Nel libro della vita

nellibrodellavitaLa vita la fa da protagonista in questi racconti. Incontri amorosi, donne alla reception, fermate della metropolitana, villette a schiera, ciliegi spogli sul lungofiume, villette intonacate nei canyon, sigarette francesi, tubini neri da cocktail, luci degli aeroporti, coppie di candelabri di cristallo… Storie che esplorano tensioni inter-generazionali di famiglie ebree. Racconti di complicate rivalità, di tristezze come macigni, di perdoni insperati, di ricordi e speranze, di morti e di finestre con una luce meravigliosa.
La mancanza di comunicazione tra i personaggi è il tema che attraversa tutto il libro. Leggendo si sente che chi scrive nutre un’illimitata passione per il bagliore del ricordo e per il gioco dell’intima fantasia.
Stuart Nadler è uno scrittore elegante e un narratore avvincente. Svela la complessità nascosta nella vita ordinaria ed è molto abile a creare tensione attraverso dialoghi… obliqui. La sua scrittura condivide l’ossessione di Updike per le piccole città (e per la morale della sua classe media), ma ha anche molto dell’umorismo nero di Roth. Poi, in certi momenti, sembra di leggere Saul Bellow o Isaac B. Singer o Bernard Malamud…

Stuart Nadler, Nel libro della vita e altri racconti, traduzione di Costanza Prinetti, Le Piccole Varianti, Bollati Boringhieri, 2014.

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Andorra

cameron andorraBasta un libro ad Alex Fox per innamorarsi di Andorra e decidere di trasferircisi nel momento in cui deciderà di rifarsi una vita. Alex vuole cambiare tutto e un posto nuovo è quello che ci vuole.
San Francisco è il passato, ormai. La sua vita ora sarà sempre la stessa, però in un altro paese.
Quando arriva a La Plata, la capitale di Andorra (un luogo più ideale che reale), si sente finalmente nel posto giusto al momento giusto, ma, come sempre succede in questi casi, non tutto è come sembra. Andorra è popolata da un numero molto ristretto di persone e quasi tutti sembrano interessati al nuovo arrivato. Forse troppo.
Qualcosa di stranamente misterioso e forse di sinistro però si annida in quello che sembra essere il paradiso in terra…
Un libro sorprendente, minimalista, elegante, che ti risucchia dentro la sua conturbante trama. Un libro da leggere e rileggere per la qualità e la bellezza della sua prosa.

Peter Cameron, Andorra, traduzione di Giuseppina Oneto, Fabula, Adelphi edizioni, 2014.

Il campo di battaglia è il cuore degli uomini

Il campo di battaglia è il cuore degli uominiEtienne e Raymond frequentano l’École militare di Bordeaux. Sono tra gli allievi più promettenti della scuola e tra loro sono grandi amici. A Bordeaux trascorrono giorni intensi e immaginano la loro vita futura ricca di ideali.
Nell’Aprile del 1796 si ritroveranno nella piana di Albenga con l’Armata d’Italia di Napoleone Bonaparte. Etienne è un ufficiale medico abituato a vivere ogni giorno la brutalità della guerra e Raymond un ufficiale inquieto dalla grande nobiltà d’animo con un incarico di spionaggio particolarmente delicato che gli cambierà la vita: andare a Milano a raccogliere informazioni da inviare a Parigi sullo stato e la consistenza della guarnigione austriaca.
Il campo di battaglia è il cuore degli uomini è uno straordinario libro di ambientazione storica che appassiona con la parola e ci fa capire come la bellezza sia uno spettacolo bellissimo, ma anche la più perversa delle creature.

Carlo Patriarca, Il campo di battaglia è il cuore degli uomini, I Narratori della Fenice, Neri Pozza, 2013.

La vita in città

Herko Mueller passeggia fra foglie d’oro e d’argento, che nei mesi estivi vengono assegnate a chi ha prodotto la satira migliore delle proprie emozioni. Sorride perché non ha vinto nessuno di quel premi, che gli abitanti del Paraguay si sforzano di evitare. E’ alto, moro, ha una strana barbetta e ama le tute a cerniera lampo di colori sgargianti: giallo, verde, viola. Di mestiere fa l’arbitro della commedia. «Una specie di critico teatrale?» «Voi lo chiamereste piuttosto un guardalinee. Ai membri del pubblico viene dato un insieme di regole e le regole costituiscono la commedia. Le nostre commedie mirano a raggiungere l’immaginazione. Quando guardi una cosa, non la puoi immaginare». Di sera ho a mia disposizione della sabbia umida su cui camminare – lunghi tratti di spiaggia assaggiati, sul bordo, dal mare. Rivestendomi dopo una nuotata scopro qualcosa di strano: una specie di cetriolo di mare piatto sotto la camicia. E strano perché la sabbia viene setacciata due volte al giorno per eliminarne le impurità e preservarne la bianchezza. E il mare, il Nuovo Mare, non è programmato per gli echinodermi.

barthelme LVICLe storie concettuali di Barthelme sono lineari, pulite, rigorose, sobrie e nascondono un’analisi spietata e implacabile di una società non molto diversa da quella attuale.
Forse solo pochi scrittori innovativi sono leggibili e realizzano qualcosa che vale la pena leggere e Donald Barthelme è tra quelli (oltre ad essere di categoria “super”).
Le innovazioni formali ne La vita in città sono sorprendenti e riescono a trasmettere emozioni spiegando in un modo impensato e stravagante la funzione dell’arte o il ruolo dell’artista nella società, le complicazioni della sessualità, la fragilità e la caducità nei rapporti umani e la natura frammentaria della realtà.
La scrittura di Barthelme è caratterizzata dall’assenza di trama e dallo sviluppo ossessivo del personaggio, da sintassi disarticolate e dialoghi, da parodie fuori del comune di mass media, gerghi intellettuali e luoghi comuni.
Insomma, da leggere per scoprire mondi nuovi e farsi sorprendere.

Donald Barthelme, La vita in città, traduzione di Vincenzo Latronico, Minimum Fax, 2013.

Fra i boschi e l’acqua

Forse avevo sostato sul ponte troppo a lungo. Sulle rive slovacca e ungherese si addensavano le ombre e il Danubio, pallido e veloce, lambiva le banchine dell’antica città di Esztergom, dove una ripida collina sollevava la Basilica dentro il crepuscolo. Poggiata sul suo anello di colonne, la grande cupola e i due campanili palladian, da cui partiva ora un rintocco più breve, sorvegliavano per molte leghe lo scenario che andava imbrunendo. D’improvviso, la banchina e l’erta che saliva oltre l’Arcivescovado erano deserte. Il posto di frontiera si trovava all’estremità del ponte, perciò mi affrettai a entrare in Ungheria: la gente che il Sabato Santo aveva radunato sulla riva del fiume era salita alla piazza della cattedrale, dove la trovai a passeggio sotto gli alberi, a conversare in piccoli gruppi nell’attesa. Sotto di noi digradavano i tetti, e poi foresta e fiume e palude correvano grigi incontro alle ultime tracce del tramonto.

fermor adelphiPatrick Leigh Fermor racconta la bellezza e l’emozione del viaggiare scrivendo di un periodo di cinque mesi nel 1934, di quando, diciannovenne, intraprende un viaggio (a piedi, a cavallo e in chiatta) fino a Istanbul attraverso l’Ungheria e la Transilvania.
Dorme a volte nei boschi e spesso in case signorili grazie a lettere di presentazione, incontra e osserva luoghi incontaminati in cui il ritmo della vita è cadenzato, armonioso, autentico. Vede cicogne ritte su una zampa tra i ramoscelli di vecchi nidi sui tetti di paglia e sui comignoli, antichi passatoi di pietre, pecore immerse fino al ventre in un mare di margherite, cupole sormontate da cuspidi gotiche, fitti boschi scoscesi, prati ondulati e biblioteche con migliaia di volumi e tutto l’armamentario del collezionista di insetti. I suoi soggiorni “beati e felici” in queste terre tranquille sono piacevoli da leggere come romanzi inglesi o russi del diciannovesimo secolo.

Fermor è uno straordinario compagno di viaggio. Non è legato a calendari o convenzioni e nella sua curiosità è implacabile. Fra i boschi e l’acqua è un piccolo grande classico della letteratura di viaggio.

Patrick Leigh Fermor, Fra i boschi e l’acqua. A piedi fino a Costantinopoli: dal Medio Danubio alle Porte di Ferro, traduzione di Adriana Bottini, Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2013.

L’angioletto

Un giorno la nonna aveva detto:
«Louis parla appena. Forse è un po’ ritardato».
Qualcuno – non ricordava chi – aveva risposto:
«Non vuol dire che non pensi. Spesso i bambini come lui sono proprio quelli che osservano di più».
Non ci aveva fatto caso, perché gli sfuggiva il senso del discorso, ma per qualche motivo quelle parole gli erano rimaste in mente. Conservava nella memoria anche altre frasi, e soprattutto altre immagini – per quanto in ritardo nello sviluppo, non aveva infatti vissuto fino a quattro anni senza vedere nulla intorno a sé.
Solo che era come se avesse voluto circoscrivere il mondo in uno spazio il più limitato possibile.
«Se fosse per lui, questo bambino non uscirebbe mai di casa».
Era una riflessione che aveva sentito, o gliel’avevano riferita in seguito? Non è facile distinguere fra quel che è accaduto realmente, in un dato momento, e quel che ci è stato raccontato poi.

Soltanto da adulto, molti anni dopo, Louis avrebbe ritrovato altre immagini che aveva registrato senza accorgersene e che, forse perché facevano parte della sua vita quotidiana, sul momento non l’avevano colpito.
La carta da parati che una volta rivestiva i muri della camera era ormai ridotta a brandelli; e tuttavia lasciava ancora intravedere alcuni personaggi abbigliati come ai tempi dei re. Su un lembo di tappezzeria, vicino alla porta, era raffigurata una giovane donna dalle gonne molto ampie che si dondolava su un’altalena.
Il resto era solo gesso: ingiallito, sporco, coperto di iniziali incise con la punta del coltello e di immagini oscene che qualcuno aveva cercato di cancellare. Chi le aveva disegnate? Chi aveva tentato di farle sparire?

langiolettoLouis Cuchas è un pittore famoso, ma è sempre rimasto un bambino dall’occhio trasparente e sereno che riesce a catturare la natura profonda della gente. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone, distingue la qualità delle cose, riconosce l’essenziale e l’accidentale. Ha un cuore vero, libero da ogni egoismo ed è incuriosito dalla vita che lo circonda e che spesso con lui è infausta e miserevole.
Colpiscono le dense atmosfere e il senso dentro le piccole cose di questo romanzo ben costruito e sviluppato in una brevità semplicemente necessaria.
Ricerca della concisione massima, personaggi veri e credibili, voglia di andare oltre le cose reali e una scrittura semplice e senza orpelli in cui nulla è superfluo…
Ennesima e come sempre azzeccata “scoperta” simenoniana su Adelphi.

Georges Simenon, L’angioletto, traduzione di Marina Di Leo, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

Bang Bang sei morta

La mattina Sybil rimaneva a letto a leggere la traduzione inglese dei diari di Kierkegaard, pubblicati da appena un mese ma già accolti in Inghilterra come una rivelazione. Si sentiva come un deserto rimasto inconsapevole della propria aridità fino all’arrivo della pioggia. Quando Donald rincasava nel tardo pomeriggio, aveva sempre meno cose da dirgli.
«C’è stata un’altra sparatoria in fondo alla valle» diceva Donald. «Un tale è tornato a casa all’improvviso e ha trovato la moglie con un altro. Li ha uccisi entrambi».
«In questo posto non si è mai lontani dalla giungla» commentava Sybil.
«Ma cosa stai dicendo? La giungla è a più di mille chilometri da qui».
Quando era partito per la sua prima battuta di caccia grossa, a oltre mille chilometri da lì, in lui non c’era più nessuna traccia di vita mentale, aveva riflettuto Sybil. Il suo cervello era come un pesce fuor d’acqua che avesse cessato di palpitare. Però, pensava anche, un’altra donna non se ne sarebbe mai accorta. Le altre donne non vogliono una mente per marito. Ma io sì, pensava, quindi sono anormale e non avrei dovuto sposarmi. Non sono tipo da matrimonio. Forse è per questo che lui non esplora la mia personalità, non più di quanto legga le riviste. Lo farebbe pensare, e per lui sarebbe doloroso.
Quando morì rimpianse che non fosse vissuto abbastanza da godersi una vita sua, qualunque essa fosse. Lei trovò lavoro in una scuola privata femminile e coltivò qualche amicizia, come diversivo in attesa che la guerra finisse. Gli amici simpatici non devono per forza avere una mente.

muriel2Muriel Spark è famosa per il suo delizioso anticonformismo e per le sue trame disorientanti, ma anche per la straordinaria, pungente ironia. La sua è una scrittura energica, incisiva, efficace, senza compromessi e selvaggiamente divertente.
Una prosa densa e acuta, enigmatica per certi versi e stupefacente per la leggerezza della maniera, con un raffinato gusto per l’allegoria.
In questi tre racconti Muriel Spark ci porta in Africa, dove si era trasferita, appena sposata, nel 1937 (aveva sposato Sidney Oswald Spark ed era andata in Rhodesia, dove nacque il loro l’unico figlio).
La sua Africa è una scialba e apatica colonia inglese di cui rivela, in modalità di commedia, assurdità e malvagità, dominio e sottomissione, rapporti sbilanciati tra le varie persone.
Questi racconti “africani” meritano di essere letti per la loro originalità, il tono sarcastico “da miniatura” e soprattutto per il modo di scrivere sorprendentemente nuovo e fresco della Spark.

Muriel Spark, Bang Bang sei morta, traduzione di Mario Fillioley, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.