Archive for the ‘Letterature’ Category

Notturno cileno

30 gennaio 2016

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico. Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto. I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro.

 

ncbTra le migliaia di pagine che gli scrittori latinoamericani hanno scritto sulle diverse dittature militari che hanno governato le loro terre, pochi sono stati così efficaci come Roberto Bolaño, che nel suo Notturno cileno ci offre un’immagine allegorica del Cile di Pinochet così pieno di fantasmi, torturatori e coprifuoco.
In questo breve romanzo — una sorta di rovesciamento della storia ufficiale cilena del XX secolo — Bolaño ci presenta un personaggio difficile da dimenticare, tale Sebastián Urrutia Lacroix, sacerdote dell’Opus Dei e critico letterario di punta del quotidiano cileno El Mercurio.
“Mi chiamo Sebastian Urrutia Lacroix. Sono cileno. I miei antenati, da parte di padre, erano originari della Biscaglia o dei Paesi Baschi o di Euskadi, come si dice oggi. Da parte di madre provengo dalle dolci terre di Francia, da un villaggio il cui nome significa Uomo in terra o Uomo a piedi, il mio francese, in queste ore finali, non è più buono come un tempo. Ma ho ancora la forza di ricordare e di rispondere alle offese di quel giovane invecchiato che all’improvviso si è presentato alla porta di casa mia e senza la minima provocazione e del tutto inopinatamente mi ha coperto di insulti. Questo sia chiaro. Io non cerco lo scontro, non l’ho mai cercato, io cerco la pace, la responsabilità delle azioni e delle parole e dei silenzi. Sono un uomo ragionevole. Sono sempre stato un uomo ragionevole. A tredici anni sentii la chiamata del Signore e decisi di entrare in seminario. Mio padre si oppose. Non con eccessiva determinazione, ma si oppose. Ricordo ancora la sua ombra che scivolava nelle stanze di casa, come se si trattasse dell’ombra di una donnola o di un’anguilla. E ricordo, non so come eppure lo ricordo, il mio sorriso in mezzo al buio, il sorriso del ragazzino che ero.”
Bolaño ci ricorda che il romanzo può arrivare a farci sentire il senso poetico del mondo ed è come una casa in cui non regna l’imitazione servile della vita, ma solo l’esperienza viva della letteratura. Ci parla, attraverso il monologo di Lacroix, del rapporto tra letteratura e critica, del silenzio colpevole sulla repressione cilena, ma anche dell’ipocrisia di acconsentire il silenzio e del ruolo chiave avuto dagli scrittori cattolici.
Per Bolaño scrivere è fondamentale. E vivere senza sensi di colpa è come abolire la memoria, perpetuare la codardia.
“Farewell mi domandò che impressione avessi avuto di Neruda. Cosa vuole che le dica, risposi, è il più grande. Per un po’ restammo entrambi in silenzio. Poi Farewell fece due passi nella mia direzione e vidi comparire la sua faccia di vecchio dio greco svelato dalla luna. Arrossii dolentemente. La mano di Farewell si posò per un secondo sul mio fianco. Mi parlò della notte dei poeti italiani, la notte di Jacopone da Todi. La notte dei Disciplinanti. Li ha letti? Mi misi a balbettare. Dissi che in seminario avevo letto di sfuggita Giacomino da Verona e Pietro da Bescapè e anche Bonvesin de la Riva. Allora la mano di Farewell si contorse come un verme tagliato in due dalla zappa e si ritirò dal mio fianco, ma il sorriso non si ritirò dal suo volto. E Sordello?, disse. Quale Sordello? Il trovatore, disse Farewell, Sordel, o Sordello. No, dissi io. Guardi la luna, disse Farewell. Le lanciai un’occhiata. No, non così, disse Farewell. Si volti a guardarla. Mi voltai. Sentii che Farewell, alle mie spalle, mormorava: Sordello, quale Sordello?, quello che bevve con Riccardo di San Bonifacio a Verona e con Ezzelino da Romano a Treviso, quale Sordello? (e allora la mano di Farewell premette di nuovo sul mio fianco!), quello che cavalcò con Raimondo Berengario e con Carlo I d’Angiò, il Sordello che non ebbe paura, non ebbe paura, non ebbe paura. E ricordo che in quel momento presi coscienza della mia paura, anche se preferii continuare a guardare la luna.”

