La coppa d’oro

HJ28 novembre. Situazione, non strettamente collegata a quanto sopra, suggerita da qualcosa riferitami di recente su un matrimonio simultaneo, a Parigi (o forse solo un «fidanzamento», credo), di un padre e di una figlia. La figlia – naturalmente americana – è fidanzata con un giovane inglese, e il padre, vedovo e ancora giovanile, ha chiesto in sposa proprio nello stesso periodo una ragazza americana più o meno coetanea della figlia. Mettiamo che l’abbia fatto per consolarsi dell’abbandono – per rifarsi della perdita della figlia, alla quale era affezionato.
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La resurrezione di Mozart

Nei primissimi giorni del giugno 1940, proprio mentre l’esercito francese operava l’ultima definitiva ritirata dopo lo sfondamento di Sedan, in una sera calda e tranquilla, un gruppo di quattro donne e cinque uomini sedeva sotto gli alberi di un giardino, a cento chilometri da Parigi. Si parlava appunto di Sedan, degli ultimi giorni che avevano restituito a questo nome, passato ormai di moda come la crinolina, il significato fatale di un tempo. Si parlava di quella città che, ovviamente, nessuno aveva visto: era morta all’epoca dei nostri antenati e ora resuscitava perché vi si ripetessero i tragici eventi che il destino aveva a lei sola riservato.

lrdmSono tre i racconti di questo piccolo libro di Nina Berberova. Tre storie che parlano di guerra e di emigrazione, ma anche di sentimenti e dinamiche umane. Una scrittura esposta alla storia che tratta la complessità dello spirito esplorando l’inconscio e gli istinti nascosti.
Nina Berberova riesce a far emergere l’immensità della solitudine dei suoi personaggi, immigrati che hanno perso tutto, ma non il loro animo, non la loro straordinaria memoria.
“Ed ecco che un nuovo mondo, molto più grande dell’altro, prese forma dentro di me, lì, fra quelle quattro pareti, un mondo in cui c’erano sempre l’oceano, la città, il cielo, le persone, che continuavano a passarmi accanto, la pioggia e il vento; ma in più, c’era il ricordo di un viaggio, del sole, di una cittadina italiana dove io e te avevamo vissuto non molto tempo prima, di una costa dai mille profumi, lungo la quale di sera passavano imbarcazioni piccole come giocattoli illuminate da lanterne, e un vapore rosa aleggiava sopra un vulcano vecchio come l’universo.”
La bellezza e l’intensità di queste pagine spiegano meglio di tanti saggi cosa significa emigrare, non trovare pace, interrogarsi sul senso della propria esistenza rifiutandosi di fare del proprio passato un rifugio in cui nascondersi e isolarsi.
“L’uomo continuava ad alzarsi tardi, a sedere alla finestra e a contemplare il cortile, gli alberi e il cielo. Il busto eretto e le mani poggiate sul davanzale, guardava e ascoltava con attenzione continua e sofferta gli uccelli, che rumorosamente si agitavano tra i cespugli di lillà, il lontano cannoneggiamento e il vociare dentro e fuori la casa. Una o due volte al giorno si alzava, prendeva in mano o indossava il suo cappello scolorito e troppo grande e usciva, facendo sbattere leggermente il cancello alle sue spalle. Camminava per il paese, osservava quanto accadeva, vedeva la gente divenire giorno dopo giorno sempre più inquieta, animosa e cattiva. La sera se ne stava a lungo seduto non più alla finestra, ma sulla soglia della dépendance, con gli occhi semichiusi e la mano sinistra poggiata sulla testa del vecchio cane, che veniva ad accucciarsi accanto a lui.”

Perché la sofferenza può trasformarsi in una risorsa preziosa com’è la letteratura, simbolo positivo di giustizia e cambiamento, “terra di nessuno” in cui vivere finalmente nella libertà e nel mistero.

Nina Berberova, La resurrezione di Mozart, traduzione di Gabriele Mazzitelli e Silvia Sichel, Guanda 2015.

