Parliamo di filosofia, di filosofi

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Cammino con Sandro lungo il sentiero dedicato ad Albino Celi detto El Vù, leggendaria figura di recuperante a cui si è ispirato Ermanno Olmi nel film I recuperanti e Mario Rigoni Stern nel racconto Le stagioni di Giacomo.
Siamo ancora in Canal di Brenta e percorriamo la linea di postazioni approntate durante la prima guerra mondiale denominata “linea di sbarramento delle stelle e dei terrazzi”. Camminiamo e parliamo, ma non parliamo di guerre passate. Parliamo di filosofia, di filosofi. E Sandro mi racconta di come nell’antichità i filosofi venivano considerati personaggi bizzarri, fuori dagli schemi, un po’ come El Vù ai suoi tempi.
Erano gente a parte, questo è poco ma sicuro. Gente strana che disprezzava il denaro. Gente ἄτοπος, inclassificabile, come lo era Socrate, come è stato più volte definito (anche dai suoi “colleghi”).
E ciò che li rendeva ἄτοπος era proprio il fatto di essere “filo-sofi” nel senso etimologico della parola, cioè amavano la σοφία, la sapienza. Poiché la sapienza, come dice Diotima nel Convito di Platone, non è uno stato umano, è uno stato di perfezione nell’essere e nella conoscenza che può essere solo divino. Ed è l’amore per questa sapienza, estranea al mondo, che rende il filosofo estraneo al mondo.

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