Archive for the ‘Narratrici’ Category

Viaggio in Urewera

3 novembre 2015

kmuKatherine Mansfield riempie un taccuino durante un viaggio fra i Maori. Ha diciannove anni e si nota già che per lei la scrittura è un mezzo salvifico per fermare il tempo
.
La sua avventura comincerà nel novembre del 1907 quando lei e Millie Parker partono da Wellington (Millie ha invitato Katherine a unirsi a un viaggio organizzato dai suoi parenti di Hastings, gli Ebbett).
Katherine incontrerà l’Urewera e la sua gente. Ne rimarrà piacevolmente sorpresa, ma anche turbata, sconcertata. Sente che tutto intorno al lei contiene una sorta di segreto antico che non riesce e forse non può penetrare. Apprezza e riconosce la bellezza di quei “luoghi selvaggi”, ma ne teme il “veleno”. È affascinata dalla terra sconosciuta, ma resiste alla sua straordinaria seduzione. La tocca, ma in un certo modo indietreggia da lei.
Scrive quando può, ma sono tanti gli spazi vuoti del non detto. È chiaro come usi le tecniche apprese dai simbolisti e dal suo amato Wilde per aggiungere complessità al testo e forse proprio per questo si sofferma spesso a scrivere del paesaggio coloniale e delle sue ambiguità. I suoi stati d’animo mutano continuamente a seconda dal paesaggio attraverso cui si muove. La sua è (in tempi diversi) una coscienza incerta, curiosa ed euforica. Una voce già modernista che presenta il suo intimo in modo inesorabile, in tutta la sua complessità.

Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, a cura di Nadia Fusini, Biblioteca minima, Adelphi 2015.

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Una donna indipendente

27 novembre 2014

Jena, 6 novembre

Caro Roger,
ti scrivo soltanto per dirti che ti amo, nel caso te ne fossi già dimenticato al momento del tuo arrivo a Londra. Questa lettera, che ti seguirà col treno successivo a quello con cui sei partito, ti sarà recapitata dopodomani, all’ora della colazione. E assaporando la marmellata d’arance che Jena non riesce a produrre, dirai «Una donna quanto mai sconsiderata a scrivere per prima». Ma se valuti il «Caro Roger» vedrai che non lo sono così tanto, dopotutto. Immagini parole più sobrie? Non hai idea delle cose che avrei potuto scrivere al loro posto, se solo avessi voluto. È incredibile pensare che appena ieri a quest’ora conversavamo ancora in termini formali: tu, nel tuo bel tedesco appena appreso, rivolgendoti a me con l’appellativo gnädiges Fräulein a ogni piè sospinto, e io offrendo risposte di pari tono a quel Mr Anstruther che, nel giro di un’unica, stupefacente ora, è diventato per me il caro Roger. Ma ti sono piaciuta, voglio dire, mi hai amato così fin da subito? La mia anima è ancora refrattaria alla dolcezza di queste parole inusuali, ancora indurita per mancanza d’uso. Perdonami dunque se tendo ad aggirarle.

EVAUn libro che, grazie una scrittura di rara qualità, avvince, coinvolge ed emoziona, facendoci capire come la bellezza sia sovente nascosta nel semplice ritmo della vita quotidiana.
La formula di narrazione (un epistolario costruito solo sugli scritti di un mittente) scelta qui da Elizabeth von Arnim – autrice brillante e di raro anticonformismo – è fantasiosa e singolare perché riesce a coinvolgere in modo straordinario il lettore tratteggiando precisi e caustici ritratti.
È esemplare la destrezza con cui si fa largo tra le pieghe dell’animo umano e ci fa conoscere un mondo intenso, vibrante, soprattutto molto umano. Un mondo scomparso ma vivo che è una commedia, quella della vita fin-de-siècle. Un mondo dominato dall’ipocrisia e dalle convenzioni sociali.
Un libro, questo, che è puro piacere di lettura.

Elizabeth von Arnim, Una donna indipendente, traduzione di Simona Garavelli, Bollati Boringhieri 2014.

Danza delle ombre felici

24 novembre 2013

Dopo cena mio padre fa: – Scendiamo a vedere se c’è ancora il lago? – Lasciamo mia madre a cucire sotto la lampada in sala da pranzo; mi fa dei vestiti per l’inizio della scuola. A questo scopo ha disfatto un vecchio completo e un vestito scozzese che erano suoi, e ora le tocca ingegnarsi per tagliare e ricucire oltre a farmi stare in piedi a girare su me stessa per interminabili prove mentre io, ingrata, sudo e mi lamento perché la lana prude e mi viene caldo. Lasciamo mio fratello a letto nel piccolo portico chiuso al fondo della veranda, e certe volte lui si inginocchia sul lettino, preme la faccia contro la zanzariera e frigna: «Portatemi il gelato!», ma io gli rispondo: «Tanto dormirai già», e non giro neanche la testa.

