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Dorata e calda America

4 settembre 2011

John Fante, per ritmo e voce, è stato un fratello maggiore di tanti immigrati in America, lo scrittore che forse più di tutti ha incarnato le loro speranze, i sogni e le tante insicurezze (con uno stile pulito e fresco di scrittura, intriso di impassibile humour).
Nella prima parte della sua carriera letteraria, Charles Bukowski andava in giro dicendo di essere Arturo Bandini in omaggio a Fante e fu determinante nel farlo ristampare alla fine degli anni ’70, poco prima della sua morte (avvenuta nel 1983).
Oggi molti si riferiscono a lui come a uno dei romanzieri quintessenza della città di Los Angeles come Raymond Chandler o Nathanael West (il cui Il giorno della locusta è stato pubblicato nel 1939, lo stesso anno di Chiedi alla polvere).
Anche Michael Tolkin (autore de Il giocatore) è un ammiratore (di lunga data) di Fante e recentemente, in un’intervista al Los Angeles Times, ha detto che, se fosse per lui, Chiedi alla polvere sarebbe una lettura obbligatoria nelle scuole.

Libereditor’s Blog ha intervistato Emanuele Pettener, insegnante di lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University di Boca Raton negli Stati Uniti, che da poco ha pubblicato Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’Umorismo: i romanzi di John Fante (Franco Cesati Editore, 2010) in cui analizza il prodotto artistico di John Fante attraverso la lente dell’umorismo e della satira, due aspetti troppo spesso trascurati nella sua opera.

(L.B. sta per Libereditor’s Blog, E.P. per Emanuele Pettener)

(L.B.): Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.
Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.” (da John Fante, Chiedi alla polvere)
Si dice sia un incipit perfetto per un romanzo perfetto…

(E.P.): Oh, Chiedi alla polvere! Chiunque può  ritrovarvi la propria giovinezza. I desideri, l’ambizione, la solitudine, il contrasto lacerante fra quel che vorremmo essere e quel che siamo agli occhi degli altri e di noi stessi. E l’America. Pochi scrittori evocano l’America come sa fare Fante, quella dorata e calda, che impregna la nostra fantasia sin da adolescenti. E quel finale, così struggentemente poetico, con il libro gettato nel deserto e Camilla che si dissolve – come il primo amore, come la giovinezza, come il sogno americano. E l’umorismo pirandelliano, che attraversa queste prime righe e l’intera opera di Fante (con l’eccezione di Full of life) grazie al quale noi lettori sorridiamo e ci divertiamo mentre leggiamo storie per nulla allegre, storie dure, fatte di miseria e illusioni spezzate.
Ma qui vorrei render merito e gratitudine ai traduttori di John Fante (in questo caso Maria Giulia Castagnone) per averci conservato e offerto, con mirabile talento, il calore e la grazia della sua prosa.

(L.B.): Tralasciando Chiedi alla polvere quali sono le opere di John Fante che lei apprezza di più?

(E.P.): Il mio cane Stupido e La confraternita del Chianti (titolo che preferisco a quello einaudiano La confraternita dell’uva, più fedele ma meno efficace, considerata la storia). Ritengo questi due romanzi persino superiori a Chiedi alla polvere per architettura, bellezza, e profondità psicologica. Il primo è una critica corrosiva all’America hippy degli anni ’60: un bolide contro il mito, una disamina al vetriolo sul conformismo dell’anticonformismo, la miccia innescata dell’umorismo alle radici del sogno americano. Ed entrambi sono un ritratto straziante, indimenticabile, del rapporto padre/figlio.

(L.B.): John Fante è oggi un autore apprezzato da pubblico e critica. Perché la sua arte è stata così spesso sottovalutata quando era in vita?

(E.P.): Oltre le vicissitudini del destino, mi piace cercare una ragione, per così dire, antropologica.
Tutti i romanzi di Fante, Full of life a parte, sono permeati, come ho sottolineato, di umorismo; l’umorismo, secondo l’accezione che ne dà Pirandello (ripresa fra gli altri da Milan Kundera nei suoi Testamenti Traditi) indaga l’esistenza umana senza farsi vessillifero di alcuna verità, al contrario di satira ed ironia; l’umorismo esplora, s’interroga, ritrae – ma non dà risposte, non ha messaggi da lanciare, non riconosce alcuna Verità.
Nei romanzi di Fante, Full of life a parte – qui non abbiamo spazio per esempi, ma per chi fosse interessato rimando al mio saggio – quasi ogni scena è ribaltabile, si apre a diverse interpretazioni, la chiave è consegnata al lettore, e non vi è mai, se non in Full of life, un messaggio di alcun tipo che l’autore impone.
Ora, gli Americani all’umorismo di stampo pirandelliano sono sordi – le cose o sono bianche o sono nere. Sono un popolo giovane e infatti sono come i giovani: privi di umorismo (non per niente tutti vorremmo tornare ad avere 20 anni, ma con la testa dei 40). Gli Americani sono come Arturo Bandini (l’umorismo appartiene al suo autore, non certo a lui – da qui i suoi eccessi e i suoi complessi). Gli Americani hanno bisogno di Verità con la V maiuscola: Ophra Winfrey ogni giorno consegna certezze e risolve enigmi, gli scaffali sono zeppi di manuali how to do e how to be, un’espressione come America Terra di Libertà non può essere minimamente messa in discussione, malgrado la Storia. E la Verità più pura e insindacabile è l’American Dream: la possibilità che si possa farcela partendo da zero grazie solo ed esclusivamente al proprio lavoro e al proprio talento. Un’idea ridicola per noi cinici Italiani, che diffidiamo per natura da ogni parola con la maiuscola.
Ebbene, la prosa di Fante, attraverso la trappola sottesa dell’umorismo, semina dubbi e carica di ambiguità anche il sogno americano: rinuncia a farlo solo in un romanzo, Full of life, dove invece se ne fa portabandiera, eliminando ogni forma di umorismo – ogni ambiguità – imponendo al lettore redenzione, lieto fine, e un solido e indiscutibile messaggio morale. Ebbene, l’unico romanzo senza umorismo e con un messaggio, Full of life (che Fante ammise essere un cattivo romanzo, scritto solo per soldi) fu l’unico romanzo di Fante che ebbe successo popolare negli Stati Uniti.
L’Europa tuttavia ha scoperto e amato Fante – e vorrei ricordare, rifacendomi ancora al testo citato di Kundera, che l’umorismo è stato inventato da un Europeo, Cervantes, e che le opere dei maggiori autori europei, da Proust a Kafka a Joyce, sono pervase da umorismo.

