Archive for the ‘Letteratura’ Category

Il problema non è sapere molte cose

10 marzo 2017

Hugo Von Hoffmannsthal, scrittore, drammaturgo e librettista austriaco vissuto tra Ottocento e Novecento, ci spiega a più riprese che in fatto di letteratura il problema non è sapere molte cose, è metterle a contatto tra loro creando, con immaginazione e spirito critico, sistemi di relazione, per stabilire rapporti nuovi.
La letteratura è punto di orientamento, costruzione dell’immaginario, dibattito di idee. Vuole anche essere un luogo in cui ci si educa al senso vivido degli individui, alla capacità di accogliere nel proprio mondo chi ancora non ne fa parte.
Perché chi ha esperienza di letterature vive indirettamente molte vite diverse, si nutre di compassione e di desiderio di giustizia e il suo giudizio di spettatore coinvolto è sensibile più di ogni altro alla complessità e all’imponderabile.

Una mappatura della mente

1 luglio 2016

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Tra gli scritti tardivi di Edmondo De Amicis c’è La mia officina, un testo cosiddetto minore, scritto (De Amicis era, allora, all’apice della sua carriera come autore del celeberrimo Cuore) su commissione, che è certamente degno di un’indagine critica approfondita. Qui De Amicis descrive la “stanza della scrittura” della sua ultima casa di Torino al numero 10 di via Pietro Micca.
Quando all’inizio del Novecento, De Amicis comincia a scrivere La mia officina il tema della stanza è, in ambito letterario, una tradizione consolidata già ampiamente declinata e spesso intrecciata a un altro locus deputatus della poeticità: la biblioteca.
In queste pagine così ricche di dettagli e spunti, lo scrittore ci apre le porte del suo studio mostrandoci fisicamente la stanza in cui lavora, che è alta e “illuminata da due grandi finestre che si aprono su una vasta piazza tutta verde d’acacie e guardano le Alpi Cozie, dominate dalla piramide azzurra del Monviso”.
Colpisce la modestia dell’arredamento e impressiona la ricca galleria di ritratti che sembrano essere lì apposta per ascoltare il padrone di casa ogniqualvolta rilegge ad alta voce una pagina appena composta.
edaOltre che di ritratti le pareti dell’officina sono tappezzate anche di fotografie di oggetti e panorami che ricordano al vecchio scrittore i diversi viaggi fatti.
C’è la gigantografia di Costantinopoli che va da un lato all’altro di una lunga parete e la sua artificiosità si accosta, prolungandola, alla vista della finestra sulle Alpi e il Monviso. L’immagine naturale entra dalle finestre e trova significativo prolungamento in quella artificiale della fotografia, che la riproduce senza soluzione di continuità. L’occhio può dunque abbracciare in un solo sguardo natura e rappresentazione, immagine reale e immagine riprodotta, facendo scorrere ininterrottamente lo sguardo.
Una stanza tutta particolare. Una stanza-museo e  una stanza della memoria allo stesso tempo in cui, col passare del tempo, sono andati accumulandosi oggetti e immagini delle più diverse e svariate origini. Una mappatura della mente, un “secondo cranio” e un “pensatoio”, per dirla con le parole di De Amicis.

