Per liberarsi dal rumore del mondo…

Per ottenere la tranquillità dell’anima non è necessario recarsi in un luogo insonorizzato, non lo fanno nemmeno i monaci che praticano l’ascetismo. Bisogna ritrovare la serenità nella vita di tutti i giorni, immersa nel frastuono, non fuggire su una montagna solitaria. Forse alcuni pensano che sia impossibile, ma una delle migliori caratteristiche degli esseri umani è poter cambiare da soli la propria coscienza. Mi spiego meglio: quando, infastiditi da un rumore, pensiamo «Uffa!», in quell’istante abbiamo fatto un grande passo avanti perché ci siamo resi conto di ciò che ci ha turbato. Perciò, anche se viviamo in una metropoli, possiamo ritrovare la tranquillità proprio in mezzo al frastuono.
Vi faccio un altro esempio: se due persone ascoltano una terza, percepiranno in maniera differente il significato delle sue parole. Una persona può percepire lodi e un’altra può intendere quelle stesse parole come un rimprovero. Così come, a parità di stipendio, uno lo reputa alto e un altro insufficiente. Tutto dipende da come percepiamo l’ambiente intorno a noi.

mdumbpldrdmNella vita quotidiana veniamo disturbati da rumori di ogni sorta. In ufficio, a scuola e anche a casa, si moltiplicano sentimenti come rabbia o invidia: non vorreste rifuggire da tali malesseri e andare a nascondervi da qualche parte?
“L’ambiente in cui viviamo è piuttosto caotico anche per gli occhi; il nostro sguardo si imbatte prepotentemente in informazioni di ogni sorta: negozi, poster pubblicitari, manifesti, e in casa televisione e Internet. Senza che noi lo chiediamo ci vengono automaticamente comunicate numerose informazioni. Pensateci bene: viviamo circondati da molte forme di rumore.
Provate a immaginarvi concentrati nella stesura di una tesina o di un rapporto: riuscite a dedicarvici senza venir distratti almeno per un’ora? Intendo senza distrazioni anche minime. Poniamo il caso che siate nel vostro studio, a casa: suonerà comunque il telefono, vi arriverà un messaggio sul cellulare, suoneranno alla porta. Anche queste sono distrazioni. E se foste in biblioteca? Innumerevoli cose attirerebbero la vostra attenzione, verreste distratti e finireste col sottrarre del tempo a ciò che dovete fare. Credo che a chiunque sia capitato di aver dedicato del tempo a cose che non avevano nulla a che vedere con l’impegno originario e così i tempi per portare a termine il proprio lavoro si siano dilatati. Questo accade perché il rumore ci contrasta e noi non riusciamo a concentrarci con serenità su ciò che dobbiamo fare.
Il «regno del rumore» non è certo iniziato con i tempi moderni: anche nel periodo Edo le città erano chiassose e piene di movimento e distrazioni. Credo, però, che quel tipo di rumore fosse diverso da quello attuale. Voi che ne pensate?”

Keisuke Matsumoto, Manuale di un monaco buddhista per liberarsi dal rumore del mondo: 37 esercizi per ottenere la tranquillità dell’anima, traduzione dal giapponese di Ramona Ponzini, Vallardi 2013.

Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Sin dai tempi antichi i giapponesi hanno considerato le pulizie qualcosa di più che una semplice e rozza mansione. In Giappone, nelle scuole elementari e medie, sono gli scolari a occuparsi della pulizia dei locali, cosa che, all’estero, non accade assolutamente.
Ciò si verifica perché, nel nostro paese, fare le pulizie è un concetto che non si riferisce semplicemente a togliere lo sporco dalle superfici, ma è in stretta relazione con lo spazzar via le nubi che oscurano la nostra anima.

mdpdumbE che cos’è l’immondizia? “L’immondizia è costituita da tutte quelle cose ormai vecchie e inutili, che non ci servono più, che, insomma, non sono più necessarie ai nostri scopi.
Tuttavia, le cose non nascono all’origine come immondizia. Lo diventano perché ci sono persone che le trasformano in immondizia e altre che le vedono come tale.
Secondo la filosofia buddhista tutte le cose non hanno un corpo, ovvero, di per sé non hanno sostanza. Ma allora vien da chiedersi come mai esistano se, di fatto, non hanno sostanza. Le cose esistono perché sono in relazione reciproca tra loro. Lo stesso vale per gli esseri umani. Ma gli esseri umani pensano di esistere di per sé, e non in relazione ad altro. Per questa ragione decidono cosa sia utile e cosa non lo sia più e la trasformano in immondizia.”

