Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Sin dai tempi antichi i giapponesi hanno considerato le pulizie qualcosa di più che una semplice e rozza mansione. In Giappone, nelle scuole elementari e medie, sono gli scolari a occuparsi della pulizia dei locali, cosa che, all’estero, non accade assolutamente.
Ciò si verifica perché, nel nostro paese, fare le pulizie è un concetto che non si riferisce semplicemente a togliere lo sporco dalle superfici, ma è in stretta relazione con lo spazzar via le nubi che oscurano la nostra anima.

mdpdumbE che cos’è l’immondizia? “L’immondizia è costituita da tutte quelle cose ormai vecchie e inutili, che non ci servono più, che, insomma, non sono più necessarie ai nostri scopi.
Tuttavia, le cose non nascono all’origine come immondizia. Lo diventano perché ci sono persone che le trasformano in immondizia e altre che le vedono come tale.
Secondo la filosofia buddhista tutte le cose non hanno un corpo, ovvero, di per sé non hanno sostanza. Ma allora vien da chiedersi come mai esistano se, di fatto, non hanno sostanza. Le cose esistono perché sono in relazione reciproca tra loro. Lo stesso vale per gli esseri umani. Ma gli esseri umani pensano di esistere di per sé, e non in relazione ad altro. Per questa ragione decidono cosa sia utile e cosa non lo sia più e la trasformano in immondizia.”

Keisuke Matsumoto, Manuale di pulizie di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima, traduzione dal giapponese di Ramona Ponzini, Vallardi 2012.

Dike

demComprendere il senso di una parola senza comprenderne la verità significa non capirne la profondità.
La parola greca dike viene per lo più tradotta con giustizia, ma dike, nel suo significato formale, indica lo stato in cui le cose stanno come devono e non devono stare. Un «dovere» che non è un compito, ma necessità.

Dìkaios è la parola che nella definizione di Simonide vuol dire “giustizia”: equivale al latino iustus, “il giusto”. La parola matrice di dikaios è appunto dike, giustizia (iustitia). Ma dike è anche la parola che corrisponde al romano ius che, tra i suoi diversi significati, ha anche quello di indicare “ciò che spetta”. Questo, anzi, è il significato originario della parola, attestato in Omero, e mantenuto per tutto il periodo arcaico, fino a Socrate, come indicativo dell’essenza della giustizia. Lungo tutto il periodo arcaico la giustizia è regola fondamentale nei rapporti tra le persone. Socrate interrompe questa visione: dopo di lui la giustizia non è più regola, ma “virtù dell’anima”
La differenza tra giustizia come regola e giustizia come virtù è fondamentale e soprattutto da capire.
La giustizia come virtù non richiede ciò che la giustizia impone e quindi la giustizia come virtù può essere illimitata. Alla differenza concettuale che c’è tra giustizia come virtù e giustizia come regola corrisponde (nella lingua greca) una differenza nelle parole: la giustizia come virtù è dikaiosyne, la giustizia come regola è dike. L’una è espressione di un atteggiamento, l’altra è un modo di vivere. Questo secondo ambito di significato è anche quello che emerge dai frammenti dei filosofi presocratici.

Là da dove le cose hanno il loro inizio, devono anche andare a finire, secondo la necessità. Esse devono infatti fare ammenda ed essere giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo. Così dice Anassimandro nel suo celebre frammento in cui appare la parola dike.

Vivendo, si capisce, la colpa è inevitabile, poiché ogni azione causa una serie di conseguenze che hanno effetto su ciò che ci circonda, e in particolare su coloro che ci sono vicini. Ma cos’è  la colpa? È una responsabilità oggettiva, la matrice della causa che abbiamo inserito nel mondo e che lo ha, anche se minimamente, cambiato. Non c’è modo di sfuggire alla colpa, perché anche l’inazione può portare a nefaste conseguenze.
La colpa, quindi, è inevitabile, ma lo è anche l’ammenda. Per questo chi è consapevole del male che ha causato deve cercare di rimediare. Sembrerebbe ovvio, ma non sempre lo è.

Emanuele Severino, Dike, Biblioteca Filosofica, Adelphi 2015.