La regina del deserto

Mia cara, carissima madre, odio tanto essere qui. […] Se soltanto tu fossi in città. Non potrei sentirmi più desolata di come mi sento ora. Sento la ma mancanza ogni giorno di più. […]
Per favore, potresti mandarmi l’Elegia di Gray e anche due portaspazzole di stoffa da appendere e una sacca da notte, e infine un libro in tedesco di Carl Oltrogge, intitolato Deutches Lesebuch?

Così Gertrude fece i bagagli e insieme a Florence si recò a Londra con un biglietto di terza classe, perché aveva riflettuto che non le avrebbe giovato affatto se fosse apparsa più ricca delle altre allieve. Durante il primo anno di studi avrebbe abitato con Lady Olliffe, la madre di Florence, al numero 95 di Sloane Street, in una casa imponente. ma ancora sporca e tetra, ravvivata soltanto dalle visite del biasimevole Tommy, fratello di Florence, il quale, nel giocare a biliardo con la giovane nipote acquisita, s’ingessava sempre il naso oltre che la stecca. Era dispettoso, abilissimo nel fare infuriare le ragazzine e nel flirtare con le giovani donne, nei confronti delle quali le sue intenzioni, come lui stesso aveva assicurato una volta a un padre dal viso cupo, erano «assolutamente disonorevoli». Una volta sua sorella Bessie, la quale, «sorda e stupida», viveva con la madre, lo aveva visto dalla finestra mentre flirtava con una giovane gentildonna seduta su panchina, in giardino. Allora aveva aperto la finestra, gli aveva tirato una palla da tennis, e sfiorando colei che era l’oggetto delle sue attenzioni lo aveva centrato alla tempia.

lrddGertrude Bell venne paragonata a Elisabetta I per l’atteggiamento “virile” e per la scelta di “competere a condizioni maschili nel mondo maschile” delle imprese eroiche mediorientali del primo Novecento.
Dopo la laurea in Storia a Oxford, Gertrude rinuncia agli agi della vita in una delle famiglie più ricche d’Inghilterra e se ne va ad esplorare i territori dell’Impero Ottomano.
Si imporrà da subito per sincerità e schiettezza. E questo, spesso, sarà fonte di discussioni e persino guai.
È schietta, diretta, e pienamente consapevole del fatto che le sue parole possono avere delle conseguenze molto spiacevoli. La tentazione di dire tutto ciò che ha dentro di sé, però, è troppo forte e (purtroppo) ha sempre la meglio.
Ha sete di conoscenza e di giustizia, di cambiamento, sete di vita per chi sembra avere un destino segnato da logiche sbagliate e crudeli.
Entrerà nel controspionaggio inglese, nel gruppo di “orientalisti” che tracceranno il “nuovo” Medio Oriente e sarà ovviamente un personaggio scomodo, ma anche un agente segreto che, alla fine della prima guerra mondiale, avrà un ruolo fondamentale nella creazione dello Stato dell’Iraq.

Georgina Howell, La regina del deserto, traduzione di Alessandro Zabini, Neri Pozza 2015.

Le cose che non ho detto

anaUn altro libro di memorie per Azar Nafisi che questa volta si concentra sulla sua infanzia e giovinezza a Teheran, in particolare sull’infelicità dei propri genitori, due persone profondamente incompatibili tra loro.
Colpisce la trasparenza e l’onestà della sua scrittura, l’analisi lucida e brillante vissuta e raccontata dall’interno di un nucleo familiare molto particolare.

Le cose che non ho detto è una storia personale, ma anche sociale e storica. Una storia che alimenta un senso di nostalgia per un passato (forse) rimosso e soffocato dalla storia recente.
“Durante la Rivoluzione avevo capito quanto fosse fragile la nostra esistenza (…) con quanta facilità tutto quello che crediamo casa può esserci portato via. E ho capito che quello che mio padre mi aveva insegnato con l’immaginazione era un modo per costruirmi una casa oltre i confini geografici e le nazionalità, che nessuno potrà mai portarmi via.”.
È bello però anche perdersi nelle lunghe descrizioni che riguardano l’Iran e città splendide come Isfahan con i suoi magnifici ponti che sembrano filigrana. Ma soprattutto  è straordinario capire da Azar come sono tante e varie le forme del silenzio. Quello che una tirannia impone ai propri cittadini, rubando loro i ricordi oppure quello dei testimoni che scelgono di tacere sulla verità. Soprattutto il silenzio che concediamo a noi stessi, “la nostra personale mitologia, le storie che sovrapponiamo alle nostre vite reali”.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, traduzione di Ombretta Giumelli, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

L’anima del mondo

Arrivarono tutti e due lo stesso giorno, quasi alla stessa ora. Prima lei. Il taxi la lasciò davanti alla scala di pietra che portava all’atrio e, quando il tassista girò intorno alla macchina per aiutarla a scendere, Clea stava già salendo i gradini a passo lento reggendosi alla ringhiera con una mano. Si tirava dietro una cagnetta bianca a macchie nere e marroni e sbuffava tra i denti. Il bagaglio – tre valigie e un baule – era arrivato due giorni prima, e le ragazze dell’accettazione avevano disposto tutto come lei aveva specificato nella documentazione allegata. Non appena si fu avvicinata al bancone, Rocio apparve come un’invocazione sulla porta che collegava l’atrio al suo ufficio e le andò incontro sorridendo. Clea le porse cinque dita ossute che si frapposero tra loro due come un blocco di cemento armato e la cagnetta abbaiò, mostrando denti minuscoli. Rocio non battè ciglio. Clea allora chiuse la sua mano magra su quella di lei.

l'anima del mondoOtto e Clea decidono di entrare volontariamente in una residenza per anziani poco lontano da Barcellona. Si prende cura di loro una ragazza ungherese e fra i tre, grazie alla comune passione per la musica, inizia un bellissimo rapporto di amicizia e complicità. Ilona racconta a loro il suo passato difficile in Ungheria e i due anziani ricorderanno con passione le loro vite.
L’anima del mondo è soprattutto la storia di un incontro inaspettato, sorprendente ed emozionante in ogni singola pagina.
Per tre mesi, le vite di Clea, Ilona Otto si intrecciano tra confidenze, segreti, verità e bugie riescendo a dar vita a uno splendido mosaico di storie in cui nulla è ciò che sembra. E’ il violoncello, in un certo modo, a essere il protagonista della storia… Il violoncello che tra tutti gli strumenti è quello che, come suono, ricorda più di tutti la voce umana. Un suono grave e triste che ammalia, una sorta di “voce dei vinti”. Uno suono che con la sua anima in grado di contenere ed esprimere paure e rimpianti, turbamenti ed emozioni.

Alejandro Palomas, L’anima del mondo, traduzione di Silvia Sichel, Neri Pozza, 2013.