Roberto Bolaño, Notturno cileno, traduzione di Ilide Carmignani, Fabula, Adelphi 2016.

Tra cielo e terra

30 settembre 2015

Prima che il Kenya fosse il Kenya, quando pur avendo milioni di anni conservava ancora un’aura di novità, il suo nome apparteneva solo alla nostra montagna più maestosa. La si vedeva dalla fattoria di Njoro, nel Protettorato Britannico dell’Africa Orientale — il profilo netto all’estremità di una pianura dorata, la cresta incappucciata di ghiaccio che non si scioglieva mai del tutto. Alle nostre spalle, la foresta Mau appariva azzurra, striata di bruma. Davanti a noi, la Rongay Valley digradava in lontananza, confinante su un lato con lo strano cratere rialzato del Menengai, che i nativi chiamavano la Montagna di Dio, e sull’altro con i remoti Monti Aberdare, ondulati e azzurrini, che al crepuscolo diventavano color fumo e viola prima di dissolversi nel cielo notturno.

tcetBeryl Markham è stata una donna audace e ambiziosa che non ha mai avuto paura di nessun vincolo (di classe o genere) e che ha avuto una vita piena e avventurosa come altre donne del calibro di Amelia Earhart, Isak Dinesen, Coco Chanel, Frida Kahlo, Josephine Baker o Diana Vreeland…

Beryl Clutterbuck nasce nel 1902 in Inghilterra, ma nel 1904 suo padre decide di trasferirsi con la propria famiglia in Africa, per fare l’allevatore di cavalli da corsa e inseguire il suo sogno esotico. Sua moglie non ci metterà molto a fare i bagagli e tornare in Inghilterra con il loro unico figlio maschio, ma la piccola Beryl rimarrà con lui a Njoro, nella Grande Valle del Rift.
Un giorno, quando ha diciassette anni, Beryl se ne va da casa per guadagnarsi da vivere e farà l’addestratrice di cavalli. Sarà la prima donna con una licenza da horse trainer in Africa.
Si sposerà tre volte decidendo di mantenere il cognome del secondo marito, Mansfield Markham.
Ha grande successo con gli uomini e un giorno conosce un tale che si chiama Tom Campbell Black, che fa l’istruttore di volo e le cambierà la vita. Prenderà il brevetto di volo e si metterà a fare la pilota commerciale in Africa Orientale.
Nel 1936 sarà la prima donna ad attraversare in volo l’Atlantico e nel 1942, a quarant’anni, scriverà un’autobiografia – West with the Night – che uscirà in America subito dopo i fatti di Pearl Harbor…

Hai letto il libro di Beryl Markham, West with the Night? … È scritto così bene, e meravigliosamente bene, che ho provato una totale vergogna per me stesso come scrittore. Mi sono sentito come un comune carpentiere con le parole, uno che prende ciò che gli viene fornito per il lavoro e inchiodando (quei pezzi) assieme, di tanto in tanto crea qualcosa di appena appena accettabile. Ma questa ragazza, che da quel che mi è dato sapere è estremamente spiacevole – e potremmo persino dire una stronza di prima classe – può scrivere anelli attorno a ciascuno di noi che ci consideriamo scrittori… è davvero un libro dannatamente meraviglioso.

Così scrive Hemingway, con malcelato disprezzo, in una lettera privata pubblicata nel 1983 in una collezione postuma.

Paula McLain, Tra cielo e terra, traduzione di Simona Fefè, Neri Pozza 2015.

Tempo d’estate

12 settembre 2015

Con quell’aria umida sembrava di avere acqua nei polmoni, come se si stesse per affogare. Una debole brezza mosse il bucato steso ad asciugare, ma i panni ricaddero immediatamente, esausti dopo lo sforzo. Nonostante il caldo, rifiutavano di asciugarsi. I temporali quotidiani non servivano ad abbassare le temperature; riuscivano solo a creare un vapore torrido e insopportabile. Era come essere cotti vivi, pensò Missy. Come quei grossi granchi nella vasca di acqua salata, che aspettavano di finire in pentola quella sera. Uscì a fare il bagno al bambino nella bacinella all’ombra del baniano, per lavarlo e rinfrescarlo. Felice, il piccolo schizzò entrambi di acqua saponata. Qualche ora prima quella mattina, mentre dormiva nella cesta nuova, le sue guance rotonde avevano assunto un’allarmante tonalità di rosso, come le fragole troppo mature fuori dalla porta della cucina. A volte arrivavi ad averne abbastanza anche di una cosa gustosa come le fragole. Il raccolto di quell’estate aveva avuto la meglio persino sulle sue formidabili capacità di conservarle, e i frutti erano rimasti a marcire sulle piante.