Il punto cieco

4 maggio 2016

ipcNell’estate del 2014 Javier Cercas riceve una lettera che lo invita a occupare la cattedra di Weidenfeld Visiting Professor in Comparative Literature all’università di Oxford, un incarico che prevede l’obbligo di tenere un ciclo di conferenze aperte al pubblico. Scopre che tra i suoi predecessori in quella cattedra ci sono stati George Steiner, Mario Vargas Llosa, Umberto Eco e pensa possa trattarsi di un malinteso, o magari di uno scherzo.
Il punto cieco è il frutto di questo ciclo di conferenze che prendono più o meno tutte avvio dalla sua esperienza di scrittore e che a volte partono dai suoi stessi libri, o apparentemente vi girano intorno.
“Di cosa è accusato Josef K.? E, soprattutto, è colpevole o innocente? Dal momento in cui, all’inizio del romanzo, viene arrestato dai guardiani nella pensione in cui vive, il giorno del suo trentesimo compleanno, Josef K. investe le sue migliori energie nel cercate di rispondere a quelle domande, trasformato allo stesso tempo in investigatore e in sospetto, fino a quando, esattamente un anno dopo, nell’ultimo capitolo del romanzo, due uomini semimuti, insensibili e cerimoniosi in modo ripugnante lo conducono di notte in una cava abbandonata e deserta e lo ammazzano senza che lui abbia mai visto il giudice o la corte che lo accusa, senza che sia nemmeno riuscito a scoprire di cosa lo si accusa. Non c’è dubbio: Josef K. è innocente, almeno in teoria, perché, come precisa il narratore, vive in uno stato di diritto e, come sappiamo, in uno stato di diritto tutti sono innocenti fino a prova contraria. Ma Josef K. è innocente anche nella pratica?”
Dialoghi intrattenuti in pubblico, ragionando su questioni disparate sempre collegate alla natura del romanzo, in particolare del romanzo del XXI secolo, o al ruolo del romanziere. Tutte questioni che finiscono per confluire in un’idea centrale. Un’idea che implica una teoria del romanzo (e in certo qual modo anche del romanziere): la teoria del punto cieco. Un punto cieco “attraverso il quale, in teoria, non si vede nulla”, ma è proprio attraverso di esso che certi romanzi vedono e si illuminano, diventando eloquenti.
Perché la letteratura non deve proporre nulla, non deve trasmettere certezze né fornire risposte o prescrivere soluzioni. Deve solo formulare domande, trasmettere dubbi, presentare problemi.

Javier Cercas, Il punto cieco, traduzione di Bruno Arpaia, Biblioteca della Fenice, Guanda 2016.

Notturno cileno

30 gennaio 2016

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico. Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto. I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro.

 