(L.B.): Ma è stato davvero Charles Bukowski a scoprirlo e a “inventarlo” come diceva Fernanda Pivano?

(E.P.): Bukowski ha il merito d’aver fatto leggere Fante al suo editore, che non lo conosceva e decise di ristamparlo dopo decenni di silenzio. E di scrivere una prefazione ad Ask the Dust che è diventata celebre. Ma di Fante Bukowski, come molti fantologi, non capisce che dietro la scrittura così diretta di Fante c’è un robusto lavoro d’artista, raffinata scelta di strumenti retorici e labor limae. Fante adopera del materiale autobiografico, ma il suo scopo non è certo l’autobiografia né tanto meno, come sostiene un critico, la confessione: a Fante interessa solo ed esclusivamente un risultato estetico, ricavar bellezza dalla prosaicità dell’esistenza, l’oro dal fango. Scrivere come scriveva Fante non è facile come sembra: ci vogliono talento e lavoro, non basta metter sul piatto le proprie budella. Bukowski, sopratutto, non comprese la lezione umoristica di Fante. Con l’eccezione dell’ultimo romanzo, Pulp, dove Bukowski, stufo di raccontare le proprie sbronze e le proprie scopate, mette in scena un Bandini invecchiato e ingrassato (con notevoli sbalzi d’umore, tipici del suo archetipo) nei panni dell’investigatore Nick Belane – e tira fuori, secondo me, il suo libro migliore.

(L.B.): Pensa che la sua “italoamericanità” possa rappresentare una discriminante della sua opera?

(E.P.): L’italoamericanità è solo uno dei mille colori nella tavolozza del Nostro. Anche qui, non gli interessa nessun tipo di discorso sociale: gli interessano le scintille poetiche che sprizzano al cozzare di queste due identità, l’italiana e l’americana. Nei romanzi di Fante non viene quasi mai rappresentato il pregiudizio nei confronti dell’Italoamericano: viene invece ritratta e scandagliata la mente dell’Italoamericano, il suo dibattersi fra desiderio di appartenenza alla cultura dominante e richiamo delle radici, il suo rancore e la sua attrazione per entrambi i poli – il suo non esser più Italiano e non ancora Americano, il suo vivere in mezzo.

(L.B.): Diverse persone che conosco si sono avvicinate a Chiedi alla polvere spinte dalla curiosità. Ricordo uno in particolare che, appena finito di leggere Martin Eden di Jack London, sperava di ritrovare in Arturo Bandini una certa affinità con Martin, figura solare, romantica, personaggio incantevole. Arturo però non ha niente del giovane e romantico Martin…

(E.P.): No, l’affinità va cercata con l’io narrante e senza nome di Fame, capolavoro del 1890 di Knut Hamsun, edito in Italia da Adelphi. Chiunque vi riconoscerà subito Arturo Bandini, quasi cinquant’anni prima e in giro per le gelide strade di Christania, Norvegia, anziché Los Angeles, California. Arturo deve tutto a lui, la somiglianza è palese, e infatti Fante adorava il libro di Hamsun, lo conservava come una reliquia che nessuno dei famigliari poteva toccare, e nell’ultima pagina del suo ultimo romanzo, Sogni di Bunker Hill, Arturo chi prega per ritrovare la propria ispirazione? Prega Dio e Knut Hamsun.

(L.B.): Quando si parla di John Fante ci sono spesso opinioni discordanti.
“Fonte o lo ami o lo odi o non lo capisci”, diceva un suo lettore in un forum sul web qualche tempo fa. “Per quanto mi riguarda è stato amore a prima vista. Un amore immenso, debordante, totalmente irrazionale. Amore proprio in quanto sensazione empatica impossibile da spiegare a parole.”
Certo che è difficile dimenticare la sensazione di intensità che Fante trasmette in ogni sua parola…

(E.P.): L’appena menzionato Sogni di Bunker Hill venne dettato da Fante alla moglie, trovandosi lui cieco e senza gambe, amputate a causa del diabete. Eppure aveva ancora voglia di raccontarci una storia. Di combinar parole. Questo mi commuove. L’intensità della scrittura di Fante è dovuta, io credo, al fatto che Fante era un vero storyteller: scrivere per lui era sommo divertimento, gioia, piacere infinito di condividere storie. Non era un intellettuale: era un artista.

Enrico Macioci e la sua scrittura

7 aprile 2011

Enrico Macioci scrive storie ricche di atmosfera dal forte impatto emotivo.
Storie tra le cui pieghe non mancano sviluppi imprevedibili, inattesi, sconcertanti e in cui affiorano prepotenti, incontenibili interrogativi.
I suoi racconti mettono in scena situazioni o evoluzioni di psicologie in una progressione fulminea e hanno una notevole forza centripeta (ma anche centrifuga), compressa, deflagrante.
La sua scrittura è concreta, visiva, scultorea, incisiva. Una scrittura che elude i commenti e le didascalie (e in cui i fatti assumono un rilievo plastico e cinetico insieme).

Ho voluto fare qualche domanda a Enrico proprio a proposito della scrittura, ma anche sul significato ultimo dello scrivere.
(L.B. sta per Libereditor’s Blog, E.M. per Enrico Macioci)

(L.B.): Per lei che cosa significa raccontare?

(E.M.): Raccontare è per me un’esigenza fisiologica quasi come mangiare e bere. Infatti quando trascorro periodi relativamente lunghi senza scrivere il mio equilibrio psicologico ne risente. E’ come se avessi trovato un integratore spirituale insomma; il problema è che non sempre assumo l’integratore giusto – voglio dire che scrivere è una questione delicata, occorre sempre chiedersi cosa si sta scrivendo, e come, e perché; occorre sempre domandarsi con la massima onestà possibile se il tuo scrivere rappresenti perlomeno un tentativo di edificare senso o se viceversa contribuisca ad aumentare il non-senso già dilagante, imperante. Per me insomma, e senza esagerazioni, scrivere è un contributo civile nell’accezione antropologica più vasta. In tutto ciò dov’è il divertimento? Per me il divertimento è assai raro. E allora perché lo faccio? Perché sento che devo farlo.