tdeÈ il luglio del 1932, siamo in piena Grande Depressione, sono in vigore le leggi Jim Crow che hanno creato segregazione razziale e i linciaggi sono pratica comune in tutto il Sud.
A Heron Key, in Florida, il picco di caldo non sembra voler dare tregua. Missy, però, è carica di gioia e attende con ansia il barbecue del 4 Luglio che, col suo spettacolo pirotecnico, è l’evento più atteso del calendario sociale di Heron Key, l’unico a cui sono ammesse le persone di colore, “nella spiaggia a loro riservata, ovviamente”.
Missy è emozionata anche perché sa che Henry Roberts è tornato. Sono passati quasi vent’anni da quando, ragazzo, è partito per la guerra in Europa e da allora non l’ha più visto. Tra loro c’è stato qualcosa di speciale, qualcosa che Missy conserva intatto dentro di sé. Quando erano bambini Henry le raccontava storie bellissime che le hanno, in un certo modo, cambiato la vita. Ora lui è qui, davanti a lei, è passato tanto tempo ed è un veterano ma sembra un vagabondo, ha la barba ispida e grigia, oltre a una cicatrice lunga e curva sul collo.

Vanessa Lafaye, Tempo d’estate, traduzione di Chiara Brovelli, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

La strada delle Fiandre

9 settembre 2015

Aveva una lettera in mano, alzò gli occhi mi guardò poi di nuovo la lettera poi di nuovo me, potevo vedere dietro di lui andare e venire passare le macchie rosse mogano ocra dei cavalli condotti all’abbeveratoio, c’era tanto fango che ci si affondava dentro fino alle caviglie ma mi ricordo che nella notte d’improvviso aveva gelato e Wack entrò nella camera a portare il caffè dicendo I cani si sono mangiati il fango, io non avevo mai sentito quell’espressione, mi sembrava di vedere i cani, delle creature infernali mitiche le fauci dagli orli rosa i denti freddi e bianchi da lupo biascicare il fango nero nelle tenebre della notte, un ricordo forse, i cani divorare sgombrare far piazza pulita: ora era grigio e noi nel corrervi sopra ci torcevamo i piedi, in ritardo come sempre per l’appello mattutino, rischiando di slogarci le caviglie nelle profonde impronte lasciate dagli zoccoli e dure adesso come la pietra, e dopo un istante disse Mi ha scritto vostra madre.

lsdfUn classico, forse. Un libro importante di sicuro. Un successo significativo tradotto in molte lingue che ha venduto un numero considerevole di copie.
La strada delle Fiandre di Claude Simon è un libro-mosaico che disorienta sfidando l’attenzione del lettore per la sua complessa sperimentazione.
Protagonisti la memoria e il linguaggio, aspetti che Simon porta al limite tramite l’impiego sistematico delle tecniche del monologo interiore e del flusso di coscienza, attraverso le quali rappresenta ‘in presa diretta’ lo scorrere incessante e spesso informe dei pensieri, delle percezioni, delle associazioni mentali consapevoli e inconsapevoli dei personaggi.

Claude Simon, La strada delle Fiandre, traduzione di Guido Neri, collana Biblioteca Neri Pozza, Neri Pozza 2015.

Storia della pioggia

13 agosto 2015

Più viveva in questo mondo, più mio padre si convinceva che ce ne fosse un altro a venire. Non che per lui il mondo non si potesse salvare, anche se credo che lo pensasse nei momenti cupi; piuttosto immaginava che ce ne sarebbe stato uno migliore, dove Dio aveva corretto i propri errori e gli uomini e le donne vivevano la seconda stesura della Creazione, liberi dal dolore. Mio padre portava su di sé il fardello di un’ambizione smisurata: avrebbe voluto che tutte le cose fossero migliori di com’erano, partendo da lui stesso e arrivando al mondo intero. Forse perché era un poeta. Forse ogni poeta è condannato all’insoddisfazione. Dev’essere per colpa della luce che li abbaglia. Non l’ho ancora capito. Non so se il tempo arrugginisce o lucida l’anima dell’uomo, se è vero che è meglio guardare in alto piuttosto che in basso.
Noi siamo la nostra storia, la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo. L’io narrante e il narrato sono così evanescenti. Almeno per me.

