Viaggio in Urewera

kmuKatherine Mansfield riempie un taccuino durante un viaggio fra i Maori. Ha diciannove anni e si nota già che per lei la scrittura è un mezzo salvifico per fermare il tempo
.
La sua avventura comincerà nel novembre del 1907 quando lei e Millie Parker partono da Wellington (Millie ha invitato Katherine a unirsi a un viaggio organizzato dai suoi parenti di Hastings, gli Ebbett).
Katherine incontrerà l’Urewera e la sua gente. Ne rimarrà piacevolmente sorpresa, ma anche turbata, sconcertata. Sente che tutto intorno al lei contiene una sorta di segreto antico che non riesce e forse non può penetrare. Apprezza e riconosce la bellezza di quei “luoghi selvaggi”, ma ne teme il “veleno”. È affascinata dalla terra sconosciuta, ma resiste alla sua straordinaria seduzione. La tocca, ma in un certo modo indietreggia da lei.
Scrive quando può, ma sono tanti gli spazi vuoti del non detto. È chiaro come usi le tecniche apprese dai simbolisti e dal suo amato Wilde per aggiungere complessità al testo e forse proprio per questo si sofferma spesso a scrivere del paesaggio coloniale e delle sue ambiguità. I suoi stati d’animo mutano continuamente a seconda dal paesaggio attraverso cui si muove. La sua è (in tempi diversi) una coscienza incerta, curiosa ed euforica. Una voce già modernista che presenta il suo intimo in modo inesorabile, in tutta la sua complessità.

Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, a cura di Nadia Fusini, Biblioteca minima, Adelphi 2015.

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Antropop – La tribù globale

duccioDuccio Canestrini ci presenta l’antropologia culturale in un modo creativo e illuminante forse perché ha avuto in sorte il dono gioioso dello scriver chiaro.
Il mondo, oggi e da sempre, è una perenne mutevolezza, un gioco di crescere e decrescere, colmarsi e vuotarsi, finire e ricominciare.
L’antropologia culturale può farci capire il significato di alcuni cambiamenti in atto e in questo libro si spiega che niente e nessuno a questo mondo è libero da influenze e, nel caso qualcuno lo fosse, questo qualcuno qualche problemino lo avrebbe.
“La metafora della muraglia, dell’argine, della barriera non ha mai retto per quanto riguarda le culture. Le connessioni sono virali e i virus mutano.”
L’antropologia, se si sa leggere, è qui, davanti a noi, ubiqua e onnipresente.
L’antropologia oggi è pop quando si parla di cultura popolare e quindi di fumetti, di cinema, di social network, di oggettistica o di usi e costumi. E’ pop perché è popolare, conosciuta, quindi per tutti. Perché è in grado di leggere fatti e fenomeni attualissimi e diversi fra loro. Perché c’è qualcosa di più della realtà che possiamo vedere, sapere, esplorare.

Duccio Canestrini, Antropop – La tribù globale, Bollati Boringhieri 2014.