Archive for the ‘Avvenimenti’ Category

La reliquia di Costantinopoli

21 novembre 2015

Venezia. lunedì 15 aprile 1565
«Córi, che i cava su i morti!»
La voce si sparge con la velocità delle moreie che fuggono dalla nave in fiamme. La Serenissima ha deciso. Le ossa dei veneziani, ormai troppe, e troppo strette le une alle altre nei pochi palmi di terra dei broli delle chiese, vengono dissepolte per fare spazio ai morti freschi. Ché quelli non mancano mai.
Ciò che da sempre manca, a Venezia, è Io spazio, anche per chi è ormai passato a miglior vita, e non può godersi la requie eterna promessa il giorno della sepoltura.
«Poco mal» se la ride il pissegamorti che sta cavando nel brolo di San Zaccaria, «i venessiani i ga viazà da vivi, i viazarà anca da morti. Chi che resta sempre pitocco so’ mì, beco de Giuda!»
Il sole è ancora nascosto dietro i palazzi che cingono il piccolo cimitero, ma il cielo, azzurro è terso come una fine seta di Damasco, lascia intendere che la giornata sarà di quelle buone.

lrdcNel 1565 a Venezia la peste semina ancora morte e un vecchio se ne sta in attesa di qualcosa dietro un alto muro. È lì fermo e aspetta che un pizzicamorti riporti alla luce la tomba del chierico Gregorio dentro al brolo di San Zaccaria.
“È stata una fortuna che Demetrio, il mio servo, mi abbia avvisato degli scavi in corso nei camposanti della città. La mia vita, che credevo dovesse ormai limitarsi a una placida attesa della morte, ha dunque ancora uno scopo, una missione. E non so se, a questo punto, questo capitolo sarà l’ultimo. Per me di sicuro: troppe volte ho già giocato con la morte, e a breve mi capiterà la mano sbagliata. Tutto sommato, fino a ieri mi sarebbe anche andata bene: superare i settant’anni, che il Filosofo pone come termine naturale della vita dell’uomo, è cosa rara, e sebbene in molti mi additino come fortunato, a chi me lo chiede non posso nascondere che il viaggio, proprio perché lungo, è stato ricco nelle perdite, prodigo nei dolori, liberale negli errori. Oggi sono solo: dietro di me ho lasciato una lunga fila di tombe, in cui ho sepolto gioia, amore, speranza. La morte, ormai mia amica, non può che essermi di conforto.”
Al vecchio non interessa tanto quello che resta di Gregorio, ma intende recuperare il diario del chierico (nascosto proprio lì, tra le spoglie) che di sicuro nasconde un segreto molto importante sul trafugamento di reliquie durante l’assedio di Costantinopoli (uno degli elementi centrali della Nuova Roma era proprio il culto delle reliquie) avvenuto nel 1453, quando Maometto II spazzò via l’ultima traccia di Occidente cristiano sulle rive del Bosforo.

Un libro poderoso e coinvolgente che, nella cornice di un perfetto racconto storico, passa agilmente da dialoghi intrecciati (con un interessante miscuglio di elementi dotti e lingua parlata, ecc.) a descrizioni davvero ricche e illuminanti.

Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli, I narratori delle Tavole, Neri Pozza 2015.

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Diluvio di fuoco

9 novembre 2015

ddfDiluvio di fuoco è il capitolo finale della grandiosa trilogia narrata da Amitav Ghosh iniziata con Un mare di papaveri e poi continuata con Il fiume dell’oppio.
Il cuore di questa storia è la prima guerra dell’oppio, un conflitto tra due mondi profondamente diversi fra loro: una guerra tra un impero mercantilistico ed espansionista (che dopo aver preso possesso stabilmente dell’India e di altre regioni chiave, aveva maturato notevoli interessi verso il grande mercato cinese) e un impero isolato e recluso nel passato, in costante e irreversibile declino.
È interessante come Amitav Ghosh (per cui la storia dell’uomo “si fonda sulla volontà del fare”) veda nell’imperialismo inglese di inizio ‘800 in Cina e in quello attuale dell’Occidente nei paesi del Medio Oriente “tante incredibili somiglianze” poiché entrambi questi “mondi” così distanti (ma non troppo) nel tempo si illudono di sostituire culture e storie locali con la propria politica e le proprie tradizioni (come “nell’Ottocento gli inglesi dicevano che sarebbero stati accolti a braccia aperte dai cinesi in nome della libertà e della fine dei tiranni manchu, così come l’America del terzo millennio diceva avrebbero fatto gli iracheni felici di abbattere Saddam e la sua dittatura”).

Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, traduzione e cura di Anna Nadotti e Norman Gobetti, Le Tavole d’oro, Neri Pozza 2015.

La via del ritorno

25 novembre 2014

Quel che resta del secondo plotone sonnecchia in una trincea distrutta dai proiettili dietro il fronte.
«Che ridicole granate» dice Jupp all’improvviso.
«Cosa intendi?” domanda Ferdinand Kosole mettendosi a sedere.
«Prova ad ascoltare» risponde Jupp.
Kosole mette una mano all’orecchio e ascolta. Anche noi ci sforziamo di sentire rumori nella notte. Ma non ci arriva altro che il rombo sordo dell’artiglieria e il sibilo acuto delle granate. Da destra di quando in quando esplode anche lo scoppiettìo delle mitragliatrici e ogni tanto un grido. Ma tutto questo lo conosciamo da anni e non merita che si apra la bocca apposta.

ERICH MARIA REMARQUE, La via del ritornoLa via del ritorno è il seguito di Niente di nuovo sul fronte occidentale, il capolavoro di Erich Maria Remarque, il romanzo-diario che ricostruisce la vita in trincea di un gruppo di giovani studenti tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale.
Ne La via del ritorno si racconta il disorientamento dei soldati, il loro dramma di uomini lacerati e con l’animo a pezzi, reduci incapaci di reinserirsi nella società.
La guerra, anche se è finita, rimane dentro mentre la pace resta fuori. Le esperienze e i ricordi della guerra hanno lasciato un segno profondo e sconvolgente. La guerra non restituisce eroi tutti d’un pezzo ma uomini vinti dagli orrori che hanno dovuto affrontare.
Ci si domanda, leggendo, se davvero la beatitudine esiste in ogni alba e nell’essere vivi e quali siano davvero le cose che formano un uomo nella sua vita e quali quelle che distruggono lui, i suoi affetti, la sua famiglia…
C’è uno stralcio simbolico che vorrei riportare integralmente.

La mattina dopo ci troviamo per l’ultima volta al fronte. Non si spara quasi più. La guerra e finita. Entro un’ora dovremo andarcene. Non sarà necessario tornare qui, mai più. Quando ce ne andremo, ce ne andremo per sempre. Facciamo a pezzi tutto quello che si può fare a pezzi. Ben poco. Un paio di rifugi sotterranei. Poi arriva l’ordine di ritirarci.
É un momento particolare. Stiamo in piedi, uno vicino all’altro, e guardiamo davanti a noi. Leggeri banchi di nebbia ricoprono il terreno. Le linee delle buche e delle trincee si riconoscono chiaramente. Certo, sono soltanto le ultime linee, questa zona rientra nelle posizioni di riserva, ma è pur sempre zona di combattimento. Quante volte abbiamo proceduto lungo queste trincee! Quante volte le abbiamo attraversate ritornando in pochi! Davanti a noi si stende il paesaggio uniforme e grigio… Laggiù in fondo i resti del boschetto, un paio di ceppi, le rovine del villaggio, e lì in mezzo un alto muro solitario che è riuscito a rimanere in piedi.
«Be’» dice Bethke soprappensiero, «qui siamo stati per quattro anni…»
«Accidenti!» concorda Kosole. «E adesso è finita»
«Oh, Dio mio!» Willy Homeyer si appoggia al parapetto. «Ridicolo, non è vero?…»
Stiamo li con gli sguardi imbambolati. L’orizzonte, i resti del bosco, le colline, le linee in distanza, tutto ciò era un mondo terribile e una vita difficile. E adesso rimane lì, non appena ci incamminiamo, sprofonda a ogni passo dietro di noi e tra un’ora sarà scomparso, come se non ci fosse mai stato. Chi può mai capirlo!

ERICH MARIA REMARQUE, La via del ritorno, traduzione dal tedesco di Chiara Ujka, Neri Pozza editore 2014.

Il KLit è iniziato!

