Archive for the ‘Incipit’ Category

E giocavamo insieme…

5 agosto 2016

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“Sì. Perché no?”. Glauco Levi ripeteva, guardandomi, le parole pronunciate al telefono, quando, dopo essermi presentato, gli avevo spiegato le ragioni per le quali desideravo fargli visita, nella sua villa vicina a Torquay, nello Stato del Victoria.
“Perché non chiacchierare con lei, che si presenta, ancor prima che in qualità di giornalista, come amico di uno dei miei più cari amici, Carlo Della Vida.” Glauco Levi rimase a fissarmi, uno sguardo intelligente e umano, che finì di mettermi a mio agio, come non accade spesso all’inizio di una intervista: una vicenda alla quale il giornalista non del tutto cinico si affaccia sentendosi in qualche modo uno spione, o quantomeno un importuno.
“Ma mi dica, prima di tutto, come sta Carlo?” Risposi che Carlo Della Vida l’avevo incontrato circa un mese prima della mia partenza per l’Estremo Oriente, dove mi recavo per l’annuale resoconto ai Campionati d’Australia di tennis, che si svolgono a Melbourne, circa cento chilometri dal luogo in cui ci trovavamo, la villa che Glauco aveva ribattezzata Ostia.
Il mio giornale mi aveva affidato, infatti, l’incarico di intervistare qualche italiano che si fosse affermato sino a raggiungere ruoli di eccellenza, e non inferiore notorietà. Insieme a Levi, avrei dovuto incontrare i costruttori Grollo, Ralph Bernardi, sindaco di Melbourne, Luciano Bini il cosiddetto Re del Caffè, Giancarlo Giusti.
Ed era stato Della Vida ad insistere, e ripetermi che simili personaggi sarebbero stati interessantissimi.
Ma Glauco Levi era qualcosa di più, un suo amico intimo, con cui aveva condiviso la gioventù, e, insieme, qualche decisione determinante, di quelle che danno una svolta alla vita.
“Siamo stati compagni al liceo Virgilio di via Giulia, a Roma, sorrideva Levi. — E giocavamo insieme, quasi giornalmente, al Tennis Club Pariòli: mi correggo, al circolo Tennis Pariòli, dal giorno in cui i fascisti abolirono le parole straniere. Fu proprio in seguito a quella scelleratezza, unita alla decisione di denominare il nostro amato tennis Pallacorda, che iniziò a nascermi dentro una delle spinte che dovevano condurmi qui.
“Ma non sono esatto, continuò, sogguardando il taccuino, sul quale tracciavo, come mi è solito, una sorta di scaletta dell’intervista. – La prima spinta ad andarmene venne forse da un dialogo col papà di Carlo, l’uomo più intelligente che avessi sin lì conosciuto, che mi spiegò perché mai avesse rifiutato la sottomissione al fascismo.
Ricorderà Gianni — e qui sorrise, chiedendomi se potesse chiamarmi con il mio nome — ricorderà che, già negli anni Trenta i fascisti si spinsero a chiedere una sorta di avallo ufficiale a quei professori universitari che non fossero membri del partito. Furono pochissimi, soltanto quattordici, a rifiutarsi di firmare.
Tra questi, il padre di Carlo, il professor Giorgio Della Vida, che decise di emigrare negli Stati Uniti, e divenne un luminare dell’Università di San Diego. Pochi anni più tardi, mi ritrovai in Gran Bretagna, a Oxford, dove mio padre aveva insistito a inviarmi, per una tradizione famigliare che risaliva a tre precedenti generazioni, legate agli inglesi da interessi e attività di lavoro.
La vicenda del professor Della Vida fu l’ultima, e non certo la minore, di una concatenazione di eventi che, tra il 1936 e il 1938, alle prime avvisaglie delle leggi antiebraiche, spinsero mio padre e mia nonna a convocare un consiglio di famiglia: una vicenda tipica di noi Levi in casi di assoluta necessità.
Fu proprio nonna Sara, una donnina non meno anziana di quanto io sono ora, la più determinata nell’insistere perché si prendesse una decisione dolorosa, ma indispensabile.
Noi Levi siamo forse più italiani che ebrei, cittadini di un paese che ci aveva accolti da più di cinque secoli, profughi da uno dei tanti pogrom che non hanno cessato di colpire la comunità israelitica.
In Italia, come ricordò la nonna, ci eravamo tanto inseriti da perdere, quasi completamente, le nostre connotazioni razziali.
Per quanto mi riguarda, non ero stato nemmeno circonciso, né entrato, se non occasionalmente, in una Sinagoga.
“Del bisnonno materno potrà trovare il nome tra i Mille che partirono al seguito di Garibaldi. Il nonno aveva addirittura aderito al Partito Nazionale Fascista, sinché le vicende che portarono all’alleanza con Hitler non l’avevano spinto a non rinnovare la tessera.
Ma, dai fascisti, non erano giunte che avvisaglie di un pericolo, peraltro contraddette, sino al 1936, e confermate invece con la legge antiebraica del 1938.
I tempi stavano dunque decisamente cambiando. Gli equilibri dell’alleanza, e ce lo confermava anche un amico quale l’ambasciatore in Germania Bernardo Attolico, stavano mutando giorno dopo giorno in favore di Hitler.
Ed era allora il caso di guardarsi alle spalle, ricordarsi di passate vicende che ci offriva una lunghissima successione di sofferenze, spossessamenti, assassini collettivi.”
“Io, per me, di andarmene a quasi ottant’anni, non me la sento – affermò nonna Sara. — Sono nata qui, e spero che, di morire qui, mi sia permesso.” Ma, aggiunse, rivolgendosi ai suoi due figli, e a noi nipoti, non avevamo il diritto di esporci ad un dramma molto probabile.
“E si doveva liquidare, per quanto possibile, il patrimonio immobiliare, e parcheggiare fuori dall’Italia denaro e titoli.
Nella cassaforte svizzera, o ancor meglio in America.
“E perché no in Australia? – mi ricordo di aver esclamato -. Almeno laggiù, i tedeschi non ci arriveranno mai.”