ncbTra le migliaia di pagine che gli scrittori latinoamericani hanno scritto sulle diverse dittature militari che hanno governato le loro terre, pochi sono stati così efficaci come Roberto Bolaño, che nel suo Notturno cileno ci offre un’immagine allegorica del Cile di Pinochet così pieno di fantasmi, torturatori e coprifuoco.
In questo breve romanzo — una sorta di rovesciamento della storia ufficiale cilena del XX secolo — Bolaño ci presenta un personaggio difficile da dimenticare, tale Sebastián Urrutia Lacroix, sacerdote dell’Opus Dei e critico letterario di punta del quotidiano cileno El Mercurio.
“Mi chiamo Sebastian Urrutia Lacroix. Sono cileno. I miei antenati, da parte di padre, erano originari della Biscaglia o dei Paesi Baschi o di Euskadi, come si dice oggi. Da parte di madre provengo dalle dolci terre di Francia, da un villaggio il cui nome significa Uomo in terra o Uomo a piedi, il mio francese, in queste ore finali, non è più buono come un tempo. Ma ho ancora la forza di ricordare e di rispondere alle offese di quel giovane invecchiato che all’improvviso si è presentato alla porta di casa mia e senza la minima provocazione e del tutto inopinatamente mi ha coperto di insulti. Questo sia chiaro. Io non cerco lo scontro, non l’ho mai cercato, io cerco la pace, la responsabilità delle azioni e delle parole e dei silenzi. Sono un uomo ragionevole. Sono sempre stato un uomo ragionevole. A tredici anni sentii la chiamata del Signore e decisi di entrare in seminario. Mio padre si oppose. Non con eccessiva determinazione, ma si oppose. Ricordo ancora la sua ombra che scivolava nelle stanze di casa, come se si trattasse dell’ombra di una donnola o di un’anguilla. E ricordo, non so come eppure lo ricordo, il mio sorriso in mezzo al buio, il sorriso del ragazzino che ero.”
Bolaño ci ricorda che il romanzo può arrivare a farci sentire il senso poetico del mondo ed è come una casa in cui non regna l’imitazione servile della vita, ma solo l’esperienza viva della letteratura. Ci parla, attraverso il monologo di Lacroix, del rapporto tra letteratura e critica, del silenzio colpevole sulla repressione cilena, ma anche dell’ipocrisia di acconsentire il silenzio e del ruolo chiave avuto dagli scrittori cattolici.
Per Bolaño scrivere è fondamentale. E vivere senza sensi di colpa è come abolire la memoria, perpetuare la codardia.
“Farewell mi domandò che impressione avessi avuto di Neruda. Cosa vuole che le dica, risposi, è il più grande. Per un po’ restammo entrambi in silenzio. Poi Farewell fece due passi nella mia direzione e vidi comparire la sua faccia di vecchio dio greco svelato dalla luna. Arrossii dolentemente. La mano di Farewell si posò per un secondo sul mio fianco. Mi parlò della notte dei poeti italiani, la notte di Jacopone da Todi. La notte dei Disciplinanti. Li ha letti? Mi misi a balbettare. Dissi che in seminario avevo letto di sfuggita Giacomino da Verona e Pietro da Bescapè e anche Bonvesin de la Riva. Allora la mano di Farewell si contorse come un verme tagliato in due dalla zappa e si ritirò dal mio fianco, ma il sorriso non si ritirò dal suo volto. E Sordello?, disse. Quale Sordello? Il trovatore, disse Farewell, Sordel, o Sordello. No, dissi io. Guardi la luna, disse Farewell. Le lanciai un’occhiata. No, non così, disse Farewell. Si volti a guardarla. Mi voltai. Sentii che Farewell, alle mie spalle, mormorava: Sordello, quale Sordello?, quello che bevve con Riccardo di San Bonifacio a Verona e con Ezzelino da Romano a Treviso, quale Sordello? (e allora la mano di Farewell premette di nuovo sul mio fianco!), quello che cavalcò con Raimondo Berengario e con Carlo I d’Angiò, il Sordello che non ebbe paura, non ebbe paura, non ebbe paura. E ricordo che in quel momento presi coscienza della mia paura, anche se preferii continuare a guardare la luna.”

Roberto Bolaño, Notturno cileno, traduzione di Ilide Carmignani, Fabula, Adelphi 2016.

I russi

3 dicembre 2015

Non c’è niente di più azzardato che circoscrivere, isolare un elemento psicologico per attribuirgli un nome, un’etichetta, una «funzione». La psicologia — con la buona pace di molti colleghi — non è una scienza: ogni dato vale in fondo solo per quel tanto di marginale provvisorio approssimativo che può contenere, né può essere assunto come determinatore o indice di una precisa qualità. Il pericolo delle generalizzazioni affrettate, dell’immobilizzazione e del disseccamento anatomico di agenti vivi è in questo terreno più sensibile che altrove. Il tale genere di cose meglio che altrove formulare è astrarre. E se è lecito, anzi degno di incondizionata lode, porre l’uno sull’altro gli addendi, non è affatto lecito tirar le somme. Per la buona ragione che le somme non tornano mai. Due più due, insomma, in psicologia non ha mai fatto quattro. E guai, aggiungerò se facesse quattro.