(L.B.): Scrivere è indubbiamente un’esperienza totalizzante sia a livello fisico che mentale ed è necessario farlo ogni giorno per mantenere il ritmo, per restare concentrati… Secondo lei la scrittura può essere vista come un qualche cosa di fisico? Ha la sensazione che le parole escono dal suo corpo e non solo dalla sua mente? C’è qualcosa nei ritmi della lingua che corrispondono ai ritmi dei nostri corpi?

(E.M.): Assolutamente sì. Anzitutto perché la scrittura – specie quella in prosa – è fatica, fatica fisica tremenda. Sudi, ti stanchi, ti viene fame, ti viene mal di testa. Poi perché scrivere è una pratica, un po’ come meditare o suonare il pianoforte o allenarsi. Condivido appieno la concezione incarnatoria della scrittura che possedeva Flannery O’Connor, così bene espressa nel suo magnifico saggio Nel territorio del diavolo. Un tempo ero uno scrittore molto più astratto di adesso. Mi beavo delle “idee”. Poi, anche grazie ai suggerimenti di Giulio Mozzi, che mi consigliò d’inserire più materia, più “cose” nelle mie narrazioni, ho ficcato le mani dentro la realtà. Un romanziere non è (solo) un filosofo; deve scolpire la propria visione del mondo dentro il mondo, e porgere questo mondo al lettore, anzi scaraventare dentro questo mondo il lettore, o viceversa questo mondo addosso al lettore. Il lettore deve entrare in un posto ove senta caldo oppure freddo, attrazione oppure disgusto, gioia oppure dolore – parlo di sensazioni vere. E ciò non è possibile senza l’incarnazione appunto.

(L.B.): Scrive a mano o solo davanti a una tastiera?

(E.M.): Scrivo sulla tastiera, poi stampo una brutta copia su cui appongo delle correzioni a mano, e poi ricopio il testo con le correzioni sulla tastiera. Talvolta, se il lavoro è lungo, le correzioni a mano possono essere molto corpose.

(L.B.): Quando scrive è più interessato alla storia che racconta o al modo in cui raccontarla?

(E.M.): Durante la prima stesura m’interessa molto di più la storia, anche perché…non la conosco. O meglio la intuisco, ne intravedo la coda, sempre in fuga dietro la prima curva. Dunque mi tocca acchiapparla prima che dilegui, e per farlo debbo correre, e per correre non posso (o non riesco a) badare troppo allo stile. Aggiungo a onor del vero che lo stile si modella fin da subito quasi da sé, con un ritmo e una sintassi credibili, attorno al tema che sto trattando, come se ci avessi una sorta di pilota automatico, come se la storia fosse una donna nuda che si prova un vestito: magari non azzecca subito il colore o il taglio, ma bene o male indosserà un vestito né troppo grande né troppo piccolo eccetera. Durante la revisione o le revisioni (che possono arrivare fino a un numero imbarazzante), lo stile diventa invece la mia ossessione: in che modo posso dire nella maniera migliore possibile quello che ho già detto? E’ una faccenda chiaramente utopistica che può trascinarsi fino all’eternità.

(L.B.): In “Terremoto” mi ha colpito la sua lucidità di pensiero e come è riuscito a descrivere la desolazione, l’avvilimento, la collera, la meschinità di tanti momenti difficili che hanno messo a dura prova valori che troppo spesso si danno per scontati.
Tra le righe c’è molto della precisione e del rigore di Hemingway, ma anche dello shock filosofico e tragicomico di Bolaño…

(E.M.): La ringrazio e sono onorato per questi accostamenti. In Terremoto c’è molto Hemingway, anche perché prima di scriverlo rilessi i 49 racconti, un vero magistero di tecnica, rigore e igiene stilistica, che era ciò di cui avevo bisogno per trattare un tema così scottante e prepotente e schiacciante come il dramma del sisma. Bolaño invece allora non l’avevo mai letto, l’ho conosciuto nell’ultimo anno e mezzo ed è subito diventato uno dei miei autori prediletti. Lo considero un genio che ha innovato le strutture narrative, e forse il più originale romanziere degli ultimi quindici anni. Quindi le sue parole mi fanno ancora più piacere.

(L.B.): Secondo lei la mistificazione dell’informazione continua ad essere il maggiore problema del dopo terremoto?

(E.M.): L’informazione è uno dei problemi capitali del mondo d’oggi, non soltanto in Italia. La mia impressione è che L’Aquila sia stata trasformata in un grande palcoscenico, munta a dovere e poi scaricata. A distanza di due anni dal sisma il centro storico è pieno di macerie e palazzi ingabbiati, vuoto, polveroso e freddo. La periferia è un alveare impazzito. Non s’intravede un piano concreto di ricostruzione, e dunque non s’intravede un futuro. Direi che il terremoto aquilano è stato il più mediatico di tutti i tempi, perlomeno in Italia, ma anche il più frainteso. Tanta sovraesposizione – alternata a lunghi periodi di “buio informativo” – ha creato una schisi e confuso le idee agli italiani. Me ne accorgo ogni volta che parlo della questione con chiunque non sia aquilano.

(L.B.): A cosa sta lavorando? C’è una nuova opera in cantiere?

(E.M.): Ce ne sono tre! Un romanzo breve su un giovane disoccupato psicotico, un romanzo/mondo su un po’ di tutto (s’intitola La dissoluzione familiare e se ne trovano i primi sei capitoli su vibrisse, bollettino di Giulio Mozzi), e un terzo lavoro anch’esso assai lungo, di cui non voglio rivelare molto, ma che ruota attorno alla figura di Arthur Rimbaud, lo scrittore che preferisco in assoluto.

