Archive for the ‘critica’ Category

La curiosità di Mario Praz

2 novembre 2012

Come in ogni altro campo, così per l’arredamento gli uomini si dividono in due classi, anzi addirittura in due razze, direbbe Charles Lamb. Come ci sono i belli e i brutti, i buoni e i cattivi, gli statici e i dinamici, gli allegri e i melanconici, i loquaci e i taciturni, i prodighi e gli avari, e infinite sfumature intermedie, e le più strambe combinazioni di opposti. Per il Lamb tutte le più svariate classificazioni si ridurrebbero alla diversità originaria di «uomini che pigliano a prestito e uomini che danno in prestito». lo mi azzarderei a proporre una distinzione originaria ancor più fondamentale: uomini che tengono alla casa e uomini che non ci tengono affatto. Naturalmente, anche qui, le solite sfumature intermedie: uomini che ci tengono un poco, o così così, o in certe fasi soltanto della loro vita: uomini che mostrano qualche interesse per i mobili soltanto quando metton su casa per il matrimonio, e una volta fatta quella spesaccia, non se ne occupan più (e forse costoro, inorridiamo a pensarci, son la maggioranza). Vi sono alcuni del tutto insensibili a ciò che li circonda, altri che si adattano, e magari provan gusto a vivere in ambienti che i più giudicherebbero intollerabili. Confesso che mi riesce estremamente difficile capire l’animo degli uomini incuranti delle cose e della casa.

Pietro Citati spiega bene come la mente di Mario Praz fosse la più estesa e smisurata tra quelle dei saggisti italiani del secolo scorso. Una mente affollata di sensazioni, di sentimenti, di conoscenze, di oggetti. Una mente ricca di tanti aspetti, tante facce, tante luci, tante ombre, tanti colori.
La curiosità di Mario Praz non aveva limiti e quando nel 1964 pubblica questa sua storia dell’arredamento da Roma ai giorni nostri lo fa in un modo unico, appassionato, innovativo. Come un erudito secentesco, aveva letto intere biblioteche e tutte queste letture gremivano fino all’orlo la sua mente fornendogli ogni associazione possibile. Forse per questo riesce a farci entrare nelle case del passato restituendoci tutta la forza espressiva e la vitalità di quegli ambienti.

Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Biblioteca della Fenice, Guanda, 2012.

Mi chiamo Irma Voth

28 settembre 2012

La prima volta che ho incontrato Jorge è stato al rodeo di Rubio. Lui non era né un cowboy né un lanciatore di lazo. Era solo uno spettatore seduto sugli spalti. Normalmente noi non avevamo il permesso di andare al rodeo, ma mio padre era lontano da casa, nel Belize, in visita a un’altra colonia, e mia madre aveva detto a mia sorella Aggie e a me che potevamo prendere il pick-up e andare a passare il resto della giornata al rodeo, a patto che portassimo con noi anche i bambini così lei poteva riposarsi.
Forse era incinta. O forse aveva appena perso il bambino. Non ricordo. Ma quel pomeriggio se ne infischiava delle regole, e così, per miracolo, ci eravamo ritrovati a un rodeo. Non so se a rendermi audace sia stata la scarica di adrenalina che ho avuto al solo pensiero di essermi allontanata dalla fattoria, fatto sta che ho notato Jorge seduto là da solo, tutto preso dallo spettacolo, che muoveva abilmente il proprio corpo a seconda dei movimenti dei veri cowboy, e l’ho trovata buffa, come cosa, e ho deciso d’andarlo a salutare.
Fai finta di essere un cowboy? gli ho chiesto in spagnolo.
Lui ha sorriso, un po’ imbarazzato, credo.
E tu, fai finta di essere una mennonitzcha? ha detto.
No, io lo sono davvero.
Mi ha chiesto se volevo sedermi accanto a lui e io ho detto sì, ma solo per poco, perché bisognava che tornassi da Aggie e i bambini.
Abbiamo chiacchierato in un cattivo inglese e in un cattivo spagnolo, ma non è stata una gran conversazione, perché non appena mi ero seduta accanto a lui, la mia audacia era svanita di colpo e le mie ginocchia si erano messe a tremare dalla tensione. Avevo paura che qualcuno mi vedesse parlare con un giovane messicano e lo riferisse a mio padre.