tlirNel 1928 Tommaso Landolfi si trasferisce per gli studi universitari a Firenze (la “città unica” che segnerà gli anni della sua formazione letteraria vera e propria) dove si laureerà in Lettere (il suo esordio di narratore era avvenuto nel 1926 in «Solaria», e nelle edizioni di «Solatia», nel 1928, aveva pubblicato la sua prima raccolta di racconti).
Frequenterà in modo assiduo l’ambiente letterario fiorentino tra le guerre venendo a contatto con le personalità più vive dell’ermetismo. Incontrerà in uno straordinario  ambiente di dedizione verso la poesia e la traduzione (basato su una vocazione europea nata dallo studio delle letterature straniere) quelli che resteranno i suoi amici più cari, cultori come lui di letterature straniere: il francesista e ispanista Carlo Bo, il germanista Leone Traverso e soprattutto lo slavista Renato Poggioli (“vero protagonista della poesia e della letteratura italiana ingiustamente dimenticato”).
La letteratura russa sarà una delle influenze maggiori nella formazione di Landolfi. Ne La lettura, lui notoriamente così schivo, si lascerà sfuggire di esserne stato “in altri tempi uno specialista bell’e buono”. Il russo lo imparerà a Firenze dal barone Ottokar e condividerà questa passione letteraria con Renato Poggioli, in quella che più tardi ricorderà come “la parte più felice della sua vita”.
“Mi accorgo di esser caduto nel vizio in principio deprecato e di star parlando di tutto fuorché, quasi, di letteratura in senso proprio: che è certo il tranello dell’argomento. Ma gli è anche, per riprender l’accenno e render giustizia a chi di ragione, che una letteratura in senso proprio non esiste probabilmente in Russia. Si è già numerose volte notato che «il legame fra letteratura e vita è laggiù assai più stretto che da noi»: potremmo dire, meglio, che la letteratura russa è un fatto di vita, un fenomeno, una funzione vitale.”

Tommaso Landolfi, I russi,  a cura di Giovanni Maccari, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

’14

26 ottobre 2014

eIl primo giorno di Agosto del 1914, Anthime esce a farsi un giro in bicicletta. È fuori dalla sua città in Vandea, pedala senza fatica per una decina di chilometri in piano finché si trova davanti una collina e allora si alza sulla sella per salire in cima. Da lassù può ammirare il paesaggio circostante, che sono paesini sparsi tutt’intorno, campi e pascoli finché si vuole.
All’improvviso le campane suonano a martello, tutte assieme, all’unisono. È la mobilitazione, pensa Anthime, e un po’ se l’aspettava, ma mai avrebbe immaginato che capitasse un sabato in cui “tutti parevano assai contenti della mobilitazione: discussioni appassionate, risa smisurate, inni e fanfare, esclamazioni patriottiche striate di nitriti…” È una celebrazione della comunità, una festa, un’esplosione di irrazionalità. Un incanto che si trasformerà ben presto in disincanto…

I lettori di Jean Echenoz conoscono la sua scrittura, la sua leggerezza apparente e il suo gusto per l’insolito e forse si aspetteranno di trovare una sorta di epica rievocazione oppure un sequel letterario. Non è esattamente così.
’14 (che racconta della grande guerra e della mobilitazione generale dell’esercito il 1° agosto 1914) scorge una moltitudine di cose, di movimenti e di rapporti, intreccia con attenzione ogni piccolo, ma regolare movimento della vita quotidiana. Fonde insieme concentrazione e leggerezza facendoci avvertire il senso della continuità e quello della lacerazione che formano il tessuto disuguale della nostra vita.

Jean Echenoz, ’14, traduzione di Giorgio Pinotti, Fabula, Adelphi edizioni 2014.

K.

27 aprile 2014

All’inizio c’è un ponte di legno coperto dalla neve. Nebbia spessa. K. alza gli occhi «verso quello che in apparenza era il vuoto», in die scheinbare Leere. Alla lettera: «verso il vuoto apparente». K. sa che in quel vuoto c’è qualcosa: il Castello. Non l’ha mai visto prima, forse non vi metterà mai piede.

kafkaK. è un’intrigante e suggestiva interpretazione dell’opera di Franz Kafka, ma anche un’esplorazione ricca e senza precedenti nel mistero della sua scrittura. Una scrittura asciutta e fredda dal significato nascosto e perturbante che evoca il dramma dell’uomo contemporaneo.
La questione Kafka suscita ancora oggi sentimenti incerti e difficili da definire. Molte soluzioni sono state proposte, ma il mistero nella sua essenza resta tale.
Calasso cerca di entrare nel flusso e nel movimento tortuoso delle sue parole, nelle atmosfere sospese e nelle sue metafore. Forse per questo K. è un libro di notevole importanza letteraria. Non un libro qualsiasi.

Roberto Calasso, K., Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2014.