Colpo a libera energia

5 aprile 2011

Mi è capitato qualche mese fa di leggere per caso di Giuseppe Braga sul web dopo che anche diversi amici me ne avevano parlato bene. Sono poi andato alla ricerca del suo libro “Ma tu lo conosci Joyce?” (edito da Sironi) per mercatini (visto che nelle librerie non si trova più) e, dopo qualche tentativo a vuoto, ne ho finalmente trovata (fortuna!) una copia.
La sua lettura (dejà-vu?) è stata una sorta di colpo a libera energia, tanto per citare una tecnica usata in combattimento da Ken il Guerriero
Raramente mi era capitato di incontrare una scrittura così brillante, giocosa, divertente, spiritosa, spassosa, esilarante, spiazzante.
Finalmente un libro vivace e innovativo (ma anche eccentrico e bizzarro, di notevole intelligenza sintetica), mi dicevo. Un tripudio di magnifiche assurdità, di stravaganti giochi di parole, di battute frizzanti, di ironia puntuta, di frasi irriverenti e argute che fatalmente catturano…

Ho voluto contattare Giuseppe (scoprendo, tra l’altro, di avere in comune con lui l’anno di nascita) e sottoporgli qualche domanda.
Come potevo sottrarmi a questa fortissima tentazione?

(L.B. sta per Libereditor’s Blog, G.B. per Giuseppe Braga)

(L.B.): Le scuole di scrittura sono ancora una questione aperta? Il tempo, si sa, sistema le cose…

(G.B.): Le scuole di scrittura, per chiunque voglia avvicinarsi alla pratica della scrittura creativa, ritengo siano uno strumento parecchio utile. Molto dipende dall’impostazione data, dalla serietà e dalla competenza di chi le tiene, naturalmente. E poi non vanno caricate di troppe responsabilità, intendo: il solo fatto di frequentarle, non significa automaticamente diventar scrittori. A me, personalmente, sono servite. Mi hanno fornito nuovi strumenti, nuove opportunità di confronto e di conoscenza, regalato una nuova prospettiva. Ho altresì avuto modo di conoscere un ambiente che prima ignoravo, o perlomeno, che conoscevo, sì, ma solo per sentito dire.

(L.B.): Il “giovin scrittore” è oggi un animale sempre meno raro. Troppi intrusi bussano alla porta e la gente si fa diffidente… Il troppo stroppia?

(G.B.): Il troppo stroppia sempre, anche quando all’apparenza non sembra. Il senso della misura pare non esistere più. Chi fa la voce grossa, chi fa il gradasso, chi le spara più forti, spesso e volentieri riesce a ottenere quel che vuole (ma ricordatevi, il tempo è galantuomo, e molte volte il successo così ottenuto, si rivela effimero). Detto ciò, trovar l’equilibrio, la giusta via, è roba per pochi eletti, quindi, sa che le dico, evviva il troppo (anche nelle donne, intendo)! Guardiamo in faccia alla realtà. Le case editrici, ad esempio, sono sommerse di manoscritti, il più delle volte illeggibili (non perché ne ricevano troppi, ma perché scritti, semplicemente, male), non me ne vogliano gli autori aspiranti. Così facendo ne vanno di mezzo un po’ tutti. Inoltre, si pubblica di tutto, a getto continuo (il mistero permane, nessuno legge, ma tutti scrivono!). E sugli scaffali delle librerie poi, non si fa in tempo ad adocchiare una nuova uscita che già non si trova più. Ne è già arrivata un’altra.

(L.B.): La lettura, secondo lei è ancora cibo per la mente o rischiamo di essere mangiati vivi da certe letture cosiddette “pericolose”?

(G.B.): Più che dalle letture, direi che ormai siam stati già mangiati dalla televisione, dalla playstation e dagli smartphone. E lo dice uno che sta alla tecnologia come Joyce stava alla punteggiatura (battutona, lo so!). Inoltre, lo ammetto, la tv non ce l’ho (ammetto pure che è la prima cosa che guardo, appena invitato a casa da qualcuno). So quasi a memoria tutta quanta la programmazione rai e mediaset. Sono un feticista masochista, lo so bene.
Riguardo le letture pericolose, una volta ho provato a leggere Melissa P., e ancora mi sto chiedendo come ci sia riuscito. A non andarla a cercare con una spazzola in mano, intendo. Sia come sia, pericolosi o meno, io gli scrittori li invidio tutti, senza alcuna eccezione, Melissa in testa. Che loro, gli scrittori in generale, più o meno pericolosi, dico, son capaci di imbastire una trama (l’intreccio, così ti insegnano nelle scuole di scrittura che io tra l’altro, si sarà capito, ho frequentato). Io invece, le trame, giuro ma non serve che lo faccia, non so proprio dove stanno di casa, le trame.
Detto questo, non mi piace fare lo snob, anzi, se c’è una cosa che detesto è quella roba lì, lo snobismo per partito preso. Il circolo chiuso dei buoni lettori o degli intellettuali che storcono il naso appena qualcuno gli fa notar qualcosa di insolito o diverso. A me piace sperimentare, provare cose nuove, anche deragliando, se necessario. Anche rischiando di non pubblicare più. Io scrivo per il piacere di scrivere innanzitutto. E anche come lettore son piuttosto curioso (le barzellette di Totti, no, però, quelle no, dai…). Dimenticavo, auguro lunga vita e infinito successo a Moccia (anche se non l’ho mai letto, lo ammiro per le splendide trame dei suoi bellissimi romanzi).

(L.B.): Però è anche vero che “non si può assolutamente prescindere dalla Recherche”…

(G.B.): L’avevo sentito dire da Aldo Busi, durante una puntata di Amici della De Filippi (ai tempi la televisione ce l’avevo). Naturalmente, letteralmente folgorato da quelle parole illuminanti, non m’ero lasciato scappare l’occasione e avevo inserito quel piccolo episodio nel mio romanzo (quasi dimenticavo, è senza trama, il mio romanzo). Sia come sia, tornando all’opera di Proust, confesso di averne letti, parecchio tempo fa, solo pochissimi stralci. E onestamente, a tutt’ora, non so se rammaricarmene o meno. Nel mio libro (il virgolettato della domanda è una citazione, in effetti), ne parlavo in maniera leggermente ironica. Ovvero. Come col Joyce del titolo. Molti a riempirsi la bocca, pochissimi a leggerlo. E però, in tutta onestà, evviva i Classici, e che dio li abbia in gloria. Arriveranno tempi migliori anche per loro, ne sono certo (soprattutto quando penso a un altro soggetto pericoloso – ma si sa, e lo ammetto, parlo soprattutto per invidia – Fabio Volo)!

