totalmente altra da farla sentire privilegiata di poterla vedere così da vicino.
Ma era più facile, per qualche motivo, pensare a tutti loro da lontano che trovarsi a stretto contatto, costretta a farsi spazio in mezzo a loro.

Anne Tyler, Una spola di filo blu, traduzione di Laura Pignatti, Guanda 2015.

Il racconto del Pellegrino

18 febbraio 2016

Fino all’età di ventisei anni, fu uomo dedito alle vanità del mondo e si dilettava soprattutto nell’esercizio delle armi con un grande e vano desiderio di acquistarsi onore. E così, trovandosi in una fortezza attaccata dai Francesi, ed essendo tutti dell’avviso di arrendersi, a condizione di aver salva la vita, perché vedevano chiaramente non esservi modo di difendersi, egli portò al governatore tante buone ragioni da persuaderlo a difendersi ancora, nonostante il parere contrario di tutti i cavalieri, i quali riprendevano animo per il suo coraggio e il suo ardore.

irdpÈ il racconto della vita di sant’Ignazio di Loyola, il suo viaggio da “pellegrino” come lo definisce lui stesso nel raccontare la sua vita.
La prima tappa è nel paese di Manresa, vicino a Barcellona, dove vivrà un’intensa esperienza spirituale.
Il cammino da pellegrino lo porterà a Gerusalemme, dove gli proibiscono di fermarsi, come Ignazio avrebbe voluto.
Tornato a Barcellona, si dedicherà agli studi per poter aiutare meglio gli altri.
“Dedicava il suo tempo in parte allo scrivere, in parte all’orazione. E la sua più grande consolazione era di contemplare il cielo e le stelle, cosa che faceva molte volte e molto a lungo, perché così sentiva uno slancio molto grande a servire Nostro Signore. Pensava sovente al suo proposito, desiderando essere affatto sano per mettersi in cammino.”
In seguito sarà a Parigi, dove concluderà la propria formazione filosofico-teologica. Qui nascerà attorno a lui un gruppetto di una decina di studenti di diverse nazionalità (i cosiddetti “amici nel Signore”) animati dallo stesso ideale di aiutare gli altri.
Ignazio sarà ordinato sacerdote a Venezia nel 1537 e nello stesso anno si recherà a Roma.

Al Pelegrino toccò andare con Fabro et Laynez a Vicenza. Là trovorno una certa casa fuori della terra, che non haveva nè porte, nè fenestre, nella quale stavano dormendo sopra un poco di paglia che havevano portata. Dui di loro andavano sempre a cercare elemosina alla terra due volte il dì, et portavano tanto poco, che quasi non si potevano sostentare. Ordinariamente mangiavano un poco di pan cotto, quando l’havevano, il quale attendeva a cuocere quello che restava in casa. In questo modo passorno 40 dì, non attendendo ad altro che ad orationi.
Passati li 40 di venne Mro. Gioanne Coduri, et tutti quatro si deliberorono di incominciare a predicare; et andando tutti 4 in diverse piazze, il medesimo dì et la medesima hora cominciorno la sua predica, gridando prima forte, et chiamando la gente con la berretta. Con queste prediche si fece molto rumore nella città, et molte persone si mossero con devotione, et havevano le commodità corporali necessarie con più abundantia. In quel tempo che fu a Vicenza hebbe molte visioni spirituali, et molte quasi ordinarie consolationi; et per il contrario quando fu in Parigi; massime quando si incominciò a preparare per esser sacerdote in Venetia, et quando si preparava per dire la messa, per tutti quelli viaggi hebbe grandi visitationi sopranaturali, di quelle che soleva havere stando in Manressa.
Stando anche in Vicenza seppe che uno delli compagni, che stava a Bassano, stava ammalato a punto di morte, et lui si trovava etiam all’hora ammalato di febre. Nientedimeno si messe in viaggio; et caminava tanto forte, che Fabro, suo compagno, non lo poteva seguitare. Et in quello viaggio hebbe certitudine da Dio, et lo disse a Fabro, che il compagno non morirebbe di quella infirmità. Et arrivando a Bassano, lo ammalato si consolò molto, et sanò presto.
Poi tornorno tutti a Vicenza, et là sono stati alcuno tempo tutti dieci; e andavano alcuni a cercare elemosina per le ville intorno a Vicenza.
Poi, finito l’anno, et non si trovando passaggio, si deliberarono di andare a Roma; et anche il Pelegrino, perché l’altra volta che li compagni erano andati, quelli dui, delli quali lui dubitava, si erano mostrati molto benevoli. Andorono a Roma divisi in tre o quatro parti, et il Pelegrino con Fabro et Laynez; et in questo viaggio fu molto specialmente visitato da Iddio.
Haveva deliberato, dipoi che fosse sacerdote, di stare un anno senza dire messa, preparandosi et pregando la Madonna lo volesse mettere col suo Figliuolo. Et essendo un giorno, alcune miglia prima che arrivasse a Roma, in una chiesa, et facendo oratione, ha sentita tal mutatione nell’anima sua, et ha visto tanto chiaramente che Iddio Padre lo metteva con Cristo, suo Figliuolo, che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo, senonchè Iddio Padre lo metteva col suo Figliuolo.

