Rastelli racconta…

wb0002

Ho appreso questa storia da Rastelli, l’impareggiabile e indimenticabile giocoliere che la raccontò una sera nel suo camerino.
C’era una volta, nei tempi antichi, – cominciò – un gran giocoliere. La sua fama s’era propagata in lungo e in largo, nel vasto mondo, grazie alle carovane e alle navi mercantili, e un giorno sentì parlare di lui anche Mohammed Ali Bei, il sovrano dei Turchi. Questi inviò i propri ambasciatori in tutte e quattro le direzioni con l’incarico di invitare il maestro a Costantinopoli per potersi convincere della sua abilità nella propria stessa imperiale persona. Mohammed Ali Bei doveva essere un principe dispotico, a volte persino crudele, e di lui si raccontava che, per suo ordine, fosse stato gettato nella prigione più buia un cantore che si diceva avesse cercato il suo ascolto senza però aver incontrato il suo plauso. Era però nota anche la sua generosità, e un artista che gli desse delle soddisfazioni poteva contare su grandi ricompense.
Qualche mese più tardi il maestro arrivò nella città di Costantinopoli. Non venne però da solo, anche se non volle dare troppo nell’occhio con il suo accompagnatore. E comunque con lui avrebbe potuto pretendere onori particolari. Tutti sanno infatti che i despoti orientali avevano un debole per i nani. E l’accompagnatore del maestro era proprio un nano, o meglio era figlio di nani. Ed era talmente fine e delicato, un esserino così grazioso e svelto che non avrebbe trovato l’eguale nella Corte del Sultano. Il maestro tenne nascosto questo nano, avendone buoni motivi. Il suo modo di lavorare differiva infatti da quello dei propri colleghi, che com’è risaputo sono andati alla scuola cinese, dove hanno imparato a destreggiarsi con bacchette e piatti, spade e tizzoni ardenti. Il nostro artista invece non cercava di farsi onore trattando chissà quanti e quali oggetti, ma basandosi su un solo requisito, ch’era il più semplice e che si segnalava soltanto per via della sua insolita grandezza. Era una palla. Questa palla l’aveva reso famoso in tutto il mondo e, in verità, nulla poteva eguagliare le meraviglie che lui riusciva a ottenere con essa. Per coloro che avevano seguito con lo sguardo il gioco dell’artista era come se egli avesse a che fare non con una cosa inerte, ma con un compagno vivo, che di volta in volta poteva essere arrendevole o scontroso, delicato o beffardo, premuroso o indolente. I due sembravano avvezzi l’uno all’altra, e pareva che non riuscissero a fare a meno l’uno dell’altra, sia nel bene che nel male. Quella palla restava un mistero per tutti. Al suo interno, come un elfo flessibile, era disposto il nano. In anni e anni di esercizio era riuscito ad adattarsi a qualsiasi sollecitazione e movimento del padrone, e ormai agiva sulle molle presenti all’interno della palla con la stessa scioltezza di chi operi sulle corde di una chitarra. Per togliere qualsiasi sospetto, essi non si facevano mai vedere l’uno a fianco dell’altro, e nei loro viaggi il padrone e il suo aiutante non abitavano mai sotto lo stesso tetto.
Il giorno raccomandato dal Sultano era arrivato. Nella Sala della Mezzaluna, piena zeppa di dignitari del sovrano, era stato montato un podio attorniato da tendoni. Il maestro si inchinò verso il trono e portò alle labbra un flauto. Dopo aver accennato alcuni motivi musicali, passò a uno staccato, al cui ritmo la grande palla, muovendo dai celetti del teatro, si avvicinò saltellando. Tutt’a un tratto si sistemò sulla spalla del proprietario, per non allontanarsene più. Essa sfiorava e adulava il suo padrone. Il quale però aveva continuato a suonare il flauto e, come se non volesse saperne del visitatore, aveva iniziato un lento ballo, che sarebbe stato un piacere seguire se la palla non avesse catturato gli occhi di tutti. Come la terra gira intorno al sole e contemporaneamente intorno a se stessa, così la palla girava intorno al ballerino senza al tempo stesso dimenticare di ballare pure lei. Dalla testa ai piedi non c’era punto che la palla non sfiorasse, e ogni punto davanti a cui essa scorreva via diveniva il suo campo di giochi. A nessuno sarebbe venuto in mente di interrogarsi sulla musica di quel muto girotondo. Essi stessi infatti facevano esercizi di destrezza l’uno per l’altra: il maestro per la palla, e la palla per il maestro, come ormai da anni era consuetudine per il piccolo e segreto aiutante.
Le cose restarono così nella maggior parte del tempo, fin quando di colpo la palla, come scaraventata via da un movimento vorticoso del danzatore, rotolò verso la ribalta, vi urtò contro e rimase a saltellare dinanzi ad essa, mentre il maestro si concentrava. Giacché adesso veniva il gran finale. Il maestro ricominciò con il suo flauto. In un primo tempo egli parve voler accompagnare sommessamente, sempre più sommessamente, la sua palla, i cui saltelli erano divenuti sempre più deboli. Ma poi il flauto prese in mano la situazione. Il suonatore inspirò con più energia, e fu come se in questo modo nuovo e vigoroso egli infondesse nuova vita alla palla, i cui salti poco alla volta si fecero più grandi, mentre il maestro iniziò ad alzare il braccio e a portarlo tranquillamente ad altezza della spalla, per poi distendere – senza smettere di suonare – il dito mignolo, sul quale la palla, ubbidendo a un ultimo lungo trillo, si posò nell’arco di un solo fraseggio.
Per la sala corse un bisbiglio di ammirazione, e fu il Sultano stesso a invitare all’applauso. Il maestro diede però ancora una dimostrazione della propria arte afferrando al volo la pesante borsa piena di ducati che gli venne lanciata per ordine del sovrano.
Poco tempo dopo uscí dal palazzo per attendere, a un’uscita lontana, il suo nano devoto. Egli vide allora comparirgli dinanzi un messaggero che s’era fatto largo tra le guardie. «Vi ho cercato dappertutto, signore, – gli disse. – Ma Voi avevate lasciato le vostre stanze anzitempo, e non mi è stato concesso di accedere al Palazzo». Ciò dicendo mostrò una lettera autografa del nano. «Caro maestro, non siate in collera con me, – c’era scritto. – Oggi non potete esibirvi dinanzi al Sultano. Io sono malato e non posso lasciare il letto».
«Voi vedete, – soggiunse Rastelli dopo un attimo, – che la nostra categoria non è nata ieri, e che noi pure abbiamo la nostra storia – o perlomeno le nostre storie».”

Tratto da Walter Benjamin, Opere complete. VI. Scritti 1934-1937. A cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser, edizione italiana a cura di Enrico Ganni con la collaborazione di Hellmut Riediger, Giulio Einaudi editore 2004.

Annunci

Tag: , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: