Archive for the ‘Frammenti’ Category

Storia della pioggia

13 agosto 2015

Più viveva in questo mondo, più mio padre si convinceva che ce ne fosse un altro a venire. Non che per lui il mondo non si potesse salvare, anche se credo che lo pensasse nei momenti cupi; piuttosto immaginava che ce ne sarebbe stato uno migliore, dove Dio aveva corretto i propri errori e gli uomini e le donne vivevano la seconda stesura della Creazione, liberi dal dolore. Mio padre portava su di sé il fardello di un’ambizione smisurata: avrebbe voluto che tutte le cose fossero migliori di com’erano, partendo da lui stesso e arrivando al mondo intero. Forse perché era un poeta. Forse ogni poeta è condannato all’insoddisfazione. Dev’essere per colpa della luce che li abbaglia. Non l’ho ancora capito. Non so se il tempo arrugginisce o lucida l’anima dell’uomo, se è vero che è meglio guardare in alto piuttosto che in basso.
Noi siamo la nostra storia, la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo. L’io narrante e il narrato sono così evanescenti. Almeno per me.

sdpLa scrittura di Niall Williams è intensa, poetica e illuminante. Uno sguardo diretto sul volto delle cose che vede la bellezza anche nella deformazione più profonda e ci fa capire quanto il potere curativo della fantasia sia importante nella vita di ogni giorno.

Ruth Swain ha diciannove anni ed è costretta a passare sue giornate a letto in una mansarda di una fattoria irlandese, sotto la pioggia, nel “posto che spetta all’io narrante, fra questo è l’altro mondo”.
È ossuta, Ruth, e forse ha capito il vero valore delle cose e delle persone. Ha un viso affilato, delle labbra sottili, una pelle incapace di abbronzarsi ed è convinta che leggere poesie ad alta voce aiuti gli esseri umani a essere migliori.
Ha letto così tanti romanzi del diciannovesimo secolo già prima dei quindici anni che forse è diventata boriosa, “affetta dalla Sindrome della Ragazza Saputella, portatrice di opinioni e buoni voti, studentessa dell’inglese puro, matricola del Trinity Collage di Dublino”.

Ruth ha tre demoni sul suo cammino: la perdita di suo fratello gemello Aeney, la morte di suo padre, il poeta, e la malattia del sangue di cui soffre. Li affronta grazie alla letteratura, ai suoi personaggi, ai suoi luoghi, alle sue situazioni e alle sue case, ai suoi sentimenti e alle cose che, decennio dopo decennio, possono ricostruire un mondo la cui mappa imperfetta contiene il movimento del tempo e la cruda bellezza di ogni vita.
“Noi siamo la nostra storia”, dice Ruth, e “la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo”.

Niall Williams, Storia della pioggia, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Il defunto odiava i pettegolezzi

29 luglio 2015

«Pravda », 15 aprile 1930:
«In questo numero:
«Inghilterra. A Bradford scioperano tutte le imprese industriali, nelle altre regioni l’80 per cento.
«India. Lo sciopero dei ferrovieri continua con immutata fermezza.
«Editoriale. Rafforzare la gestione delle imprese industriali.
«Pag. 2. Massima attenzione al funzionamento dei trasporti.
«Pag. 3. Per la soia e il mais!
«Pag. 4. Il motivo dei contrasti fra Komsomol e Commissariato del popolo per l’istruzione».
«Pag. 5. È morto Vladimir Majakovskij».

Pag. 5: «Ieri, 14 aprile, alle 10.15 del mattino, il poeta Vladimir Majakovskij si è tolto la vita nel proprio studio. Come ha riferito al nostro inviato l’inquirente I. Syrcov, le indagini preliminari dimostrano che il suicidio è stato causato da motivi di natura privata che nulla hanno a che vedere con l’attività pubblica e letteraria del poeta.
Prima del suicidio il poeta ha sofferto di una grave malattia, dalla quale non si era mai completamente ripreso».

idoipÈ il 14 aprile del 1930. In un istante tutta la scena sembra toccata dalla morte. Pare di udire ancora il silenzio totale in cui si spengono tutti i rumori della notte e Majakovskij è morto tanto che davanti a lui proviamo uno stupore che si fa sempre più intenso.
Giace su un fianco Majakovskij, il poeta gigante cantore della rivoluzione d’Ottobre. Ha la testa rivolta verso la parete, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che si è appena addormentato.
Ha lasciato una lettera di commiato. Ha scritto di non incolpare nessuno “e, per favore, niente pettegolezzi”.

Serena Vitale mette a confronto stralci di corrispondenza, memorie, disegni e fotografie indagando con delicatezza sulle ragioni e la dinamica del suicidio del poeta bardo del bolscevismo.
Non è la cronaca di un’inchiesta, ma molto di più. Le sue sono parole importanti che appassionano e ci fanno riscoprire un pezzo importante, fondamentale, della storia russa.

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Fabula, Adelphi 2015.

Un gomitolo di concause

4 settembre 2013

Quanto alle lodi e alla “campagna di stampa… non so se sia stata interamente promossa da Garzanti, e non credo che tutti gli articoli favorevoli siano stati “imposti da lui”… E’ probabile che ne abbia incoraggiato uno o due, sui “suoi” (per modo di dire) periodici, eventualmente a 1/2 P.B. Il «chiasso» è un fenomeno dell’epoca attuale, determinato soprattutto dalla inderogabile necessità di vincere il chiasso altrui, di superare acusticamente, spazialmente, fotograficamente, la grida eludente le poppe della Loló e lo sguardo sexy della Sophia. lo non posso competere, quanto a culo, né con l’una né con l’altra: ma se il pesciarolo non urla più del pesciarolo concorrente sulla piazza, rimane col merlano in mano. (Merlano, franc. merlan, è vocabolo dei cuochi e trattori per dire il merluzzetto fresco, e intero.) Bisogna che l’Anima Severa si renda conto di questo: l’editore deve cavare le spese, ripagarsi delle spese. E’ legittimo, è giusto. Deve strombettare: non c’è nessuna legge umana o divina che gli ingiunga di dormire sonni fiorentini o romani, e di perdere il suo denaro. lo non posso proibirgli la propaganda, anche se il mio desiderio e il mio gusto, Lei lo sa, è quello della riservatezza; dei 25 lettori.

Un gomitolo di concauseNel 1956 Pietro Citati è consulente di Livio Garzanti ed è lui che tiene i rapporti tra Carlo Emilio Gadda e l’editore milanese. In poco tempo il giovane Citati ne diventa amico e confidente. “Gadda era un po’ mio padre e un po’ mio figlio: mi occupavo di tutto, raccoglievo i suoi saggi, mi occupavo della sua vita privata; lui era questa figura di borghese, di qualche anno più giovane di mio padre, di grande dolcezza, di grande gravità, di grande nobiltà, ma allo stesso tempo di nessuna dolcezza, di nessuna gravità, di nessuna nobiltà, che scoppiava in scatti d’ira improvvisa e furibonda.”
Da assaporare pagina dopo pagina questo sfolgorante carteggio tratto dall’Archivio Liberati che rivela, tra le righe, anche stravaganti saggi, squisiti “poèmes en prose” e ammalianti “bizze” che conquistano e illuminano rivelando molto dei caratteri degli interlocutori.
La scoperta dell’Archivio Liberati (lascito dello scrittore alla governante Giuseppina) ha infoltito gli studi su Gadda, un genio che deroga dagli schemi.
La riflessione sui suoi testi è in continuo aggiornamento e questo stupefacente Archivio è una vena aurifera che sta stupendo e da cui l’editoria non può che trarne vantaggio.

Carlo Emilio Gadda, Un gomitolo di concause – Lettere a Pietro Citati, Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi), 2013.