(L.B.): Scriveva Roland Barthes che “se Balzac scrivesse un romanzo ai nostri giorni non potrebbe mancare di includervi un’assemblea di condominio”.
Secondo lei cosa si potrebbe aggiungere oggi a un romanzo classico per renderlo digeribile ai più? Forse tutto ciò che i media non sono più capaci di raccontare?

(G.B.): Credo che i media, ormai, a mio modesto parere, siano arrivati ovunque. Ci manca solo che ci regalino un reality show sulle scoregge più fragorose emesse da volti (volti equivarrebbe a culi, in quel caso) più o meno noti del jet set. Tornando serio per un momento, mi vengono in mente le ore e ore di trasmissioni inutili trascorse a spaccare il capello in quattro su dettagli relativi a tragici episodi di cronaca nera. Con la scusa che la gente, il pubblico sovrano!, aveva il diritto di essere informato. Davvero disgustoso. Provando a rispondere alla domanda, ecco, mi viene in mente che forse basterebbe raccontare filologicamente, correttamente, cronologicamente, crudamente, dietro le quinte inclusi, una puntata a caso dell’Isola dei Famosi o di Uomini e Donne. Più specchio dell’Italia (di oggi) di quello…

(L.B.): E’ ancora valida la sua auto-definizione di scrittore auto-referenziale?

(G.B.): Lo dicevo prendendomi un poco in giro. Il senso sarebbe effettivamente un altro. Ovvero. Io (e l’ho capito dopo una serie di tentativi, prove, esperimenti più o meno riusciti, fallimenti, ecc.) riesco a raccontare solo le cose che conosco bene, anzi, più che bene. Partendo dal mio circostante, insomma, riesco ad allargare lo sguardo e a scrivere e raccontare cose che, pur se molto personali, accomunano e (perlomeno lo spero) interessano anche altre persone. Ci ho ragionato un po’, su questo. E in effetti, negli ultimi sei, sette anni, è come se avessi scritto (stessi scrivendo), più o meno inconsapevolmente, un lungo diario ininterrotto, diario che a suo modo, è andato a toccare gli eventi più o meno salienti – definiamoli degni di venir raccontati – della mia vita. A partire dall’esperienza delle scuole di scrittura (ma più in generale della vita agra di un aspirante scrittore), passando attraverso il luogo di lavoro (gli uffici pubblici, nei quali lavoro, sono il regno del paradosso e del grottesco), la nascita di mia figlia, la scomparsa di mio padre e altro ancora. Ogni situazione, ogni avvenimento, un piccolo grande pretesto paradigmatico per raccontare alcuni piccoli grandi temi della mia vita (ma, allargando lo sguardo, in maniera centripeta, potenzialmente, di ognuno di noi). Insomma, per spararne una un po’ grossa, concedetemela, ecco, è come se vivessi la vita (anche) per raccontarla.

(L.B.): A quando il prossimo lavoro “su carta”? Da quello che mi risulta sono molti gli estimatori in attesa…

(G.B.): Anzitutto fa molto parecchio piacere sapere di avere estimatori, lo dico col cuore gonfio di gioia e gratitudine. Per uno che scrive, già, sono soddisfazioni, e non sto scherzando. Effettivamente, dall’uscita del mio primo romanzo (potrei anche dire unico, ma suona molto peggio, già), son trascorsi, ridendo e scherzando, cinque anni. Tra poco festeggio il compleanno, ora che mi ci fa pensare. Pur avendo venduto non molto (potrei dire poco, ma anche qui suonerebbe male, già già), ecco, è curioso che se ne continui a parlare e che ci siano persone che ancora adesso lo leggano (cercandolo e trovandolo solo su internet o in qualche mercatino). Detto questo, ho in lettura, preso alcune case editrici, alcuni miei lavori, senza alcun dubbio molto belli (me lo dico da solo, per tirarmi un poco su), ma di difficile definizione e collocazione (li definirei romanzi/non romanzi). Resto in attesa, fiduciosa, come sempre. L’ottimismo resta il sale della vita, dopotutto. Certo che, dipendesse da me, manderei tutto in stampa anche domani… Nel frattempo, pubblico le mie cose  sul mio blog Piani Alti, cultura bassa, qui: http://giuseppebraga.wordpress.com/

Galleggiare attraverso la vita

26 marzo 2011

Michele Lupo è uno scrittore avveduto con uno sguardo pungente, acuto, intelligente, ma anche intenso, affilato, penetrante.
Mi ha decisamente colpito L’onda sulla pellicola, il suo romanzo d’esordio (Besa, 2004) incentrato sulla figura di Livio Viola, un uomo multiforme dei nostri tempi, libertino impenitente, che affronta il presente in una ricerca che lo porterà a prendere atto dell’incoerenza e delle stravaganze dell’esistenza, forse del senso stesso di una società che è la copia in carta carbone di quella attuale.
Un avvincente e graffiante romanzo che ha al centro delle proprie vicende la scuola e il precariato, la superficialità e il narcisismo, la spudoratezza e la miseria intellettuale. In un crescendo di elucubrazioni taglienti e di avventure picaresche dall’incessante e alacre movimento.
Un libro da leggere, insomma.

Ho intrattenuto una breve chiacchierata virtuale con Michele Lupo e intendo condividerla coi lettori di Libereditor’s Blog.

(L.B. sta per Libereditor’s Blog, M.L. per Michele Lupo)

(L.B.) : Il protagonista, Livio Viola, sceglie di non scegliere e così facendo mantiene sempre aperte tante possibilità… E’ un libertino dei nostri giorni per cui il futuro non c’è, un Don Giovanni infantile e prepotente che passa da una donna all’altra senza legarsi a nessuna (anche se il suo cambiar donne rischia di cadere nella temuta e inevitabile noia degli eventi).
C’è qualcosa in Livio Viola dell’esuberante Augie March di Saul Bellow…

(M.L.): Già qualcun altro, recensendo L’onda sulla pellicola, ha parlato del libro da lei citato, ma debbo dire che se Bellow è stato per il mio romanzo un modello imprescindibile, è successo per via di Herzog, soprattutto. Almeno, così pensavo, avendolo amato molto più di Augie March.