Da Gianni Clerici, Australia Felix, Fandango 2012.

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Botteghe affumicate e lucenti

2 agosto 2016

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Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. Via Pietrapiana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l’Arno sulla destra, i Giardini e l’Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie “grasse” del Trecento. Via de’ Malcontenti ne era un’arteria e un monito; via dell’Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un’età lontana un’immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, “rallegrandolo”.
Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.
La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.

Tratto da Vasco Pratolini, Il Quartiere, edizione BUR Scrittori Contemporanei, gennaio 2012.

Niente dura, neppure i pensieri dentro di te

1 agosto 2016

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Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano più. Posso raccontarti di quelle che ho visto, di quelle che non esistono più, ma temo di non averne il tempo. Tutto sta accadendo così velocemente ora, che non riesco a tenervi dietro.
Non mi aspetto che tu capisca. Non hai mai visto niente di tutto questo, e anche se ci provassi non potresti neppure immaginarlo. Queste sono le ultime cose. Una casa un giorno è lì e il giorno dopo è sparita. Una strada lungo la quale solo ieri camminavi, oggi non esiste più. Persino il tempo è in un flusso costante. Un giorno di sole seguito da un giorno di pioggia, un giorno di neve seguito da un giorno di nebbia, il caldo e poi il freddo, il vento e poi la calma, un periodo di freddo pungente e poi oggi, nel mezzo dell’inverno, un pomeriggio di luce fragrante, caldo al punto da far sudare. Quando vivi in città impari a non dare nulla per scontato. Chiudi gli occhi per un attimo, ti giri a guardare qualcos’altro e la cosa che era dinanzi a te è sparita all’improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te. E non devi sprecare tempo a cercarli. Quando una cosa sparisce, finisce.
Ecco come vivo, continuava la sua lettera. Mangio poco. Quel tanto che basta per tirare avanti passo dopo passo, e niente più. Talvolta mi assale la debolezza, e sento che non riuscirò a muovere il prossimo passo. Ma me la cavo. Nonostante gli sbandamenti riesco a tirare avanti. Dovresti vedere come me la cavo bene.

