La morte non è la fine

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Il poeta americano cinquantaseienne, premio Nobel, poeta noto nei circoli letterari americani come «il poeta dei poeti» o a volte semplicemente «il Poeta», steso all’aperto sulla sdraio, a torso nudo, moderatamente sovrappeso, su una sedia a sdraio parzialmente inclinata, al sole, a leggere, semisupino, moderatamente ma non seriamente sovrappeso, vincitore di due National Book Awards, un National Book Critics Circle Award, un Lamont Prize, due borse del National Endowment for the Arts, un Prix de Rome, un Lannan Foundation Fellowship, una Medaglia MacDowell, e un Mildred and Harold Strauss Living Award dell’American Academy e dell’Institute of Arts and Letters, presidente onorario del PEN, un poeta che due diverse generazioni di americani hanno acclamato come la voce della propria generazione, ora cinquantaseienne, steso con un costume asciutto XL marca Speedo su una sedia a sdraio di tela ulteriormente inclinabile sul pavimento di piastrelle accanto alla piscina di casa, un poeta che è stato tra i primi dieci americani a ricevere un «Genius Grant» dalla prestigiosa John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, uno degli unici tre Nobel americani per la Letteratura ancora in vita, un metro e settantacinque, novanta chili, occhi castani capelli castani, l’attaccatura dei capelli arretrata e irregolare per via del successo solo parziale di svariati trapianti della serie Hair Augmentation System, seduto, o steso – o forse sarebbe più esatto dire semplicemente «inclinato» – con un costume Speedo nero accanto alla piscina di casa a forma di rene, sul pavimento di piastrelle della piscina, su una sedia a sdraio portatile dallo schienale ora inclinato di quattro scatti a formare un angolo di 35° con il pavimento a mosaico di piastrelle, alle 10,20 del mattino, il 15 maggio 1995, il quarto poeta più antologizzato nella storia delle lettere americane, vicino a un ombrellone ma non proprio all’ombra dell’ombrellone, legge il «Newsweek», servendosi del modesto gonfiore del ventre come sostegno obliquo per il giornale, indossa anche i sandali, una mano dietro la testa, l’altra allungata di lato che percorre la filigrana ocra e giallino delle costose piastrelle di ceramica spagnola del pavimento, bagnandosi ogni tanto il dito per girare pagina, con un paio di occhiali da sole graduati dalle lenti trattate chimicamente in modo da scurirsi in proporzione infinitesimale a seconda dell’intensità della luce di esposizione, al polso della mano che percorre le piastrelle un orologio di qualità e costo medi, sandali in finta gomma ai piedi, gambe incrociate alle caviglie e ginocchia leggermente divaricate, il cielo senza nuvole che si fa più luminoso man mano che il sole del mattino si sposta in alto a destra, bagnandosi il dito non con la saliva o il sudore ma con la condensa sul sottile bicchiere congelato del tè ghiacciato che ora si trova proprio al limite dell’ombra del suo corpo sul lato in alto a sinistra della sedia e andrebbe spostato per rimanere al fresco dell’ombra, percorre pigramente con un dito il lato del bicchiere prima di portare pigramente il dito umido alla pagina, gira di quando in quando le pagine del numero di «Newsweek» del 19 settembre 1994, legge di una riforma sanitaria americana e del tragico Volo 427 della USAir, legge un sommario e una recensione positiva dei volumi di attualità Hot Zone e The Coming Plague, gira a volte varie pagine di seguito, scorrendo alcuni articoli e sommari, un eminente poeta americano a quattro mesi dal suo cinquantasettesimo compleanno, un poeta che il «Time», principale rivale di «Newsweek», una volta ha definito abbastanza assurdamente «quanto di più vicino a un immortale della letteratura ancora in vita», le tibie quasi glabre, l’ombra ellittica dell’ombrellone aperto che si va restringendo leggermente, i sandali di finta gomma coi sassolini incastrati sopra e sotto la suola, la fronte del poeta imperlata di sudore, l’abbronzatura profonda e intensa, l’interno delle cosce quasi glabro, il pene strettamente ripiegato su se stesso dentro il costume stretto, il pizzetto curatissimo, un portacenere sul tavolo di ferro, non beve il tè ghiacciato, di quando in quando si schiarisce la gola, a tratti si sposta leggermente sulla sedia a sdraio pastello per grattarsi pigramente il collo di un piede con l’alluce dell’altro senza togliersi i sandali né guardare nessuno dei due piedi, apparentemente concentrato sul giornale, la piscina azzurra a destra e la porta scorrevole di spesso vetro sul retro della casa in diagonale a sinistra, fra lui e la piscina un tavolo rotondo di ferro bianco intrecciato trafitto al centro da un grosso ombrellone da spiaggia la cui ombra ora non tocca più la piscina, un poeta dal talento indiscusso, legge il suo giornale sulla sua sedia sul suo pavimento vicino alla sua piscina dietro casa sua. La zona della piscina e del pavimento è circondata su tre lati da alberi e cespugli. Gli alberi e i cespugli, impiantati anni prima, sono fittamente intrecciati e aggrovigliati e assolvono la stessa funzione fondamentale di un recinto protettivo di sequoia o di un muro di ottima pietra. La primavera è al culmine, e gli alberi e i cespugli sono carichi di foglie, di un verde e di una immobilità intensi, in un complesso gioco d’ombre, il cielo assolutamente azzurro e immobile, tanto che l’intero quadro racchiuso di piscina e pavimento e poeta e sedia e tavolo e alberi e facciata posteriore della casa è assolutamente immobile e calmo e sfiora il silenzio più assoluto, unici rumori il debole gorgoglio dell’acqua pompata e scaricata dalla piscina e di quando in quando il rumore del poeta che si schiarisce la gola o gira le pagine di «Newsweek» – non un uccello, niente falciatrici tagliasiepi trinciaerba in lontananza, niente jet sopra la testa né lontani rumori attutiti dalle piscine delle case ai lati della casa del poeta, nient’altro che il respiro della piscina e la gola del poeta schiarita di tanto in tanto, assolutamente immobile e calmo e racchiuso, neanche un alito di brezza a muovere le foglie degli alberi e delle siepi, il silenzioso vivo a racchiudere il verde immobile della flora vivido e ineluttabile e senza uguali al mondo né per come si presenta né per quanto evoca.

Da David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, traduzione di Ottavio Fatica e Giovanna Granato, Stile libero Big, Einaudi 2010.

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