(L.B.): L’onda sulla pellicola può essere definito un affresco dell’egoismo e dell’individualismo feroce che caratterizza la nostra società attuale. Ma è solo una visione pessimistica e cinica?

(M.L.): Non saprei. Il bisogno di Livio Viola, il protagonista del romanzo, di cercare il fondo delle cose, non può essere appagato. Deve fare il viaggio sino alla fine per capire che, con Kafka, dietro una maschera c’è solo un’altra maschera. Questo non è estraneo al fatto che si lasci andare a una vita di piaceri immediati e molto ego-riferiti. La stessa rabbia di fondo non trova sbocchi che non siano estemporanei. In un’ottica sociale, teniamo conto che il romanzo è ambientato a metà degli anni Novanta, inizi del Berlusconi politico: Viola vede bene cosa significa. Quasi vent’anni dopo non è facile dargli torto.

(L.B.): Solo Malerba non si fa impressionare dal professor Viola… Chi o che cosa rappresenta la proprietaria del diplomificio con la sua odiosa sfrontatezza?

(M.L.): L’italiano nella sua specie peggiore, dominante in questi anni. La scuola che gestisce è un microcosmo esemplare del nostro paese. Denaro che può tutto contro le regole, corruzione, sfrontatezza e volgarità da arricchiti e disprezzo del sapere. Viola è a suo modo un mascalzone, ma di tutt’altro genere – da punto di vista civile, non del tutto italiano. Della nostra antropologia culturale invece condivide la teatralità, talché vive come se fosse sempre in scena. Non è tanto che la signora Malerba non si lasci impressionare, è abbastanza intelligente da capire quanto lo sia lui, ma il principio economico nella sua vita è tutto: uno come Livio Viola non le serve.

(L.B.): Ma perché il cinema e la scrittura non riescono a indurre un tipo come Viola a riflettere e a reagire?

(M.L.): Riflettere riflette eccome. Non progetta, non crede nel futuro, un po’ perché l’erotizzazione della vita lo trattiene sempre nel qui e ora, un po’ perché storicamente il clima e le concrete possibilità materiali favoriscono il disincanto che a lui per temperamento viene già facile di suo.

(L.B.): Posso chiederle come è nato nella sua mente un racconto come Congedo dell’ultima sua raccolta I Fuoriusciti?

(M.L.): La genealogia di un racconto a volte può essere molto complessa. In sintesi, come spesso mi accade, due nuclei narrativi, due immagini, due ipotesi di storie si sono incrociate. C’era questa donna, una poetessa, che non ne poteva più della recita del mondo, e non trovava più nella lingua un rifugio, un rimedio. E c’era un uomo che invece non riusciva a togliersela dalla testa. A questo mondo, ognuno sragiona a modo suo.

Una maniera d’arte incompresa?

23 marzo 2011

Ma il racconto breve oggi in Italia è morto? E perché le agenzie letterarie sconsigliano sempre più agli scrittori esordienti di proporre raccolte di racconti brevi? E’ vero che il lettore italiano vuole per lo più romanzi?
Libereditor’s Blog ha rivolto 4 domande 4 a Davide Musso, giornalista e scrittore tra i più interessanti dell’attuale panorama italiano che nel 2007 ha esordito con la raccolta di racconti Vita di traverso per i tipi di Gaffi editore.

(L.B. sta per Libereditor’s Blog, D.M. per Davide Musso)

(L.B.): Secondo lei in Italia il racconto breve è davvero morto? Oppure è ancora vivo e può far male (magari grazie al web)?

(D.M.): Il racconto breve è vivo, ma certo non se la passa bene. Non sto parlando degli autori: ce ne sono, e anche bravi, come Paolo Cognetti per esempio. Però il racconto commercialmente funziona poco (cioè: i lettori sembrano non amare molto il genere, e le raccolte di racconti vendono pochissimo), di conseguenza gli editori tendono a non pubblicare racconti o quasi, e gli scrittori puntano (o vengono indotti) a scrivere romanzi. Anche quando, per natura, farebbero meglio a stare su misure più contenute.

(L.B.): C’è un racconto che ha scritto e pubblicato che più degli altri l’ha coinvolta emotivamente?

(D.M.): Non ho scritto moltissimi racconti, ma sono molto legato a “Ivan”, contenuto nella raccolta Vita di traverso: ha molti tratti autobiografici ed è legato a un episodio della mia vita che dimenticherò difficilmente.

(L.B.): E un racconto breve (italiano o straniero) che vorrebbe aver scritto lei?

(D.M.): “Impronte” di Amanda Davis, pubblicato nella raccolta Faith. Poco più di due pagine dirette come un pugno nello stomaco, con un finale che lascia il segno.

(L.B.): Secondo lei perché si scrivono racconti oggi?

(D.M.): Credo per lo stesso motivo per cui si sono sempre scritti: per raccontare delle storie.

Oltre gli stereotipi

16 marzo 2011

Libereditor’s Blog ha intervistato Giovanni Nebuloni, scrittore intelligente dalla vivida immaginazione e dalla prosa cinematografica elettrizzante.
Di lui ci ha colpito l’uso originale del dialogo frapposto all’azione, le sperimentazioni linguistico-narrative e la vibrante ricerca spirituale del divino.
Giovanni Nebuloni  ha da poco pubblicato il suo quarto romanzo (che potete trovare qui) e ci ha gentilmente concesso quest’intervista.

(L.B.): Dopo “La polvere eterna”, “Il disco di Nebra” e “Fiume di luce”, è uscito da poco tempo “Dio a perdere”, il suo quarto romanzo pubblicato.
Se dovesse scegliere un termine o un aggettivo per descrivere questo suo ultimo libro quale utilizzerebbe? E perché?