Keisuke Matsumoto, Manuale di pulizie di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima, traduzione dal giapponese di Ramona Ponzini, Vallardi 2012.

Il tempo e la vita

Non c’è esperienza psicologica e umana che non si accompagni alla presenza del tempo; ma non c’è solo il tempo dell’orologio, il tempo del mondo, il tempo geometrico, che scandisce le ore in uguale misura per ciascuno di noi, e che non può essere influenzato dalle nostre emozioni. Non c’è solo il tempo della clessidra, insomma, ma c’è anche il tempo interiore, il tempo soggettivo, che è il tempo vissuto, e il tempo che cambia in ciascuno di noi di momento in momento, di situazione in situazione, il tempo che, indipendentemente dalla scansione cronologica delle ore, ci fa vivere in misura diversa una uguale estensione temporale. Quando siamo stanchi, o tristi, o annoiati, abbiamo una percezione soggettiva del tempo diversa da quella che è in noi quando siamo lieti, o sereni, o siamo interessati a qualcosa. Un’ora di tempo diviene lunga e interminabile nel primo caso, e invece breve e fluida nel secondo caso; e questo in relazione con i nostri diversi stati d’animo e le nostre diverse emozioni che si riflettono immediatamente nella percezione che ciascuno di noi ha del tempo. Ciascuno di noi ha un domani dinanzi a sé anche se non ne conosciamo le figure, gli aspetti, le ombre, la luce, le dimensioni liete, o dolorose. Il flusso agostiniano del tempo, che dal passato defluisce nel presente, e dal presente si trascende nel futuro, scorre in noi senza che non sempre si abbia coscienza di questo.

borgna itelvA proposito della distinzione radicale fra tempo dell’orologio e tempo altro, Eugenio Borgna ricorda W.G. Sebald con Austerlitz.
“Un orologio mi è sempre sembrato qualcosa di ridicolo, qualcosa di mendace per antonomasia, forse perché, per un impulso interiore a me stesso incomprensibile, mi sono sempre ribellato al potere del tempo escludendomi dai cosiddetti eventi temporali, nella speranza – come penso oggi, disse Austerlitz – che il tempo non passasse, non fosse passato, che mi si concedesse di risalirne in fretta il corso alle sue spalle, che là fosse come prima o, per meglio dire, che tutti i punti temporali potessero esistere simultaneamente gli uni accanto agli altri, cioè che nulla di quanto racconta la storia sia vero, che quanto è avvenuto non sia ancora avvenuto, ma stia appunto accadendo nell’istante in cui noi ci pensiamo, il che naturalmente dischiude peraltro la desolante prospettiva di una miseria imperitura e di una sofferenza senza fine.”
Poi riprende il famoso discorso del Sant’Agostino delle Confessioni, che parla del tempo e delle sue metamorfosi.
“Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di lui che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”
Borgna cita anche William Shakespeare che si inoltra nella foresta oscura del tempo in uno dei suoi Sonetti, il CXXIII.
“No, Tempo, non potrai vantarti d’avermi fatto cambiare: le tue piramidi, che pure furono edificate con uno sforzo prima d’allora sconosciuto, non rappresentano per me nulla di nuovo e straordinario, e non son che rappresentazioni di una intuizione preesistente.
Il tempo che abbiamo da vivere è breve, e perciò noi guardiamo con meraviglia a quel che ci offri per cosa antica, ed a tanto preferiamo credere come se fosse creato apposta per noi, anziché pensare d’averne già in precedenza avuta notizia.
Io sfido, o Tempo, entrambi: le tue cronache e te stesso, né riesco a provare alcuno stupore per il presente o per il passato, perché le tracce che dietro a te son rimaste e quel che ne vediamo, tutto parla un linguaggio menzognero, essendo creato e quindi andando in rovina a causa della tua eterna fretta.
Tanto giuro, e manterrò sempre il mio voto: e resterò fedele, a dispetto di te e della tua falce”

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, collana “Campi Del Sapere”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2015.

Yoshe Kalb

La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia era in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi.
Rabbi Melech aveva molta fretta. In verità aveva sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la sua pancia, sulla quale le frange rituali facevano la curva come un grembiule sul pancione di una donna incinta, nonostante l’età e la mole, il Rabbi era straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti, colore della birra, sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiavano senza posa un grosso sigaro, ora acceso ora spento, Rabbi Melech era noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si era messo in testa una cosa, si agitava, gridava, minacciava, blandiva e si dava da fare finché non avesse raggiunto il suo scopo.

YKIsrael Joshua Singer (1893-1944) è il fratello maggiore del premio Nobel  Isaac Bashevis Singer (nato nel 1902). Ha scritto due grandi romanzi, due capolavori: I fratelli Ashkenazi e La famiglia Carnovsky.
È uno scrittore yiddish e ha uno stile di scrittura molto diverso da quello del fratello Isaac Bashevis. Si dice, addirittura, che la grande prolificità di Isaac sia sbocciata dopo la morte di Israel (avvenuta nel 1944 a New York , quando aveva solo cinquantun anni), come se prima fosse quasi impossibile per Isaac confrontarsi col talento di Israel.
Israel Joshua Singer è tra i cantori del movimento chassidico, una sorta di esistenzialismo ebraico nato in Polonia ai primi del ‘700, che si diffuse soprattutto nell’area dell’Europa orientale (Polonia, Unione Sovietica, Romania, Ungheria) grazie a Israel ben Eliezer, conosciuto con il nome di Bà’al Shem Tov, che significa Maestro del buon Nome, Maestro del Nome Divino.
Il Chassidismo affonda le sue radici nella Cabala e persegue un rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso. Nessuna sofferenza, nessuna solitudine: questa è la sostanza della vita chassidica nelle sue intenzioni primigenie.
Yoshe Kalb è un romanzo ambientato nella Galizia austriaca, una potente evocazione di un mondo che non c’è più, lo shtetl ebraico dell’Europa orientale, “in quel senso glorioso di trascendenza che la saggezza e i miracoli dei santi rabbi-santi avevano portato nei loro villaggi” (da F. Langer, Le nove porte. I segreti del chassidismo, Adelphi, Milano 1967). Un universo chiuso, claustrofobico e frenetico dai rigidissimi e complicati rituali.
Un mondo di cui IJ Singer ha una conoscenza dettagliata e sottile.
Colpisce molto e conquista il suo modo di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto di quest’epoca attraverso tutto un inconsueto brulicare di personaggi che provocano e affascinano allo stesso tempo.

I.J. Singer, Yoshe Kalb, traduzione di Bruno Fonzi, prefazione di Isaac B. Singer, gli Adelphi, Adelphi 2016.

La regina del deserto

Mia cara, carissima madre, odio tanto essere qui. […] Se soltanto tu fossi in città. Non potrei sentirmi più desolata di come mi sento ora. Sento la ma mancanza ogni giorno di più. […]
Per favore, potresti mandarmi l’Elegia di Gray e anche due portaspazzole di stoffa da appendere e una sacca da notte, e infine un libro in tedesco di Carl Oltrogge, intitolato Deutches Lesebuch?

Così Gertrude fece i bagagli e insieme a Florence si recò a Londra con un biglietto di terza classe, perché aveva riflettuto che non le avrebbe giovato affatto se fosse apparsa più ricca delle altre allieve. Durante il primo anno di studi avrebbe abitato con Lady Olliffe, la madre di Florence, al numero 95 di Sloane Street, in una casa imponente. ma ancora sporca e tetra, ravvivata soltanto dalle visite del biasimevole Tommy, fratello di Florence, il quale, nel giocare a biliardo con la giovane nipote acquisita, s’ingessava sempre il naso oltre che la stecca. Era dispettoso, abilissimo nel fare infuriare le ragazzine e nel flirtare con le giovani donne, nei confronti delle quali le sue intenzioni, come lui stesso aveva assicurato una volta a un padre dal viso cupo, erano «assolutamente disonorevoli». Una volta sua sorella Bessie, la quale, «sorda e stupida», viveva con la madre, lo aveva visto dalla finestra mentre flirtava con una giovane gentildonna seduta su panchina, in giardino. Allora aveva aperto la finestra, gli aveva tirato una palla da tennis, e sfiorando colei che era l’oggetto delle sue attenzioni lo aveva centrato alla tempia.