A diciannove anni Irma Voth vive in una comunità mennonita nella regione semi desertica del Chihuahua messicano. Sono passati sei anni da quando la sua famiglia ha lasciato il Canada per sfuggire agli occhi indiscreti del governo e preservare la propria libertà religiosa, ma a Irma manca ancora la sua piccola città canadese. Le manca il freddo, ma non solo quello.
La vita in Messico non è facile, anzi. Irma si ritrova abbandonata dal giovane marito che l’ha lasciata per perseguire una vita di spaccio invece che lavorare nella fattoria della sua famiglia.
Ora suo padre l’ha relegata in un casolare ai margini della comunità e tutto sembra crollare, ma le cose cambiano per Irma solo quando nella casa vuota accanto alla sua arriva una troupe cinematografica a fare un film sulla comunità mennonita gettando inevitabilmente lo scompiglio…

Quando Miriam Toews sembra parlare del presente, ci porta lontano. La sua è una voce eccentrica, ma autentica, discorde, insolita. Non la afferriamo mai, perché abita altrove, anche quando pare soffrire e lacrimare davanti ai nostri occhi. Commuove e diverte (con un umorismo tagliente e spesso cupo) allo stesso tempo e scrive in un modo straordinariamente fresco parlando di felicità tortuose o di esistenze al limite con grande umanità e intensità emotiva.
Una scrittrice importante dallo stile lieve, rapido, sciolto che introduce uno struggente e fantastico respiro amoroso.


Miriam Toews

Mi chiamo Irma Voth
(traduzione di Daniele Benati)
Marcos y Marcos
2012

Certe forme della cultura paesana

18 luglio 2012

Vorrei qui oggi riportare una porzione di testo molto significativo del professor Luciano Zampese (tratto da Italianistica, Rivista di letteratura italiana, Anno XXXVIII, N. 1, Gennaio-Aprile 2009) sullo stile sottile e raffinato di Luigi Meneghello, scrittore molto amato dai suoi lettori per la sua eleganza, la forza, il brio della scrittura, per la bizzarria del racconto.
Un testo intelligente ed esplicativo perché ci spiega bene il Meneghello scrittore autobiografico, autore della memoria e della rievocazione del tempo dell’infanzia.

1963, Libera nos a Malo, 1964, I piccoli maestri. I primi romanzi di Luigi Meneghello definiscono i suoi due poli dell’ispirazione, quello della sua terra d’infanzia, politematico e selettivo: «Mi occupo specialmente di certe forme della cultura paesana, una componente sommersa della nostra cultura nazionale, che per un vicentino come me è legata alla vita e alla lingua del mio paese d’origine», e quello civile e pedagogico dell’esperienza partigiana, più concentrato temporalmente e tematicamente, teso alla precisione del dettaglio e in qualche modo all’esaustività: «ciò che mi premeva era di dare un resoconto veritiero dei casi miei e dei miei compagni negli anni dal ’43 al ’45: veritiero non all’incirca e all’ingrosso, ma strettamente e nei dettagli. Mi ero imposto di tener fede a tutto, ogni singola data, le ore del giorno, i luoghi, le distanze, le parole, i gesti, i singoli spari». Entrambe le opere sono veritiere, nel senso di un’assoluta fedeltà alla personale esperienza diretta, alla soggettivissima autopsia dell’io narrante: «Come per ciò che ho scritto sul mio paese, non prendevo nemmeno in considerazione la possibilità di adoperare altra materia che la verità stessa delle cose, i fatti reali della nostra guerra civile, così come li avevo visti io dal loro interno».

Intertestualità per capire

14 giugno 2010

Col termine “intertestualità” Julia Kristeva introduce nel linguaggio critico una vera novità che non sta tanto nel termine in sé, ma nel nuovo modo di guardare e di concepire la letteratura. Siamo nel 1967 e l’ambiente è quello nouvelle critique.
Julia Kristeva porta avanti l’idea della metalinguistica di Bakhtin, dicendo che ogni testo è fatto di un mosaico dinamico di citazioni. I testi, così come interpretati dalla Kristeva, fanno parte di una semiotica della cultura che abbraccia tutte le manifestazioni culturali nei vari processi interattivi.