(G.N.): Sarebbe “nuovo”, per l’attuale letteratura e non soltanto italiana.
Nei miei romanzi c’è un respiro internazionale proprio del villaggio globale. Vado decisamente oltre gli stereotipi, le ricorrenti classificazioni di moda, per esempio “garbato” e “brillante”, in quanto la vita non sempre è cortese o vivace e spigliata. Esistono Marcel Proust, Thomas Mann o Italo Calvino, ma anche, allo stesso livello come “scultore” del mondo, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Lawrence Durrell, Henry Miller o Charles Bukowski.
Intendo la letteratura assimilabile alla scultura: il materiale c’è già, presente nell’autore, il quale deve dare soltanto una forma al blocco di marmo che a una prima scorsa è il suo essere.
Il mio stile è personalissimo. Con riferimenti alla pittura, la mia scrittura è più espressionista che impressionista. Cerca anche di avvicinare la letteratura al linguaggio cinematografico e vorrei che per il lettore la pagina diventasse “una videata da leggere” – non solo mediante dispositivi digitali –, uno “schermo di carta” che però si possa piegare fisicamente.
Le mie storie sono sempre nuove e il messaggio non è mai banale. Non parlano della trita, desueta condizione della donna o, perché no, dell’uomo, del solito serial killer variamente mascherato, di uno stucchevole rapporto fra persone, del drago e delle ninfe. Le innovazioni stilistiche, ponderate e in costante evoluzione, sono numerose: dalla forma dei dialoghi – a volte spontanea, senza interventi da parte mia, proprio come avviene in un film –, alle descrizioni scorrevolissime, all’assenza di time-out o pesi morti.
Negli ultimi dieci anni, il mio unico punto di riferimento è stato Michael Crichton, fino al romanzo “Preda”.
Nel presente, guardo al futuro prossimo e personalmente vi sono già immerso. Credo che nell’era dell’immagine, le narrazioni molto estese, i “mattoni”, non abbiano più senso. L’autore conosce vita, morte e miracoli dei suoi personaggi e devono bastare poche righe per descrivere il vissuto di un personaggio. Non si deve tediare e depistare il lettore. Come in un film, il personaggio si delinea anche attraverso le sue parole. La mia scrittura è il risultato di azioni di sintesi ed è il futuro imminente – per me realtà già attuale – della letteratura.

(L.B.): Quanto è stato difficile scrivere una storia così particolare come “Dio a perdere”? Che cosa lo ha spinto a scriverlo?

(G.N.): Potrei rispondere che per me la difficoltà non è scrivere, quanto invece farsi conoscere per ciò che si è.
Comunque, l’espressione per me meno immediata del lavoro di romanziere è la resa dei personaggi, che devono essere “ripresi” come da una telecamera, un mezzo che s’addentra però anche nell’interiorità, dentro la psiche. Cosa d’altro canto difficile da rendere nel cinema, se non con tecniche particolari e questo è un vantaggio della letteratura rispetto al film. Nei miei personaggi, cerco di immedesimarmi, come fa un attore alla Strasberg o Stanislavskij con le parole del copione. Da questo punto di vista credo d’essere un buon attore, ma anche uno sceneggiatore e un regista. Nella pagina scritta o sullo schermo scritto, cioè, si può paragonare l’attore allo stile della scrittura e lo sceneggiatore e il regista alla trama.
Ho avuto l’idea di “Dio a perdere” semplicemente osservando ciò che si può visitare della grotta di Lascaux.

(L.B.): Parlando di lei come scrittore quando e perché ha iniziato a scrivere?

(G.N.): Io non sono uno “scrittore”, non ancora, almeno. Scrittore è colui che riesce a manifestare un mondo a sé stante, che esiste di per sé. Lo scrittore è una persona che ha un’esaustiva visione del mondo accettata universalmente. In Italia, nei giorni nostri non ci sono scrittori in questo senso, cioè scrittori come coloro che ho nominato o tanti altri: Yukio Mishima, Gide, Hemingway, Sciascia, Deledda, Quasimodo, Montale, Faulkner, Steinbeck, Bellow, Joseph Roth o Philip Roth, Norman Mailer, Capote, Dostojevskji, eccetera.
Io mi definisco un romanziere e, forse con apparente contraddizione nei termini, mi ritengo “un artista artigiano”.
Ho iniziato a scrivere a diciassette anni perché credevo, credo ancora, d’avere qualche storia da raccontare. Perché vorrei dare qualcosa agli altri e anche per scoprire qualcosa: sono il solo esponente della “fact-finding writing”, la scrittura conoscitiva. Questa corrente letteraria, in due parole, considera che in modo documentabile e magari riproducibile non scopriremo mai la risposta alla domanda “perché siamo qui su questa terra?”. Non ha risposto la filosofia e non risponderà la fisica, la matematica o altre scienze e io credo che un piccolo tassello potrà fornirlo la letteratura. Come fece Edgar Allan Poe il quale, senza disporre di un radio telescopio e del back-ground odierno, scoprì perché il cielo notturno è nero.

(L.B.): Che cosa secondo lei rende una grande storia?

(G.N.): La novità, appunto.

(L.B.): In una giornata quanto tempo dedica di solito alla scrittura?

(G.N.): Negli ultimi dieci anni, una media di sei ore al giorno.

(L.B.): In questo momento ha in cantiere qualcos’altro? Magari un nuovo romanzo?

(G.N.): Due romanzi. Ne sto ultimando un altro, ne ho iniziato un altro ancora e le storie, i messaggi sono sempre nuovi e diversi.

La primavera dell’editoria elettronica

11 marzo 2011

Libereditor’s Blog ha intervistato Damiano Mazzotti autore del saggio Libero pensiero e liberi pensatori (ed. Ibiskos Risolo, 2009). E’ stata un’occasione importante per capire e imparare qualcosa in più sulla nuova editoria e sul fenomeno nascente degli ebook (all’ultima Buchmesse di Francoforte il vero protagonista è stato proprio il libro digitale).
All’ultimo Salone del Libro di Torino si è detto che entro la fine del 2010 l’ebook arriverà a coprire l’1,5% del catalogo dei titoli e l’8-9% delle novità. L’abitudine a leggere su schermi digitali si è più o meno triplicata in tre anni e oggi è ad appannaggio di quasi due milioni di italiani, di età superiore ai 14 anni.
Una rivoluzione in atto?

L. B.Gli studenti di oggi hanno spesso bisogno di stimoli che la carta non può dare. Sono abituati a vedere immagini in movimento e a sentire suoni forse perché “vivono” in un mondo multimediale che la carta non può riprodurre. Può esser questa una ragione dello scarso appeal della scuola vista come un ambiente vecchio e poco stimolante?