sdpLa scrittura di Niall Williams è intensa, poetica e illuminante. Uno sguardo diretto sul volto delle cose che vede la bellezza anche nella deformazione più profonda e ci fa capire quanto il potere curativo della fantasia sia importante nella vita di ogni giorno.

Ruth Swain ha diciannove anni ed è costretta a passare sue giornate a letto in una mansarda di una fattoria irlandese, sotto la pioggia, nel “posto che spetta all’io narrante, fra questo è l’altro mondo”.
È ossuta, Ruth, e forse ha capito il vero valore delle cose e delle persone. Ha un viso affilato, delle labbra sottili, una pelle incapace di abbronzarsi ed è convinta che leggere poesie ad alta voce aiuti gli esseri umani a essere migliori.
Ha letto così tanti romanzi del diciannovesimo secolo già prima dei quindici anni che forse è diventata boriosa, “affetta dalla Sindrome della Ragazza Saputella, portatrice di opinioni e buoni voti, studentessa dell’inglese puro, matricola del Trinity Collage di Dublino”.

Ruth ha tre demoni sul suo cammino: la perdita di suo fratello gemello Aeney, la morte di suo padre, il poeta, e la malattia del sangue di cui soffre. Li affronta grazie alla letteratura, ai suoi personaggi, ai suoi luoghi, alle sue situazioni e alle sue case, ai suoi sentimenti e alle cose che, decennio dopo decennio, possono ricostruire un mondo la cui mappa imperfetta contiene il movimento del tempo e la cruda bellezza di ogni vita.
“Noi siamo la nostra storia”, dice Ruth, e “la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo”.

Niall Williams, Storia della pioggia, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Il defunto odiava i pettegolezzi

29 luglio 2015

«Pravda », 15 aprile 1930:
«In questo numero:
«Inghilterra. A Bradford scioperano tutte le imprese industriali, nelle altre regioni l’80 per cento.
«India. Lo sciopero dei ferrovieri continua con immutata fermezza.
«Editoriale. Rafforzare la gestione delle imprese industriali.
«Pag. 2. Massima attenzione al funzionamento dei trasporti.
«Pag. 3. Per la soia e il mais!
«Pag. 4. Il motivo dei contrasti fra Komsomol e Commissariato del popolo per l’istruzione».
«Pag. 5. È morto Vladimir Majakovskij».

Pag. 5: «Ieri, 14 aprile, alle 10.15 del mattino, il poeta Vladimir Majakovskij si è tolto la vita nel proprio studio. Come ha riferito al nostro inviato l’inquirente I. Syrcov, le indagini preliminari dimostrano che il suicidio è stato causato da motivi di natura privata che nulla hanno a che vedere con l’attività pubblica e letteraria del poeta.
Prima del suicidio il poeta ha sofferto di una grave malattia, dalla quale non si era mai completamente ripreso».

idoipÈ il 14 aprile del 1930. In un istante tutta la scena sembra toccata dalla morte. Pare di udire ancora il silenzio totale in cui si spengono tutti i rumori della notte e Majakovskij è morto tanto che davanti a lui proviamo uno stupore che si fa sempre più intenso.
Giace su un fianco Majakovskij, il poeta gigante cantore della rivoluzione d’Ottobre. Ha la testa rivolta verso la parete, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che si è appena addormentato.
Ha lasciato una lettera di commiato. Ha scritto di non incolpare nessuno “e, per favore, niente pettegolezzi”.

Serena Vitale mette a confronto stralci di corrispondenza, memorie, disegni e fotografie indagando con delicatezza sulle ragioni e la dinamica del suicidio del poeta bardo del bolscevismo.
Non è la cronaca di un’inchiesta, ma molto di più. Le sue sono parole importanti che appassionano e ci fanno riscoprire un pezzo importante, fondamentale, della storia russa.

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Fabula, Adelphi 2015.

Il viaggio di Felicia

22 luglio 2015

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.