La curiosità di Mario Praz

2 novembre 2012

Come in ogni altro campo, così per l’arredamento gli uomini si dividono in due classi, anzi addirittura in due razze, direbbe Charles Lamb. Come ci sono i belli e i brutti, i buoni e i cattivi, gli statici e i dinamici, gli allegri e i melanconici, i loquaci e i taciturni, i prodighi e gli avari, e infinite sfumature intermedie, e le più strambe combinazioni di opposti. Per il Lamb tutte le più svariate classificazioni si ridurrebbero alla diversità originaria di «uomini che pigliano a prestito e uomini che danno in prestito». lo mi azzarderei a proporre una distinzione originaria ancor più fondamentale: uomini che tengono alla casa e uomini che non ci tengono affatto. Naturalmente, anche qui, le solite sfumature intermedie: uomini che ci tengono un poco, o così così, o in certe fasi soltanto della loro vita: uomini che mostrano qualche interesse per i mobili soltanto quando metton su casa per il matrimonio, e una volta fatta quella spesaccia, non se ne occupan più (e forse costoro, inorridiamo a pensarci, son la maggioranza). Vi sono alcuni del tutto insensibili a ciò che li circonda, altri che si adattano, e magari provan gusto a vivere in ambienti che i più giudicherebbero intollerabili. Confesso che mi riesce estremamente difficile capire l’animo degli uomini incuranti delle cose e della casa.

Pietro Citati spiega bene come la mente di Mario Praz fosse la più estesa e smisurata tra quelle dei saggisti italiani del secolo scorso. Una mente affollata di sensazioni, di sentimenti, di conoscenze, di oggetti. Una mente ricca di tanti aspetti, tante facce, tante luci, tante ombre, tanti colori.
La curiosità di Mario Praz non aveva limiti e quando nel 1964 pubblica questa sua storia dell’arredamento da Roma ai giorni nostri lo fa in un modo unico, appassionato, innovativo. Come un erudito secentesco, aveva letto intere biblioteche e tutte queste letture gremivano fino all’orlo la sua mente fornendogli ogni associazione possibile. Forse per questo riesce a farci entrare nelle case del passato restituendoci tutta la forza espressiva e la vitalità di quegli ambienti.

Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Biblioteca della Fenice, Guanda, 2012.

Il verbo «odiare»

22 settembre 2012

I bambini attribuiscono al verbo «odiare» significati diversi. Può voler dire che hanno paura.
Non che si sentano in pericolo di un’eventuale aggressione come mi succedeva, ad esempio, con certi bambini grandi e grossi che, in bicicletta, si divertivano a tagliarmi la strada strillando come indemoniati, mentre passeggiavo sul marciapiede. Non è una minaccia fisica che si teme quanto piuttosto un sortilegio, una malevolenza. È una sensazione che, da molto piccoli, si può provare anche riguardo alle facciate di certi edifici, o a dei tronchi d’albero e, spessissimo, a cantine umide o armadi a muro profondi.

Da Troppa felicità di Alice Munro

Voglio emozionare i lettori, ma senza trucchi

15 agosto 2012

“Voglio che la scrittura mostri come sono complicate le cose e sorprendenti. Voglio emozionare i lettori, ma senza trucchi. Voglio che pensino sì, quella è vita. Perché è la reazione che ho io di fronte alla scrittura che ammiro di più. Una sorta di meraviglioso sbalordimento.”

[…] “non riuscivo a introdurre dei personaggi in una stanza senza descrivere tutti i mobili. Lei mi dice che Hemingway insegnava a non descrivere mai i personaggi. So tutto di quella regola. Ma tiro dritto.”

Un racconto breve di Alice Munro ha il potere di molti romanzi. E’ infinitamente sottile, con modulazioni di toni e colori che sconvolgono, sorprendono e deliziano. Niente è sprecato. Nulla è irrilevante. Ogni parola è essenziale.
Certe sue frasi, seducenti nella loro lucidità, irresistibili nella loro precisione, incantevoli nella loro semplicità, possono davvero incantare.
Alice Munro descrive la complessità delle cose dentro le cose. Possiede una naturale capacità nello scoprire la sconvolgente assurdità della vita e ha una sensibilità acuta nel capire a fondo i tradimenti, le doppiezze, le tenerezze, i compromessi nei rapporti umani.
Anche per questo è in grado di catturare il sapore di una vita in 30 pagine e ha dimostrato che il racconto è una forma d’arte e non il parente povero del romanzo.