D. M. – Indubbiamente ai nuovi occhi delle menti multimediali le scuole italiane sembrano vecchi musei. E la situazione non è molto diversa per molte università. Questo problema è legato alla presenza di insegnanti anziani e poco aggiornati, che a loro tempo sono stati educati all’antica. Per cambiare veramente le cose occorre prepensionare molti insegnanti come hanno fatto in Germania.

L. B.L’ebook a scuola può davvero determinare un cambiamento strutturale?

D. M. – L’ebook può migliorare la situazione e risvegliare molte menti assopite, ma la cosa fondamentale è un buon insegnamento della lingua inglese, che è la principale porta di accesso alla conoscenza e alla scienza. Dovremmo fare come in Olanda e in Svezia dove si insegna l’inglese come prima lingua (naturalmente è meglio utilizzare docenti madrelingua fin dalla scuola primaria). Del resto la lingua italiana si può imparare benissimo nella vita quotidiana. Si dovrebbe studiare meno letteratura e si dovrebbero leggere più quotidiani, riviste, saggi (con libera scelta dei ragazzi).

L. B.Quasi ogni giorno appaiono articoli su giornali e riviste riguardo nuovi dispositivi di lettura e la richiesta, in costante crescita, di ebook da parte del mondo editoriale. Per gli ebook è un momento fortunato e sembra venga visto come una nuova opportunità di consumo e di diffusione di testo. È  stato più volte scritto che in questo contesto le università hanno un ruolo importante in quanto l’ebook è un modo di pubblicare che può garantire aggiornamenti rapidi e integrati con supporti multimediali, eliminando diversi problemi tra cui, per esempio, quello della ristampa. Lei cosa ne pensa?

D. M. – Almeno in Italia e in gran parte dell’Europa, lo sviluppo del settore editoriale digitale è stato sopravvalutato. Per ora si può dire che gli Stati Uniti sono il paese più innovativo e che i francesi sono i migliori lettori e perciò sono i cittadini più predisposti ad ogni tipo di sperimentazione. Però le università di tutti i paesi dovrebbero essere le prime organizzazioni a investire nel digitale: qui ci sono tutte le risorse umane in grado sviluppare le potenzialità multimediali, qui si lavora meglio in gruppo e l’editoria universitaria è uno dei settori dove si può iniziare a guadagnare prima e meglio.

L. B.Molti contenuti sono già – o in un prossimo futuro saranno solo – fruibili come ebook o in altre forme digitali. Quello che fino a pochi anni fa sembrava un affare quasi esclusivo delle biblioteche universitarie o specialistiche, può oggi rappresentare anche una notevole opportunità per le biblioteche pubbliche. Quali conseguenze può avere questo sviluppo per le biblioteche pubbliche malgrado le restrizioni nei budget e la riduzione del personale? Come si prospetta il futuro di questo mercato dell’ebook e quali cambiamenti sono prevedibili nel modo di leggere degli utenti?

D. M. – Il settore delle biblioteche pubbliche avrà degli esiti imprevedibili dovuti ai vari problemi legati ai diritti d’autore. Però si può prevedere una trasformazione delle biblioteche in centri multimediali, in centri di formazione, in “centri congressi” e in piazze virtuali, che daranno la possibilità di prendere a prestito libri, musica, film, documentari e seminari, direttamente da casa. Le biblioteche dovranno instaurare un rapporto più diretto con gli autori e gli editori. I bibliotecari potrebbero intervistare gli scrittori via e-mail, anche su richiesta dei lettori, oppure potrebbero organizzare il classico “incontro ravvicinato del terzo tipo” e registrare videointerviste da linkare.

L. B. Molto del futuro dei libri dipenderà dal formato che assumeranno. La scelta del carattere tipografico in un libro elettronico deve secondo lei essere un elemento per rispettare l’autore e il suo contenuto?

D. M. – All’EbookLabItalia di Rimini gli esperti del settore dicono di si. Però la questione del carattere tipografico riguarda principalmente l’identità di una casa editrice o di una collana editoriale. Nelle pubblicazioni digitali è meglio privilegiare la leggibilità e la scorrevolezza delle parole e delle frasi, per non appesantire la “nuova” attività dei lettori, magari non abituali. Lo stile dell’autore è più legato alla forma letteraria, ai contenuti e al contesto delle sue “esternazioni”.

L. B.Quest’anno self-publishing è in aumento. A gennaio ci sono stati 18 libri della categoria self-publishing tra le top 50 best seller di Kindle Store. Quando potrà accadere con libri italiani?

D. M. – Come sempre l’Italia sarà in ritardo anche in questo settore. Prevedo un ritardo situato tra i due e i cinque anni. Quindi fra tre anni è probabile  che ci sarà almeno un best seller di uno scrittore italiano autoprodotto tra i primi 20 ebook delle varie classifiche settimanali.

L. B. Il self-publishing può rappresentare linfa vitale e sperimentazione per gli editori?

D. M. – Sicuramente è un’occasione a buon mercato per fare scouting: basta monitorare il web. Però occorrono ragazze e ragazzi giovani, tecnologici, “indisciplinati” e multidisciplinari, da sguinzagliare in piena libertà senza vincoli legati ai vecchi gusti letterari degli editor più vecchi.

L. B.Quale potrà essere il ruolo dell’editore in un quadro in cui il valore di ogni singola copia viene drasticamente abbattuto?

D. M. – Probabilmente gli editori più piccoli e accorti inizieranno a “spigolare”, cioè a vendere poche decine di libri di migliaia di scrittori. Verranno scelti molti scrittori tra le nuove promesse e molti altri tra gli scrittori più affermati di tutte le nazioni del mondo. Inoltre gli ebook e i “videolibri”  saranno più o meno costosi, più numerosi, più o meno complessi, per cui vincerà chi imparerà l’arte di ottimizzare. Per questo motivo verremo colonizzati da molto case editrici straniere più esperte, più potenti e meno prepotenti, poiché ad oggi esistono pochissimi responsabili editoriali italiani con reali capacità manageriali. Inoltre i nostri editori continuano a scegliere i loro autori sulla base delle simpatie personali, della visibilità mediatica e delle amicizie degli scrittori.