L’invenzione dell’inverno

Ricordo la mia prima tempesta di neve come se fosse ieri, anche se, in realtà, era il 12 novembre 1968. La neve cominciò a cadere subito dopo le tre. Ero a casa da scuola, in un appartamento del complesso Habitat ’67 — nel vecchio sito dell’Expo, sul San Lorenzo — dove la mia famiglia si era trasferita pochi mesi prima.
Naturalmente avevo già visto la neve negli Stati Uniti, quando ero più piccolo e abitavo a Filadelfia; quella neve, però, era un evento, un prodigio che capitava una volta l’anno. Questa invece, con la sua soffice persistenza e l’intensità avvolgente, la prematura comparsa nel calendario (era metà novembre!) e la soddisfazione con cui tutti sembravano accogliere quell’anticipo, si presentava come una cosa che sarebbe andata avanti per mesi e avrebbe avvolto un intero mondo. Io ero in piedi, dietro il vetro sottile della finestra panoramica che dava sulla terrazza e osservavo, dall’altra parte, la prima neve tracciare il profilo del paesaggio, cadere enfatizzando piante, alberi e luci, disegnando intorno a essi esili contorni bianchi e poi, lentamente, seppellendoli sotto cumuli e dune. Sapevo di aver varcato la soglia di un mondo nuovo, il mondo dell’inverno.

Come scriveva Flaubert, l’inverno è “sempre eccezionale”, forse perché “più sano delle altre stagioni”.
Gopnik
in questo libro esplora le diverse idee comuni associate all’inverno, inteso come stagione. Ripensa i sentimenti, le visioni e i ricordi del tempo più freddo e più buio dell’anno col suo ruolo di importantissimo marcatore temporale in grado di rallentare la vita.
“I miei sono ricordi di serenità. Di un raro senso di equilibrio perfetto, mentre stavo in cima a Mount Royal, nel cuore di Montreal, con gli sci da fondo ai piedi, alle cinque d’un pomeriggio di febbraio, e avvertivo una sensazione di tranquillità, un attaccamento al mondo, una comprensione della realtà, che non avevo mai provato prima.”
Gopnik dimostra che la nostra attuale comprensione di inverno è in gran parte un fenomeno moderno e che il nostro atteggiamento nei suoi confronti è cambiato nel corso del tempo, come, in genere, abbiamo stravolto il modo in cui interagiamo con le stagioni.
“L’inverno come immagine cambia insieme alla nostra percezione di essere al riparo dai suoi rigori: il vetro della finestra — come avvertivo in quella tempesta di neve novembrina — è la lente attraverso cui l’inverno moderno viene sempre contemplato. Il fascino dell’inverno è possibile solo quando abbiamo un luogo coperto, caldo e sicuro in cui rifugiarci, e l’inverno, oltre che un periodo da attraversare, diventa una stagione da osservare. Per Henry James, le tre parole più felici della civiltà borghese dell’Ottocento erano «pomeriggio d’estate». Le tre parole che per tutta risposta tormentavano l’immaginazione di quella stessa cultura erano «sera d’inverno».”

Un libro scritto per un pubblico canadese, con riferimento al Nord America (con vari “salti” nella storia e nella letteratura europea). Non può ovviamente essere uno sguardo esaustivo, ma riesce lo stesso a offrire una visione dell’inverno nordamericano nei tempi moderni.

Adam Gopnik, L’invenzione dell’inverno, traduzione di Isabella C. Blum, Narratori della Fenice, Guanda 2015.

Massa e potere

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

mepMassa e potere è il libro ossessione di Elias Canetti. Un libro difficilmente classificabile riconosciuto tra i capolavori letterari del Novecento che è, insieme, testimonianza e narrazione storica, studio sociologico e saggio antropologico.
Canetti inizia a scriverlo a vent’anni, nel 1925, e lo conclude nel 1960.
Vuole afferrare il Novecento alla gola raccontandolo nei suoi eccessi, tentando di capire di quali sono e come si manifestano le costanti del potere sulla vita umana Pensa che scriverne non è solo raccontarne le terribili e assurde violenze e sostituisce la storia con il mito perché per lui la storia è un luogo di morte in cui si esplicitano tutti i rituali del potere.
Massa e potere esprimono un dualismo profondo, lo stesso dualismo che si può trovare tra vita e morte: da una parte la massa, cioè la molteplicità, la metamorfosi, la vita e, dall’altra, il potere, cioè l’unità, l’identità, la morte.
L’analisi di Canetti parte da una descrizione della massa e del potere nel mondo animale. Scrive del mondo animale, ma intende smascherare l’individuo e la sua supposta umanità, vuole privarlo della sua razionalità mettendo in luce similitudini tra uomini e animali.
I totalitarismi per lui sono solo uno degli effetti di quel feroce processo di settorializzazione delle attività e di specializzazione ossessiva che la modernità cerca di raggiungere: quel processo di burocratizzazione che colloca l’uomo in un ruolo freddo e vuoto, riducendolo a una macchina specializzata in un compito. Una macchina formale e abulica rinchiusa in catena di montaggio e (purtroppo) di comando.
Con la sua scrittura rovescerà almeno due secoli della cultura occidentale – volti a valorizzare l’individuo, l’individualità, la sua autonomia – a favore di un aspetto che l’Occidente ha da sempre svalutato come fenomeno involutivo e folle: la massa.