Odorava di legno appena tagliato

10 agosto 2012

Camminare lungo la dorsale di Tortima sull’Altopiano di Asiago è come passare in rassegna tre secoli di storia. Tronchi di legno grezzo, mattoni del dopoguerra, fregi veneziani, vecchi portoni con intelaiatura in ferro. Una piccola contrada fondata nel ‘700 per questa parte dell’Altopiano è molto vecchia.
Vicino alla strada di accesso principale, un uomo stava raschiando le pareti di una casetta a due piani portando alla luce una vecchia struttura fatta di tronchi d’albero. Mi fermai a guardarlo mentre cercava di mettere in squadra la porta d’entrata.
Per avere un colpo d’occhio migliore, venne fin sul marciapiede, osservò l’architrave e poi mi chiese: «Pende da questa parte, non è vero?»
«Un pochino, ma può andare.»
«Sai, voglio che sia perfetta». Andò alla porta, sistemò un martinetto, prese le misure e manovrò lo strumento. I tronchi scricchiolarono e si squadrarono. Infilò due zeppe che tenessero l’architrave in posizione, poi tolse il martinetto.
«Vieni qui dentro a vedere», mi disse, «se ha tenuto centocinquant’anni non vorrai che vada giù proprio oggi.»
«Può darsi, ma solo perché una volta la gente non aveva un affare come questo», risposi indicando il martinetto.
L’interno, privato d’intonaco e perline, emanava un forte odore di legno. I tronchi più grossi di traversine ferroviarie, erano uniti da incastri a coda di rondine: un capolavoro di precisione fatto solo con ascia, accetta, mazza e cuneo. L’uomo, Mario Tumelero, mi chiese cosa ne pensavo. «Una meraviglia.»
«Ma quanto ci hai messo?»
«Dieci giorni. Vogliamo trasferirci qui dal primo aprile, non sto scherzando.»
«Per abitare tutto l’anno?»
«Mia moglie e io vogliamo trasferirci qui perché siamo in pensione ormai e per questo abbiamo comprato questi quattro muri.»
«Sapevi che sotto il rivestimento c’era una casa di legno?»
«Ne avevamo il sospetto. La forma della casa e le finestre basse facevano sperare bene. Sapevamo che ce n’era qualcuna lungo la via principale». Si diresse alla porta. «Un’altra potrebbe essere quella casetta al di là della strada. Ci sono ancora un sacco di capanne seppellite sotto strati di cemento, e nessuno lo sa. Ho sentito dire che qui nell’Altipiano ce ne sarebbero diverse.»
Un uomo robusto entrò dal retro scavalcando una finestra.
«Per esempio, Aldo ne ha scoperta una l’anno scorso su in contrada Bielli.»
«Si, ma io sapevo di che morte morivo», disse Aldo. «Quella che ho trovato io non aveva nessun involucro. Un gruppo di operai doveva ripulire e sgombrare un campo, e discuteva se spartirsi il legname di cui era formata o se tirarla giù a picconate. Noi stavamo giusto cercando una baracca, perciò la comprammo e ce la portammo via. Era solo tre centimetri fuori squadra, ed io so per certo che stava lì dal 1807. Adesso è buona per altri duecento anni.»
«I tronchi di Aldo sono di castagno, ben più resistenti alle termiti di questi tronchi di pioppo», disse Mario. «Qui per lungo tempo una grondaia ha gocciolato su un angolo della parete posteriore e le termiti si sono insinuate nel legno umido. Ora quel punto è come un dente marcio, salvo che non possiamo cavarlo: perciò lo rinforzeremo.»
Mi condusse all’esterno fino alla parete est. «Guarda». Mi indicò un grezzo numero I romano inciso al fondo del tronco tra i segni dell’ascia. L’ottavo tronco portava un “VIII” intagliato grossolanamente. «Sono numerati e non sappiamo perché. Non credo che l’abbiano mai spostata. Forse i tronchi sono stati tagliati secondo un progetto.»
«Una casa prefabbricata del Settecento?»