Paul Auster, Nel paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Einaudi 2003.

L’ambasciata di Cambogia

11 luglio 2016

ldcChi si aspetterebbe l’Ambasciata di Cambogia? Nessuno. Nessuno poteva aspettarsela, nessuno se l’aspettava. È una sorpresa, per tutti noi. L’Ambasciata di Cambogia!
Di fianco all’ambasciata c’è un centro benessere. Dall’altra parte una fila di residenze private, quasi tutte appartenenti a ricchi arabi (o almeno così sosteniamo noi, la gente di Willesden). In genere hanno colonne corinzie ai lati dell’ingresso e – secondo l’opinione diffusa – una piscina sul retro. L’ambasciata, al contrario, non è molto imponente. È solo una villa con quattro o cinque camere da letto alla periferia nord di Londra, costruita negli anni Trenta, circondata da un muro di mattoni rossi alto circa due metri e mezzo. E avanti e indietro, rasentando orizzontalmente quel muro, sfreccia un volano. Giocano a badminton, nell’Ambasciata di Cambogia. Poc, smash. Poc, smash.
L’unico vero indizio che l’ambasciata sia davvero un’ambasciata è la piccola targa di ottone sulla porta (con la scritta: AMBASCIATA DI CAMBOGIA) e la bandiera nazionale della Cambogia (noi presumiamo che lo sia: cos’altro potrebbe essere?) che sventola sul tetto di tegole rosse. Qualcuno dice: «Oh, ma è circondata da un alto muro, e questo dimostra che non è una residenza privata, come le altre case della via, bensì un’ambasciata». La gente che lo dice è stupida. Molte di quelle case private sono circondate da un muro, alto più o meno come quello dell’Ambasciata di Cambogia, eppure non sono ambasciate.

da Zadie Smith, L’ambasciata di Cambogia, traduzione di Silvia Pareschi, Libellule, Mondadori 2015.

Ombre sulla via della seta

15 giugno 2016

OSVDSAll’alba il paesaggio è deserto. Una strada rialzata si stende attraverso il lago su un ponte di granito argenteo, e al di là di esso, pallido nel suo riflesso, scintilla un tempio. La luce cade pura e immobile. I rumori della città si sono smorzati e il silenzio ingigantisce il vuoto – il lago artificiale, il tempio, il ponte – come le ombre di una cerimonia ormai dimenticata.
Salgo la triplice terrazza che conduce al tempio costeggiando la mole di una scura montagna, fitta di alberi centenari, che si staglia contro il cielo. I miei passi risuonano debolmente sui gradini. La pietra nuova e gli alberi antichi suscitano una lieve confusione nella mente. In qualche punto del bosco sopra di me, tra i cipressi antichi di mille anni, giace la tomba dell’Imperatore Giallo, il mitico progenitore del popolo cinese.
Alcuni pellegrini gironzolano nel cortile del tempio, e venditori al riparo di tende gialle offrono rose anch’esse gialle. Il luogo è tranquillo e pieno di ombre. Cipressi giganteschi hanno invaso l’area recintata e ora si levano grigi e antichi, quasi si stessero tramutando in pietra. Si dice che uno di questi alberi fu piantato dall’Imperatore Giallo in persona; a un altro, il grande imperatore Wudi, che fondò il tempio duemila anni fa, era solito appendere l’armatura prima di pregare.
I pellegrini si scattano delle fotografie. Stanno in posa con aria grave, traendo prestigio dalla magia del luogo. Qui il loro passato diventa sacro. L’unico suono è il fruscio del bambù e il mormorio dei visitatori. In questo tempio rendono omaggio al proprio retaggio, al proprio primato nel mondo. Perché fu l’Imperatore Giallo a inventare la civiltà stessa. Diede vita alla Cina – e alla saggezza.

da Colin Thubron, Ombre sulla via della seta, traduzione di Raffaella Belletti, Ponte alle Grazie 2006.

