Il larice. Albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna

mariorsasiagoDa sempre l’albero ha esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Dice Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” che «… non meno degli Dei, non meno dei simulacri d’oro e d’argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Agli alberi come specie o anche come singole creature sono legati miti e leggende, favole e fiabe ma anche storie vere. Gli antichi poeti raccontano di Egido, mostro spargitore di fuoco, che distrusse le foreste dalla Frigia alle Indie e dal Libano alla Libia; infine fu vinto e venne ucciso dalla dea Atena nella pianura dell’Epiro.
Forse questo mostro sacro era stato ideato per esprimere le violenze devastanti dei conquistatori o, anche, il bisogno delle società in crescita di aumentare i terreni coltivabili. Ma il risultato fu anche che questi grandi e disordinati diboscamenti portarono diminuzione delle piogge, inaridimento delle sorgenti e l’inizio del deserto. Fu da allora, come scrive Adolfo di Bérenger nel suo bel saggio “Dell’antica storia e giurisprudenza forestale” (Venezia, 1863) che gli uomini al fine di dover proteggere gli alberi e i boschi decisero leggi per la conservazione: «… e l’afforzarono col mistero della religione, perché fossero meglio rispettate ovunque e da tutti».
Oggi, dopo migliaia d’anni, il fenomeno della distruzione forestale si va ripetendo in altri luoghi della Terra; e se poco valgono gli allarmi degli scienziati, se leggi non vengono emanate o rispettate, quali miti, quale forza di religione si dovrebbero ideare, quale nuova dea Atena dovrebbe intervenire per fermare il novello Egido ignivomo che devasta la grande foresta dell’Amazzonia?
Con queste rievocazioni, amici lettori, vorrei raccontarvi di quanto sugli alberi sono venuto a sapere nel corso dei miei anni, di quanto ho appreso camminando e lavorando per boschi, da testi anche antichi, da poeti e boscaioli, da dottori forestali, e spero, come vado dicendo da un po’ di tempo, che la carta che uso per questo mio scrivere valga almeno l’albero che l’ha data Incomincerò dagli alberi del mio brolo e poi dirò di quelli della mia terra, perché di tutti sarebbe impossibile scrivere e se, alla fine, qualcosa sono riuscito a comunicarvi, mi sentirò lieto nel cuore. Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto.
Quando misi mano a tirare su i muri perimetrali, questi larici erano già nati dalla terra smossa da una granata che nel 1918, esplodendo, aveva ferito il pascolo, ma non avevano l’aspetto di oggi: erano alti, sì, a dondolarsi nel cielo, ma i loro diametri non superavano i venti centimetri. Sotto di loro in quell’autunno raccolsi un bel cesto di agarici violetti, profumati e sodi funghi che chiudono la stagione. Quando nella primavera ripresi i lavori, anche i due larici si vestirono di un bel verde chiaro rallegrato dai fiori gialli e arancioni; e sotto questi alberi luminosi raccolsi ancora i funghi di San Giorgio, primizia di primavera. Il “Larix decidua” appartiene alla famiglia delle “Pinacee”: albero di bell’altezza può raggiungere anche i cinquanta metri; è molto longevo e il suo tronco diritto e slanciato è vestito da una leggera corona piramidale di rami sparsi: gli alti guardano verso l’alto, i bassi sono penduli; da giovane la sua corteccia è liscia e tendente al grigio ma con il passare degli anni diventa bruno-rossastra, profondamente solcata e molto spessa.
Gli strobili hanno la forma di piccole uova brune, sono lunghi da tre a quattro centimetri e quando si aprono lasciano cadere i semi, ognuno unito a una piccola ala lunga poco più di un centimetro. (Nel trascorso inverno ho osservato centinaia di lucherini e di fringuelli che sul terreno si cibavano di questi semi). Il larice è albero tipicamente alpino e si spinge fin oltre i duemilacinquecento metri di quota; ma si trova anche nei Carpazi, specie particolari vivono in Polonia, in Siberia e in Giappone. Ama il sole, inverni freddi e nevosi, estati asciutte; è specie d’avanguardia e lo si riscontra quando spontaneamente occupa terreni denudati per frane, o alluvioni, o fratte rase: ogni terreno smosso, purché asciutto, è buono per attecchire. Forma boschi puri (lariceti) e si consorzia sovente con le altre conifere delle Alpi.