MUNRO libroI quindici racconti di Danza delle ombre felici sono la prima raccolta di racconti di Alice Munro uscita nel 1968.
La scrittura della Munro sorprende ogni volta per il modo in cui riesce a imporsi con disinvoltura. Il suo tocco delicato porta con sé una sorta di libertà gioiosa, garbata, ma anche qualcosa che mai avremmo ritenuto possibile.
Alice Munro scrive di paesi diversi e di persiane verdi abbassate, di porte che si aprono sul vuoto e di fienili grigi, capannoni sbilenchi e mulini fermi in lontananza. Di teiere tutte dorate e decorate di rose, di chiazze di latte e di porridge sul tavolo di cucina, di deliziosi slanci di compiaciuto buon cuore, di palestre che odorano di pino e di cedro e di case immerse nel buio o di strade nere e cortili imbiancati dell’ultima neve rimasta.
Con la sua impareggiabile maestria nella scrittura di racconti, Alice Munro ci racconta la dignità del dolore e di certi misteriosi e opprimenti imperativi che spesso ci gravano addosso senza che lo sappiamo.
Ci avverte che qualcosa di torbido e inesprimibile è emerso alla superficie e cerca di arrivare a noi, di afferrare qualcosa.
Se rileggiamo ogni storia possiamo osservare quanta abilità riveli la sua narrazione, come ogni frase sia tesa e ogni immagine piena. Tuttavia qualcosa rimane non spiegato e avvolto dal mistero… perché tra le pagine di Alice Munro, come scrive Pietro Citati, “l’inatteso si nasconde in ogni riga: oppure si scatena la più romanzesca e melodrammatica inverosimiglianza”.

Alice Munro, Danza delle ombre felici, traduzione di Susanna Basso, Einaudi, 2013.

La ragazza dallo scialle rosso

21 novembre 2013

Erano più di vent’anni che Jenny Brodal non beveva. Apri una bottiglia di vino rosso e se ne versò un bel bicchiere. Aveva sognato il calore che scendeva giù nello stomaco, il formicolìo che arrivava fino alla punta delle dita. Rimase delusa, ma ne bevve un altro sorso, anzi, di più, svuotò il bicchiere e fu scossa da un brivido. Non aveva mai detto mai! Aveva affrontato un giorno alla volta, un giorno alla volta, e non aveva mai, mai, detto mai. Era seduta sul bordo del letto, tutta truccata ed elegante, a parte i calzini grigi di lana spessa lavorati ai ferri da Irma. Aveva sempre freddo ai piedi. Per via della circolazione. Ed erano anche gonfi. Non le piaceva l’idea di infilarli dentro quei sandali stretti con i tacchi alti. Color pesca. Anni Sessanta. Jenny si versò un altro bicchiere. Doveva far arrivare il vino giù fino ai piedi. Non aveva mai detto mai. Aveva detto: un giorno alla volta. Cercò di ricordare perché si era mostrata tanto contraria a quell’idea, a quella festa. Si alzò e si contemplò rigirandosi davanti allo specchio appeso alla parete. Il vestito nero le aderiva alla perfezione sul seno. Presto si sarebbe tolta i calzini di lana per indossare i sandali.
Era il 15 luglio del 2008 e Jenny compiva settantacinque anni. Mailund, la grande casa bianca in cui era cresciuta dopo la guerra, quando i genitori l’avevano portata via da Molde, una città ormai ridotta in cenere, era stracolma di fiori. Aveva vissuto lì quasi tutta la vita, fra gioie e dolori, e adesso quarantasette ospiti in abiti estivi stavano arrivando per festeggiarla.

ULLMANN LIBROLa ragazza dallo scialle rosso è un’esperienza di lettura difficile da scrollarsi di dosso che può restare a lungo nella mente di chi legge.
C’è qualcosa che ha che vedere con la luce in questo romanzo. Chi legge può vedere e sentire quasi tutto, come se vedesse un film. La luce può rivelare, ma anche sfumare lo stato delle cose mostrando solo frammenti di verità forse perché tutti mentono, a loro stessi e agli altri…
Lo stile di scrittura della Ullmann è molto simile a quello minimalista di Christina Hesselholdt (scrittrice danese di notevole talento, ma purtroppo poco conosciuta in Italia) e alcuni suoi personaggi sembrano tratteggiati da Virginia Woolf in un perfetto stile “flusso di coscienza” in cui emerge pian piano l’individuo con i suoi conflitti interiori, le sue emozioni e i suoi sentimenti più profondi.