15 luglio 2012

Arrivo il sabato mattina presto e, per prima cosa, vado alla ricerca di un buon caffè. Se usi le strade secondarie, nulla ti dà più rapidamente il polso di una cittadina quanto i bar dove si fa colazione o i posti in cui si fa uno spuntino: gran parte di ciò che la gente fa, crede e pensa, lì si rivela in maniera evidente.
Thiene è una piccola città di timpani, porticati, eleganti dimore signorili, pregevoli opifici, grandi alberi e una vecchia piazza rimessa a nuovo. Nei pressi della piazza c’è un piccolo bar che mi pare risparmiato dai tempi. La vetrata anteriore dice ARIA CONDIZIONATA in lettere grondanti ghiaccioli, sulla porta c’è un tubo al neon e all’interno pendono due calendari, quello di un’agenzia d’assicurazioni e quello di un magazzino di ricambi. Sulle pareti ci sono poi la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria, il Manifesto di Francesco Giuseppe ai suoi popoli, il Proclama di Vittorio Emanuele III all’Esercito e alla Marina, una foto di un Gesù alato in compagnia di due bambini e l’immancabile litografia di una cascata. La prova del nove è il pavimento di piastrelline bianche esagonali.
Due vecchi a passeggio con le mani dietro la schiena si salutano stringendosi la punta delle dita con un gesto leggero, quasi femminile, che dimostra la durata della loro amicizia. Entro davvero felice.
Mi aspetto di vedere una vecchia nonna uscire dalla cucina asciugandosi le mani sul grembiule a quadretti e invece arriva una giovane, imbronciata, in uniforme rosa e con gli occhiali tondi che maneggia il blocchetto delle ordinazioni come un vigile il libretto delle multe.
Appena esco, tra le vie del centro, c’è uno strano fermento. Si respira un’aria curiosa, insolita, diversa dal solito. Il KLit, il festival dei blog letterari, è iniziato. Incontro subito Morgan Palmas che ha uno sguardo intenso e mentre parla del presente ti porta lontano. Ha gli stessi occhi di David Copperfield, di Huck Finn e di Jim Hawkins che sognano e fantasticano così perdutamente da trasformare la realtà nel regno della loro straordinaria fantasia.
Il KLit è iniziato. Sul palco ci sono Andrea Atzori, Carlotta Susca, Giovanni Turi, Alessandro Puglisi, Marco Giacosa. Non ho mai visto un volto così mobile e trasparente come quello di Andrea: la luce vi trascorre veloce, in continua oscillazione e movimento, portando i sentimenti fino alla più limpida espressione. Legge Musil ed esprime la sua passione: non nasconde nulla. Su ogni cosa regna la concentrazione. Si trasmettono e comunicano messaggi positivi. La realtà è spesso caos, terrore, lacerazione. Il compito dell’artista è trasformare ogni cosa in bellezza assoluta e primo piano abbagliante.
Il KLit è davvero iniziato…

Marco Paolini e Jack London

31 agosto 2011

Il 28 Agosto 2011, sul Monte Corno di Lusiana (Altopiano di Asiago), è stato un giorno speciale. Il giorno (atteso, voluto, invocato) di Marco Paolini.
“Immersi in uno scenario naturale di aspra e selvaggia bellezza sullo sfondo della città di roccia…” potrebbe essere il titolo wertmülleriano giusto per questa domenica pomeriggio di grande effetto sull’Altopiano.
Uno scenario non comune che ha a suo modo dettato i tempi, suggerito la trama, fatto vibrare il pubblico.
Marco Paolini è un affabulatore acuto e raffinato, intelligente, affilato. Un’impareggiabile maghetto della parola che è riuscito a far apprezzare il romanticismo e la durezza dei racconti di Jack London raccontando la pena di vivere, le debolezze umane, il senso del mistero, lo sgomento del buio, della solitudine e del gelo.
In questa splendida domenica alla città di roccia di Lusiana, Paolini ci ha fatto “vedere” mondi selvaggi, indiani piumati, danze rituali che salgono fino al cielo, eroiche mute di cani da slitta, avventurieri dal carattere rissoso e dal pugno facile, cercatori d’oro perduti nel Klondike. Mondi in cui le regole della società civile non valgono granché, e conta piuttosto la capacità di sopravvivere alle difficoltà di un ambiente ostile. Mondi del ghiaccio e della slitta nella foresta inospitale del Nord America, dove i rapporti tra cani e uomini sono improntati alla violenza. Mondi in cui non c’è pace né riposo e in cui conta solo la legge del bastone e della zanna.
Uno spettacolo quello di Marco Paolini che ha posto al centro della scena la letteratura e la parola, rinnovandole, sfidandole, mettendone in discussione il luogo comune che spesso le confina in una sorta di limbo distante dalla vita.