Archive for maggio 2016

Per la gloria

9 maggio 2016

Una notte d’inverno, gelida e buia, avanzava sul Giappone, sulle acque agitate a oriente, sulle isole scoscese, sulle città e i piccoli villaggi, sulle strade desolate. In piedi davanti alla finestra, Cleve guardava fuori. Era sceso il crepuscolo e si sentiva intorpidito da una specie di letargia. Non aveva ancora ritrovato tutto il suo vigore. Sembrava che tutti se ne fossero andati altrove mentre lui dormiva. La stanza era deserta. Si protese leggermente e permise al vetro di toccargli la punta del naso. Era freddo, ma piacevole. Intorno al punto di contatto si formò subito un cerchio di condensa. Espirò più volte dalla bocca e fece allargare la macchia. Dopo un momento di esitazione tracciò le lettere CMC nell’umida trasparenza.

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James Salter è nato nel 1925 ed è cresciuto a New York. Si è laureato a West Point nel 1945 e subito è entrato nella US Army Air Force come pilota. È stato in servizio dodici anni e ha volato per oltre un centinaio di missioni da combattimento come pilota da caccia. Si è dimesso dalla Air Force dopo questo suo primo romanzo, The Hunters (Per la gloria nella traduzione italiana), uscito nel 1957.
Per la gloria
rimane l’espressione più concisa del suo talento. Il miglior profilo psicologico sul carattere del pilota di caccia in tempi di guerra. Un documento storico della guerra fredda che può essere letto anche come un saggio introspettivo perché resoconto affascinante delle dinamiche all’interno di un gruppo di uomini altamente qualificati che si dedicano a un’occupazione ad alto rischio e reagiscono ad ambienti ed eventi strani e ostili.
Salter, scrittore imperdonabilmente trascurato, ammirava Antoine de Saint-Exupéry, la sua integrità mentale, la sua maniera di scrivere. Avrebbe sempre voluto seguire le sue orme, ha sempre amato l’esperienza del volo, i misteri del cielo, che per lui rimanevano inebrianti e magici come lo erano per i piloti di biplani a elica.
Colpisce e disarma la sua scrittura “ellittica” con dettagli e osservazioni che maturano in modo obliquo, melodiosamente, in attesa (segreta, recondita, sfuggente) di salti inaspettati.
Un vero classico senza tempo questo Per la gloria.

James Salter, Per la gloria, traduzione di Katia Bagnoli, Narratori della Fenice, Guanda 2016

Il punto cieco

4 maggio 2016

ipcNell’estate del 2014 Javier Cercas riceve una lettera che lo invita a occupare la cattedra di Weidenfeld Visiting Professor in Comparative Literature all’università di Oxford, un incarico che prevede l’obbligo di tenere un ciclo di conferenze aperte al pubblico. Scopre che tra i suoi predecessori in quella cattedra ci sono stati George Steiner, Mario Vargas Llosa, Umberto Eco e pensa possa trattarsi di un malinteso, o magari di uno scherzo.
Il punto cieco è il frutto di questo ciclo di conferenze che prendono più o meno tutte avvio dalla sua esperienza di scrittore e che a volte partono dai suoi stessi libri, o apparentemente vi girano intorno.
“Di cosa è accusato Josef K.? E, soprattutto, è colpevole o innocente? Dal momento in cui, all’inizio del romanzo, viene arrestato dai guardiani nella pensione in cui vive, il giorno del suo trentesimo compleanno, Josef K. investe le sue migliori energie nel cercate di rispondere a quelle domande, trasformato allo stesso tempo in investigatore e in sospetto, fino a quando, esattamente un anno dopo, nell’ultimo capitolo del romanzo, due uomini semimuti, insensibili e cerimoniosi in modo ripugnante lo conducono di notte in una cava abbandonata e deserta e lo ammazzano senza che lui abbia mai visto il giudice o la corte che lo accusa, senza che sia nemmeno riuscito a scoprire di cosa lo si accusa. Non c’è dubbio: Josef K. è innocente, almeno in teoria, perché, come precisa il narratore, vive in uno stato di diritto e, come sappiamo, in uno stato di diritto tutti sono innocenti fino a prova contraria. Ma Josef K. è innocente anche nella pratica?”
Dialoghi intrattenuti in pubblico, ragionando su questioni disparate sempre collegate alla natura del romanzo, in particolare del romanzo del XXI secolo, o al ruolo del romanziere. Tutte questioni che finiscono per confluire in un’idea centrale. Un’idea che implica una teoria del romanzo (e in certo qual modo anche del romanziere): la teoria del punto cieco. Un punto cieco “attraverso il quale, in teoria, non si vede nulla”, ma è proprio attraverso di esso che certi romanzi vedono e si illuminano, diventando eloquenti.
Perché la letteratura non deve proporre nulla, non deve trasmettere certezze né fornire risposte o prescrivere soluzioni. Deve solo formulare domande, trasmettere dubbi, presentare problemi.