Figlia di Ingmar Bergman e Liv Ullmann, Linn dal padre ha imparato quanto è importante svegliarsi ogni mattina e cominciare a lavorare. Suo padre una volta l’ha avvertita: “se non la usi per pigrizia, la tua creatività si rivolta e diventa un demone”.

Linn UllmannLa ragazza dallo scialle rosso, traduzione di Lisa Raspanti, collana Narratori della Fenice, Guanda 2013.

La collina delle farfalle

23 ottobre 2013

Uscì dal bosco e si ritrovò sul fianco della collina dove la vista si apriva di colpo, ma c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di strano. A parte il fatto che gli alberi sopra di lei erano disseminati di quel grumi marroni, l’intera valle aveva un aspetto irreale, come in un film di fantascienza. Da lì, si vedeva bene il versante opposto della montagna e la foresta che lo ammantava era interamente ricoperta da quelle cose irsute. Gli abeti che si scorgevano fra la bruma avevano i rami curvi, tanto ne erano carichi. L’aspetto squamoso e screziato dei tronchi e delle fronde saltava all’occhio, come se fossero imbrattati di cornflakes. Aveva due bambini piccoli, lei, ed era abituata a vedere le cose imbrattate di cornflakes. Quasi tutta la foresta, dalla valle al crinale, appariva sbiadita, il beige pallido delle foglie morte. Ma erano abeti, avrebbero dovuto essere scuri e comunque non si trattava del fogliame: quella roba si muoveva, le fronde brulicavano… D’istinto, fece un passo indietro, sebbene gli alberi fossero lontani da lei, al di là del canalone. Infilò la mano nella borsa in cerca di una sigaretta, ma poi si bloccò.

la collina delle farfalleUno dei doni di questo romanzo è lo splendore della sua prosa. Si sente che Barbara Kingsolver ha piacere di scrivere, di trasmettere con la massima precisione l’esatta sfumatura e intensità del suo pensiero, di creare immagini che lasciano dentro qualcosa di forte facendoci entrare in empatia con la vita reale.
La collina delle farfalle è un romanzo raffinato e complesso sugli effetti del riscaldamento globale, su come i cambiamenti nell’ambiente possono portare a cambiamenti significativi nella vita delle persone… Un libro che fa capire in modo intelligente cosa di questi tempi vale la pena tenere e cosa dovrebbe essere gettato…

Barbara Kingsolver, La collina delle farfalle, traduzione di Massimo Ortelio, I Narratori delle Tavole, Neri Pozza, 2013.

La mappa dei ricordi perduti

23 ottobre 2013

In fondo all’appartamento, una serie di imposte si apriva su un balcone affacciato sui tetti incurvati di Shanghai. Al di là dei bassi edifici, allo sbocco di una strada tortuosa, il fiume Huangpu sciabordava contro le banchine. Una greve umidità vellutata premeva sullo scuro nastro d’acqua, e quella tensione incessante provocava una debole brezza, il cui soffio mandava a salire nell’aria densa della notte effluvi di gelsomino e di liquami, di carbone e alghe decomposte.
All’interno, nel piccolo salotto, si affollava una decina di giornalisti e rivoluzionari accalorati. insieme al consueto assortimento di eccentrici che si riunivano alle feste di Shanghai nel 1925: una cantante lirica persiana, una baronessa russa sfuggita alla rivoluzione bolscevica e un contrabbandiere d’armi di nazionalità incerta. C’era un prete con gli occhi accesi dalla cocaina ordinata sul menu del servizio in camera all’Astor House, e Irene Blum riconobbe il fascista italiano che la sera prima aveva visto pavoneggiarsi al Del Monte con una tigre imbrigliata da un guinzaglio di cuoio. Ai residenti di Shanghai non occorreva mai nessuna scusa per ritrovarsi, ma in quell’occasione avevano un pretesto: il ritorno di Roger e Simone Merlin dalla Francia, dove la coppia si era recata per raccogliere fondi destinati al Partito comunista cinese.

La mappa dei ricordi perdutiRaramente si trova un libro che unisce dell’avventura intrisa di azione a prosa di ottima fattura. Il romanzo di Kim Fay (il suo è un esordio davvero brillante) riesce a mettere assieme la bellezza e la complessità di una Marguerite Duras (vedi L’amante) con l’inquietudine andrenalinica di un Indiana Jones e il tempio maledetto.
Il risultato è mozzafiato. Una sorprendente caccia al tesoro ricca fino all’orlo di mistero e suspense, ma soprattutto un viaggio introspettivo alla scoperta della Cina e dell’Indocina (nel periodo di transizione, a metà degli anni ’20, dal colonialismo agli inizi del comunismo) e uno straordinario cammino nei recessi più oscuri della mente e del cuore umano.

Kim Fay, La mappa dei ricordi perduti, traduzione di Federica Oddera,  I narratori delle tavole, Neri Pozza, 2013.