Storia naturale della distruzione

15 giugno 2016

wgssnddÈ difficile riuscire oggi a farsi un’idea anche solo vagamente adeguata dell’immane devastazione che si abbatté sulle città tedesche negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, e più difficile ancora riflettere sull’orrore che accompagnò tale devastazione. Anche se dagli Strategic Bombing Surveys degli Alleati, dai rilievi dell’Ufficio federale di statistica e da altre fonti ufficiali risulta che la sola Royal Air Force sganciò sul territorio nemico un milione di tonnellate di bombe in quattrocentomila incursioni, che delle centotrentuno città attaccate – alcune solo una volta, altre a più riprese – parecchie vennero quasi interamente rase al suolo, che fra i civili le vittime della guerra aerea in Germania ammontarono a seicentomila persone, che tre milioni e mezzo di alloggi andarono distrutti, che alla fine del conflitto i senzatetto erano sette milioni e mezzo, che a ogni abitante di Colonia e a ogni abitante di Dresda toccarono rispettivamente 31,4 e 42,8 metri cubi di macerie – anche se tutto questo ci è noto, non sappiamo però che cosa significhi nella realtà. Quell’opera di annientamento, senza precedenti nella storia, entrò negli annali della nuova nazione che andava allora costituendosi soltanto sotto forma di vaghe generalizzazioni, e sembra non aver quasi lasciato postumi dolorosi nella coscienza collettiva; un’opera di annientamento che è rimasta in larga parte esclusa dalla consapevolezza di sé elaborata a posteriori dalle vittime, che non ha mai svolto un ruolo rilevante nelle discussioni relative allo stato d’animo profondo del nostro paese e che – come avrebbe constatato in seguito Alexander Kluge – non ha mai assunto i connotati di esperienza-simbolo nell’immaginario collettivo.

da W.G. Sebald, Storia naturale della distruzione, traduzione di Ada Vigliani, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2004.

Il larice. Albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna

27 febbraio 2016

mariorsasiagoDa sempre l’albero ha esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Dice Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” che «… non meno degli Dei, non meno dei simulacri d’oro e d’argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Agli alberi come specie o anche come singole creature sono legati miti e leggende, favole e fiabe ma anche storie vere. Gli antichi poeti raccontano di Egido, mostro spargitore di fuoco, che distrusse le foreste dalla Frigia alle Indie e dal Libano alla Libia; infine fu vinto e venne ucciso dalla dea Atena nella pianura dell’Epiro.
Forse questo mostro sacro era stato ideato per esprimere le violenze devastanti dei conquistatori o, anche, il bisogno delle società in crescita di aumentare i terreni coltivabili. Ma il risultato fu anche che questi grandi e disordinati diboscamenti portarono diminuzione delle piogge, inaridimento delle sorgenti e l’inizio del deserto. Fu da allora, come scrive Adolfo di Bérenger nel suo bel saggio “Dell’antica storia e giurisprudenza forestale” (Venezia, 1863) che gli uomini al fine di dover proteggere gli alberi e i boschi decisero leggi per la conservazione: «… e l’afforzarono col mistero della religione, perché fossero meglio rispettate ovunque e da tutti».
Oggi, dopo migliaia d’anni, il fenomeno della distruzione forestale si va ripetendo in altri luoghi della Terra; e se poco valgono gli allarmi degli scienziati, se leggi non vengono emanate o rispettate, quali miti, quale forza di religione si dovrebbero ideare, quale nuova dea Atena dovrebbe intervenire per fermare il novello Egido ignivomo che devasta la grande foresta dell’Amazzonia?
Con queste rievocazioni, amici lettori, vorrei raccontarvi di quanto sugli alberi sono venuto a sapere nel corso dei miei anni, di quanto ho appreso camminando e lavorando per boschi, da testi anche antichi, da poeti e boscaioli, da dottori forestali, e spero, come vado dicendo da un po’ di tempo, che la carta che uso per questo mio scrivere valga almeno l’albero che l’ha data Incomincerò dagli alberi del mio brolo e poi dirò di quelli della mia terra, perché di tutti sarebbe impossibile scrivere e se, alla fine, qualcosa sono riuscito a comunicarvi, mi sentirò lieto nel cuore. Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto.
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