«Non penso che in origine fosse una casa. Alcuni documenti indicano che si trattava di una stazione di sosta per le diligenze in servizio sulla vecchia strada per Asiago, ma probabilmente la costruzione è ancora più antica. Tortima è sempre stata una via di transito.»
«Come mai le assi sono distanziate?»
Mario infilò un palanchino tra due assi e tirò fuori una pietra impastata con fango duro come cemento. «Una volta chiudevano le fessure con pietre e fango, ma noi non ci atterremo al sistema originale. Lasceremo le pietre, ma per fermarle useremo cemento e sabbia.»
Infilò il palanchino in un cavicchio di legno dal colore molto più chiaro dei tronchi e lo estrasse completamente. «Quercia lavorata a mano. Senti l’odore». Il cavicchio odorava di legno appena tagliato. «Stai annusando un albero del 1767». Mario se lo portò fino al naso. «Ti dà veramente il senso della storia. Tienilo pure.»
Mi chiese come stavano i miei. Aldo, sentita la risposta, mi domandò se sapevo che quella casa su cui stavano lavorando era la casa natale del mio bisnonno.
«Si, ne avevo sentito parlare, ma non ho mai capito bene quale di tutte queste fosse.»
«Me lo diceva sempre mio nonno che proprio qui si trovava la stalla e lì dove sei te adesso la cucina. Da questa porta è uscito tuo bisnonno Giuseppe per poi andarsene in Argentina e poi in Africa. Tuo zio me ne ha parlato la scorsa estate. Nel diario del nonno è tutto spiegato, mi ha detto. E’ una fortuna avere dei ricordi scritti rimasti in casa…»
Una testa spuntò dalla finestra. «Ehi, Ettore», disse Mario rivolto da quella parte. «Sarebbe anche ora di mangiare qualcosetta, no?»
«Vado giù in cambusa a recuperare il fresco, capitano.»
«C’è un bottiglione di quelli buoni vicino alla scansia» aggiunse Mario.
Ettore riemerse poco dopo col vino, quattro bicchieri e un sacchetto di pane.
Ci fu una discussione sulla qualità del vino, sul fatto se fosse meglio il prosecco di S. Pietro di Feletto o quello di Guia.
«Se devi poi tornartene a Venezia è meglio che te ne mangi uno solo di questi panini» disse Ettore.
Ci sedemmo a parlare sulle assi del pavimento. «Sai», disse Mario, «questa vecchia baracca cambierà le cose qui, per noi ovviamente, ma fra poco anche per la contrada. Non riesco a spiegare bene perché, ma lo sento. Non so… è come se il recupero di questa casa fosse un’opera destinata a durare: ho la sensazione che la gente di qui abbia bisogno di vedere questa vecchia signora. Per ricordare.»
«Vecchia signora? Ieri non la chiamavi così.»
«Ieri era ieri. Ogni giorno, invecchiando, migliora.»
Si alzarono tutti per tornare al lavoro e mi salutarono con una stretta di mano. Quand’ero già sul marciapiede, Ettore mi gridò:
«Che te ne pare del panino?»
Ci pensai su un attimo, poi risposi: «E’ già entrato tutto in circolo.»
Proseguendo verso la macchina parcheggiata in piazza pensavo a Mario Tumelero: per costruire qualcosa di nuovo ricostruiva un passato che poteva vedere, annusare e plasmare con le proprie mani. Una capacità che gli invidiavo davvero. Ma ancora di più pensavo alla casa di Giuseppe e al suo taccuino, a quei ricordi scritti “rimasti in casa” che forse volevano essere recuperati. Proprio come la casa di Mario.

(incipit de Dall’Altopiano al Mayumbe di Marco Crestani)

(…) Prosegue (le prime 19 pagine si possono leggere) su Calameo.
Lo si può trovare su IBS, Bol, Amazon, BookRepublic, ebook.it oppure su ibooks (itunes). Ma anche in altri siti: basta digitare il titolo su google
Il software (freeware) per leggerlo su pc o mac si trova qui.