Javier Cercas, Il punto cieco, traduzione di Bruno Arpaia, Biblioteca della Fenice, Guanda 2016.

Euforia

2 maggio 2016

Mentre si allontanavano dai Mumbanyo, qualcuno tirò una cosa verso di loro. Rimase a galleggiare a pochi metri dalla poppa della piroga. Una cosa marroncina.
«Un altro bambino morto» disse Fen.
Fen le aveva rotto gli occhiali, e Nell non poteva sapere se stesse scherzando.
Davanti a loro si apriva il lucente varco nella terra verde scuro dove si sarebbe infilata la piroga. Si concentrò su quello. Non si voltò più. I pochi Mumbanyo sulla spiaggia cantavano e suonavano per loro il tamtam della morte, ma lei non li guardò un’ultima volta. Ogni tanto i quattro rematori — tutti in piedi, rispondevano ai richiami della loro gente o ne lanciavano verso altre piroghe — vogavano in contemporanea, e allora un piccolo soffio di vento le sfiorava la pelle bagnata. Le piaghe le prudevano e tiravano, come se guarissero in fretta sotto l’aria asciutta e fugace. Il vento finiva e ricominciava, finiva e ricominciava. Nell sentì quanto ci metteva a percepirlo e poi a riconoscerlo, e capì che le stava tornando la febbre. I rematori smisero di vogare per infilzare una tartaruga dal collo di serpente; la caricarono sulla piroga che si contorceva ancora. Dietro, Fen cantò a bocca chiusa un lamento funebre per l’animale, troppo piano perché qualcuno lo udisse, a parte Nell.

 

LKEPer gli addetti ai lavori del suo mondo, Margaret Mead era una sorta di caricatura e di cliché, tanto che i risultati che ottenne furono spesso messi in discussione (forse perché donna?) e il suo lavoro classificato come curiosamente antiquato. Di certo si dimostrò antropologa culturale di spessore palesando idee alquanto salde.
Euforia è un romanzo liberamente ispirato alla sua vita. È il resoconto romanzato di un breve periodo di lavoro sul campo che la Mead svolse insieme ad altri colleghi lungo il fiume Sepik in Nuova Guinea nel 1933.
“Fra le tribù che aveva studiato non esisteva la solitudine. I bambini venivano messi in guardia fin da piccoli: se sei solo, gli spiriti ti rubano l’anima, o i nemici rapiscono il tuo corpo. Se sei solo, la tua mente si volge al male. Nelle varie culture c’erano spesso dei proverbi ammonitori e uno dei più ripetuti fra i Tam era: «Nemmeno un opossum cammina da solo». L’uomo sulla roccia era Xambun, e non stava accovacciato come un Tam, ma seduto, con le ginocchia leggermente sollevate e il torso piegato, gli occhi fissi su un punto dall’altra parte del lago. Era diventato in carne, coi fianchi larghi, per il riso e il manzo in scatola che davano da mangiare ai minatori. Le scarpe fanno più rumore dei piedi nudi — doveva aver capito che era Nell, ma non si voltò. Si portò la sigaretta alla bocca. Indossava ancora i pantaloni verdi della miniera, ma nessun ornamento: né perline, né ossi, né conchiglie.”
Una storia affascinante e coinvolgente, ben scritta, che ci offre una visione molto interessante sulla rivalità e sul desiderio dentro a un periodo formativo, in piena ricerca antropologica.

Lily King, Euforia, traduzione di Mariagrazia Gini, Fabula, Adelphi edizioni 2016.