Lungo questo ultimo tratto di cammino, Ignazio avrà un nuovo incontro forte con il Signore a La Storta, vicino Roma. E proprio a Roma gli “amici nel Signore” si metteranno a disposizione del Papa per essere inviati in missione ovunque. Nasce la Compagnia di Gesù, approvata da papa Paolo III nel 1540.

Sant’Ignazio di Loyola, Il racconto del Pellegrino. Autobiografia di sant’Ignazio di Loyola, a cura di Roberto Calasso, gli Adelphi, Adelphi 2015.

I falò dell’autunno

17 febbraio 2016

ifdaIrène Némirovsky scrisse I falò dell’autunno tra il 1941 e il 1942, ma il romanzo uscì postumo in Francia solo nel 1957 per le Éditions Denoël. È l’ultima opera data alle stampe dalla scrittrice di Kiev prima del lungo silenzio editoriale che finirà nel 2004 quando uscirà Suite francese (sempre per Denoël).
In questo romanzo diviso in tre parti (lo si potrebbe considerare anche una trilogia breve) la Némirovsky affronta con decisione il tema della guerra e dei suoi effetti sui corpi e sulle anime degli esseri umani, concetti forti che le riempiono cuore e mente.
La sua è una scrittura vivace, spigliata, intelligente, ricca di stile. I protagonisti nella pagina sono personaggi della piccola borghesia francese che vivono in un arco di tempo che va dalla Grande Guerra fino agli anni della pace poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
“Sedute sulle seggioline di ferro, le famiglie contemplavano deliziate i principi stranieri, i milionari, le grandi cortigiane. La signora Humbert schizzava febbrilmente nuove idee per i cappelli su un taccuino che aveva tirato fuori dalla borsetta. I bambini sgranavano gli occhi, ammiravano. Gli adulti si sentivano in pace, soddisfatti, per niente invidiosi ma anzi fieri di sé: «In cambio dei due soldi per le sedie e di un biglietto del métro, noi parigini possiamo vedere tutto ciò e goderne. E siamo non solo spettatori di questa rappresentazione, ma anche attori (se pur umili comparse), con le nostre figlie graziosamente agghindate, i loro freschi cappellini, la nostra parlantina, la nostra leggendaria allegria. Avremmo potuto nascere altrove, dopo tutto,» pensavano i parigini «in paesi dove la gente si emoziona a vedere gli Champs-Élysées anche soltanto su una cartolina».”
Una scrittura magnifica che anima il quotidiano di significati inattesi e affronta dinamiche complesse con notevole capacità di analisi catturando immagini rapide e precise che spalancano interi mondi in una sorta di invisibile incantamento.
“Tiepide raffiche di pioggia investivano Parigi da occidente. Si fermarono sotto un portone per ripararsi. Thérèse non sapeva bene cosa stesse facendo; seguiva Bernard come in sogno, docile e affascinata Immaginava vagamente quello che sarebbe venuto dopo: complimenti, parole d’amore… Mio Dio, lui avrebbe cercato di fare di lei la sua amante… Non le avrebbe dato tregua. Le avrebbe scritto. L’avrebbe aspettata per strada. Ma lei sarebbe stata forte e avrebbe saputo difendersi così bene che un giorno lui si sarebbe arreso e le avrebbe chiesto di sposarlo. Sì, in un lampo, nell’ombra di quel portone, ascoltando il rumore della pioggia nella via, lei immaginò tutta una lunga vita felice…”

Irène Némirovsky, I falò dell’autunno, traduzione di Laura Frausin Guarino, gli Adelphi, Adelphi 2016.