Sui pascoli è l’albero preferito perché con la sua leggera copertura non impedisce la produzione dell’erba e sotto la sua ombra, nei meriggi estivi, il bestiame ama sostare. Dal suo tronco, quando viene inciso alla base, cola una resina ambrata dalla quale si ricava la “trementina di Venezia”, un tempo molto usata in farmacia e dai pittori. Il suo legno ha un durame rosso-bruno, l’alburno è più chiaro, gli anelli di accrescimento sono ben distinguibili; è odoroso, compatto e duro. Da sempre è servito agli uomini delle montagne per costruire capanne e case. (Più il larice cresce in alta montagna migliore è il suo legno). In Val di Fassa certi architravi maestosi portano scolpiti date e nomi che vanno indietro nei secoli. Ma anche con il larice si fanno assicelle per la copertura dei tetti (le “scandole”), mastelli, botti, mobili e suppellettili. Nell’acqua è immarcescibile e, oltre a costruire le navi, i Veneziani, sopra i pali di larice, hanno edificato chiese e palazzi.
Venezia, però, aveva anche regolato con leggi severissime lo sfruttamento delle foreste e a questo scopo, nei primi anni del Cinquecento, aveva nominato uno specifico magistrato. Plinio ci racconta che Tiberio per la costruzione del Ponte Naumachiario fece venire dalle Alpi Rezie una trave di larice che lasciò stupefatti i Romani: era lunga centocinquanta piedi e aveva una grossezza uniforme di due piedi per ogni lato. Ma oggi, a pensarci, ci stupisce ancora di più il suo trasporto. I tre larici della Ultental, in Sudtirolo, oltre il villaggio di Santa Geltrude, sono certo gli alberi più antichi delle Alpi. Il più maestoso di questi misura più di otto metri di circonferenza e la sua altezza, malgrado un fulmine o la neve che gli hanno spezzato l’apice, è di ventotto metri. Il quarto fratello di questi tre venne divelto da un bufera nel 1930 e contando gli anelli si poté determinare che aveva duemiladuecento anni. Ora gli esperti dicono che il maggiore è lì a guardare le montagne da duemilatrecento anni!
Anche il «mio»albero da ragazzo era un larice. L’aveva fatto piantare mio nonno per ricordare il ventesimo secolo. Poi venne la Grande Guerra e nella corteccia portava le cicatrici di quando, tra il 1916 e il 1918 si trovò tra l’una e l’altra trincea del fronte. Le ferite delle pallottole e delle schegge erano allora, attorno agli anni Trenta, incrostate di resina, e forse la biforcazione in alto era dovuta alla stroncatura inferta da una granata di passaggio. Ma il larice, oltre alle tormente e ai fulmini, sopporta anche la guerra. Mi arrampicavo lassù, sul «mio» larice, tra gli aghi d’oro infiammati dal sole verso il tramonto. A volte mi sedevo a cavalcioni nella forcella della biforcazione e la resina mi impeciava la gambe nude e i calzoncini. Ma quando il sole incominciava a scendere dietro le Piccole Dolomiti mi alzavo da ramo in ramo come uno scoiattolo, fin dove la punta incominciava a dondolare sopra il vuoto e i rami flessibili e sottili riuscivano a sopportare il mio peso. Mi pareva, da lassù, di poter guardare più a lungo il sole che tramontava tra nuvole infuocate e di navigare con la fantasia verso avventure infinite.
Era questo il momento in cui noi ragazzi, ognuno sul suo albero, restavamo silenziosi. Dalla lontana Siberia, dove cresce il “Larix sibirica”, un viaggiatore ha raccontato che certe popolazioni primitive lo considerano “albero cosmico” lungo il quale scendono il Sole e la Luna sotto forma d’uccelli d’oro e d’argento. Lassù avevano anche un Bosco Sacro dove ai rami dei larici appendevano le più belle pellicce e ogni cacciatore vi deponeva una freccia.
Ma i larici che personalmente ammiro e fors’anche venero, sono quelli che nascono e vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo: sono lì nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre, i rami spezzati, ma sempre, a ogni primavera quando il merlo dal collare ritorna a nidificare tra i mughi, si rivestono di luce verde e i loro fiori risvegliano gli amori degli urogalli.
E all’autunno, quando la montagna ritorna silenziosa, illuminano d’oro le pareti.

da Mario Rigoni Stern, Arboreto Salvatico, Einaudi 1991.

Annunci

Tag: , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: