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Una seconda natura

28 aprile 2016

mpIl mio primo giardino era un luogo di cui nessun adulto seppe mai nulla, anche se si trovava in una proprietà suburbana di un migliaio di metri quadrati soltanto, a Farmingdale, Long Island, nel terreno dietro la nostra casa, dove per nascondere la palizzata di legno del vicino era stata piantata una siepe irregolare di lillà e forsizie. Il mio giardino, che condividevo con mia sorella e i nostri amici, consisteva nella striscia di terreno non piantumato tra la siepe e la palizzata. Dico che nessun adulto ne seppe mai nulla perché, nell’immagine che un adulto si fa di questo paesaggio, la siepe corre proprio a ridosso della recinzione. Per un bambino di quattro anni, invece, lo spazio creato dai rami a volta della forsizia è vasto come l’interno di una cattedrale, e tra un lillà e una parete c’è posto sufficiente per un intero mondo. Ogni volta che avevo bisogno di sottrarmi al radar degli adulti, strisciavo sotto gli archi della forsizia, mi stringevo tra due cespugli di lillà e mi ritrovavo da solo e al sicuro nel mio personale spazio verde.

usnUn manifesto, non solo per i giardinieri, ma per gli ambientalisti di tutto il mondo, per ripensare “sulla carta” e attraverso le parole il nostro rapporto con la natura.
Un libro importante e profondamente originale che si legge come un’opera senza tempo. Un intrattenimento brillante e una lettura colta e contemplativa.
È la storia di un’educazione in due giardini: uno è più o meno immaginario, l’altro assolutamente reale, terreno. Uno è il giardino dei libri e dei ricordi. La classica utopia all’aria aperta, in un mondo libero e felice, in un “luogo senza moscerini e sempre in fiore”. Il luogo ideale in cui “la natura risponde ai nostri desideri e noi immaginiamo di sentirci perfettamente a nostro agio”. Un altro giardino è un luogo reale, terricolo, a Cornwall, nel Connecticut: più o meno due ettari di terreno collinare roccioso alquanto difficile da curare.
“Molto separa questi due giardini, tuttavia ogni anno li porto un po’ più vicini a coincidere. Entrambi hanno avuto moltissimo da insegnarmi, e non solo sul giardinaggio. Ho capito subito, infatti, che non avrei imparato a occuparmi molto bene della mia terra se non avessi appreso anche qualche altra cosa: sul ruolo che mi spetta in natura (rientrava nei miei diritti uccidere la marmotta che mi aveva saccheggiato l’orto durante tutta la primavera?); su certi atteggiamenti alquanto peculiari nei confronti della terra, innati negli americani (com’è che i miei vicini nutrono un interesse tanto profondo per le condizioni del mio prato?); sui tormentati confini tra natura e cultura; e sulla nostra esperienza dei luoghi, sulle implicazioni morali della progettazione del paesaggio e su diversi altri temi che il desiderio di raccogliere qualche onesto pomodoro non mi aveva preparato ad affrontare.”
Mettendo a confronto due correnti di pensiero: l’etica del mercato, in cui la manipolazione e la chimica sono utilizzati indipendentemente dalle conseguenze e l’etica del deserto in cui all’ambiente è consentito di riprendersi la sua parte “naturale”, Pollan sviluppa un’alternativa: l’etica del giardiniere. E lo fa, “secondo natura”, mettendo a confronto i metodi di giardinaggio del nonno (etica del mercato) con quelli di suo padre (etica del deserto).

Michael Pollan, Una seconda natura. Educazione di un giardiniere, traduzione di Isabella C. Blum, La Collana dei Casi, Adelphi edizioni 2016.

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