Elias Canetti, Massa e potere, traduzione di Furio Jesi, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

La Famiglia Karnowski

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! È per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio. Per lo più trattavano legname, e conducevano zattere di tronchi sulla Vistola, spesso fino a Danzica. Nelle baracche costruite per loro dagli zatterieri sui tronchi galleggianti, si portavano pile di volumi del Talmud e altri testi sacri che studiavano con passione. Sempre a causa del loro carattere, non erano devoti di nessun rabbino hassidico e, accanto alla dottrina talmudica, coltivavano anche l’interesse per argomenti profani come la matematica e la filosofia e leggevano perfino libri in tedesco, stampati in aguzzi caratteri gotici.

 

La Famiglia KarnowskiLa Famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer è un romanzo-mondo costellato di personaggi indimenticabili.
Una tematica su tutte è l’antisemitismo europeo nelle sue diverse forme e sfumature.
La Famiglia Karnowski è un’affascinante e drammatica rappresentazione di tre generazioni ebree: dalla natìa, tradizionale Polonia di fine Ottocento alla moderna Berlino e fino alla New York della salvezza e dell’esilio; alla perenne ricerca di un equilibrio da realizzarsi tra identità e assimilazione.
La lettura è scorrevole, coinvolgente, anche perché inserita in un ambito storico ben preciso; infatti il volume è pure un prezioso documento di notevole valore storico.
Il romanzo è suddiviso in tre parti, ciascuna dedicata a un personaggio della famiglia attorno a cui ruotano le storie: prima David poi Georg e Jegor.
Superbo l’incipit che ci fa conoscere i Karnowski della grande Polonia, commercianti di legname studiosi di Talmud e di altri sacri testi, ma anche di materie profane come la filosofia e la matematica, oltre che grandi lettori di libri in lingua tedesca. Personaggi liberi, ben consapevoli delle loro qualità, ai quali sta stretto l’ambiente religioso e ultratradizionale dello shtetl di Melnitz.

Israel Joshua Singer, La Famiglia Karnowski, traduzione di Anna Linda Callow, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

L’angioletto

Un giorno la nonna aveva detto:
«Louis parla appena. Forse è un po’ ritardato».
Qualcuno – non ricordava chi – aveva risposto:
«Non vuol dire che non pensi. Spesso i bambini come lui sono proprio quelli che osservano di più».
Non ci aveva fatto caso, perché gli sfuggiva il senso del discorso, ma per qualche motivo quelle parole gli erano rimaste in mente. Conservava nella memoria anche altre frasi, e soprattutto altre immagini – per quanto in ritardo nello sviluppo, non aveva infatti vissuto fino a quattro anni senza vedere nulla intorno a sé.
Solo che era come se avesse voluto circoscrivere il mondo in uno spazio il più limitato possibile.
«Se fosse per lui, questo bambino non uscirebbe mai di casa».
Era una riflessione che aveva sentito, o gliel’avevano riferita in seguito? Non è facile distinguere fra quel che è accaduto realmente, in un dato momento, e quel che ci è stato raccontato poi.