lrddGertrude Bell venne paragonata a Elisabetta I per l’atteggiamento “virile” e per la scelta di “competere a condizioni maschili nel mondo maschile” delle imprese eroiche mediorientali del primo Novecento.
Dopo la laurea in Storia a Oxford, Gertrude rinuncia agli agi della vita in una delle famiglie più ricche d’Inghilterra e se ne va ad esplorare i territori dell’Impero Ottomano.
Si imporrà da subito per sincerità e schiettezza. E questo, spesso, sarà fonte di discussioni e persino guai.
È schietta, diretta, e pienamente consapevole del fatto che le sue parole possono avere delle conseguenze molto spiacevoli. La tentazione di dire tutto ciò che ha dentro di sé, però, è troppo forte e (purtroppo) ha sempre la meglio.
Ha sete di conoscenza e di giustizia, di cambiamento, sete di vita per chi sembra avere un destino segnato da logiche sbagliate e crudeli.
Entrerà nel controspionaggio inglese, nel gruppo di “orientalisti” che tracceranno il “nuovo” Medio Oriente e sarà ovviamente un personaggio scomodo, ma anche un agente segreto che, alla fine della prima guerra mondiale, avrà un ruolo fondamentale nella creazione dello Stato dell’Iraq.

Georgina Howell, La regina del deserto, traduzione di Alessandro Zabini, Neri Pozza 2015.

Deserto americano

Aveva sbagliato a dare un calcio al cane della prateria. Ora Luz Dunn se ne rendeva conto, ma era da un pezzo che non vedeva esseri viventi e la bestiola l’aveva spaventata. Si era svegliata verso mezzogiorno da un bel sogno, decisa a metterlo in pratica: si sarebbe provata tutti i vestiti che c’erano in casa, sgargianti, uno piú costoso dell’altro. E chissà com’erano quelli che l’attricetta si era portata via. Nel sogno, Luz li indossava tutti insieme, il seno tempestato di gemme e cosparso di brillantini, scie di paillette dorate a ricamarle il sedere, piume di satin che le sventolavano sui fianchi, ai piedi veli di pallido tulle fluttuanti come zucchero filato. Naturalmente, nel monotono mondo reale le cose andavano indossate una per volta. L’importante era avere un progetto, diceva Ray, per quanto futile. I venti di Santa Ana soffiavano forte attraverso il canyon portando con sé il particolato velenoso e Ray le ripeteva di trovarsi qualcosa da fare. Non doveva dormire cosi tanto.

 

daTre anni fa, Claire Vaye Watkins si è imposta sulla scena letteraria con Battleborn, una collezione di storie brevi (che per lo stile crudo e implacabile richiamano scritture come quelle di Cormac McCarthy, Denis Johnson, Richard Ford o Annie Proulx) che, in modo asciutto e ipnotico,  intrecciano la complessità delle relazioni umane con la mitologia e la topologia del West americano.
In questo suo primo romanzo, la Watkins guarda avanti, al futuro dell’Occidente, e ciò che vede è sabbia, siccità, disillusione, dune implacabili che inghiottono intere città e poi rotolano via.
Deserto americano è un romanzo innovativo e allucinatorio scritto con una profonda comprensione della natura umana, nel bene e nel male. Affascinante come un miraggio, delirante, audace, selvaggiamente divertente, ricco di idee e scenari sconvolgenti in cui si incontrano squatter, affaristi, saccheggiatori e rabdomanti. E tante storie da sogno, coinvolgenti e sorprendenti. Belle e inquietanti come un cimitero.

Claire Vaye Watkins, Deserto americano, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.