Soltanto da adulto, molti anni dopo, Louis avrebbe ritrovato altre immagini che aveva registrato senza accorgersene e che, forse perché facevano parte della sua vita quotidiana, sul momento non l’avevano colpito.
La carta da parati che una volta rivestiva i muri della camera era ormai ridotta a brandelli; e tuttavia lasciava ancora intravedere alcuni personaggi abbigliati come ai tempi dei re. Su un lembo di tappezzeria, vicino alla porta, era raffigurata una giovane donna dalle gonne molto ampie che si dondolava su un’altalena.
Il resto era solo gesso: ingiallito, sporco, coperto di iniziali incise con la punta del coltello e di immagini oscene che qualcuno aveva cercato di cancellare. Chi le aveva disegnate? Chi aveva tentato di farle sparire?

langiolettoLouis Cuchas è un pittore famoso, ma è sempre rimasto un bambino dall’occhio trasparente e sereno che riesce a catturare la natura profonda della gente. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone, distingue la qualità delle cose, riconosce l’essenziale e l’accidentale. Ha un cuore vero, libero da ogni egoismo ed è incuriosito dalla vita che lo circonda e che spesso con lui è infausta e miserevole.
Colpiscono le dense atmosfere e il senso dentro le piccole cose di questo romanzo ben costruito e sviluppato in una brevità semplicemente necessaria.
Ricerca della concisione massima, personaggi veri e credibili, voglia di andare oltre le cose reali e una scrittura semplice e senza orpelli in cui nulla è superfluo…
Ennesima e come sempre azzeccata “scoperta” simenoniana su Adelphi.

Georges Simenon, L’angioletto, traduzione di Marina Di Leo, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

Revolutionary Road (incipit)

L’ultima eco della prova generale si spense, e gli attori della Compagnia dell’Alloro si ritrovarono senza altro da fare che starsene lì, silenziosi e smarriti, a guardare oltre le luci della ribalta verso una platea deserta, battendo le palpebre; osavano appena respirare, mentre la figura tozza e solenne del regista emergeva tra le nude sedie per raggiugerli sul palcoscenico e dalle quinte tirava fuori, trascinandola rumorosamente, una scala doppia, vi saliva fino a metà, e da qui si voltava e gli diceva, raschiandosi più volte la gola, che erano tipi maledettamente in gamba e che era proprio un piacere lavorarci assieme.
“Non è stato un lavoro facile”, disse, e i suoi occhiali mandarono freddi barbagli, mentre girava lo sguardo qua e là per il palcoscenico.
“ Abbiamo avuto un sacco di problemi da risolvere e, se devo essere sincero, ero quasi rassegnato a non aspettarmi granché. Be’, sentite: può darsi che quello che dico vi sembri retorico e sentimentale, ma stasera, in questo teatro, è accaduto qualcosa: me ne stavo a sedere lì, nel buio, e all’improvviso ho sentito dentro di me che per la prima volta tutti quanti stavate mettendoci il cuore, in quello che facevate”. E allargò le dita di una mano sul taschino della camicia, a indicare che cosa semplice, fisica, fosse il cuore, poi strinse a pugno la mano, per agitarla lentamente, senza dir parola, durante una lunga e drammatica pausa, socchiudendo un occhio e sporgendo il labbro inferiore inumidito in una smorfia di trionfo e orgoglio. “Rifatelo domani sera”, disse, “e sarà uno spettacolo coi fiocchi”.
Gli attori erano sul punto di scoppiare a piangere dalla gioia. Ma si limitarono, tremanti, a esultare e ridere e stringersi le mani e baciarsi l’un l’altro, e ci fu chi andò a cercare una cassetta di birra, e tutti cantarono in coro, raccolti attorno al pianoforte, finché non giunse l’ora di concludere, tutti concordi, che era meglio piantarla lì e andarsi a fare una bella dormita.
“Ci vediamo, a domani!”, gridarono, felici come bambini, e correndo verso casa, sotto la luna, si resero conto che potevano benissimo abbassare i finestrini delle automobili e lasciar entrare l’aria, satura del balsamico profumo di terra e fiori appena sbocciati. Era la prima volta che molti dei membri della Compagnia si permettevano il lusso di accorgersi dell’avvento della primavera. (…)

Appena pubblicato nel 1961, Revolutionary Road di Richard Yates è stato salutato come un capolavoro della narrativa realistica e una suggestiva rappresentazione della desolazione più opulenta della periferia americana.
Oggi è ancora un romanzo paurosamente realistico