Archive for the ‘Natura’ Category

Euforia

2 maggio 2016

Mentre si allontanavano dai Mumbanyo, qualcuno tirò una cosa verso di loro. Rimase a galleggiare a pochi metri dalla poppa della piroga. Una cosa marroncina.
«Un altro bambino morto» disse Fen.
Fen le aveva rotto gli occhiali, e Nell non poteva sapere se stesse scherzando.
Davanti a loro si apriva il lucente varco nella terra verde scuro dove si sarebbe infilata la piroga. Si concentrò su quello. Non si voltò più. I pochi Mumbanyo sulla spiaggia cantavano e suonavano per loro il tamtam della morte, ma lei non li guardò un’ultima volta. Ogni tanto i quattro rematori — tutti in piedi, rispondevano ai richiami della loro gente o ne lanciavano verso altre piroghe — vogavano in contemporanea, e allora un piccolo soffio di vento le sfiorava la pelle bagnata. Le piaghe le prudevano e tiravano, come se guarissero in fretta sotto l’aria asciutta e fugace. Il vento finiva e ricominciava, finiva e ricominciava. Nell sentì quanto ci metteva a percepirlo e poi a riconoscerlo, e capì che le stava tornando la febbre. I rematori smisero di vogare per infilzare una tartaruga dal collo di serpente; la caricarono sulla piroga che si contorceva ancora. Dietro, Fen cantò a bocca chiusa un lamento funebre per l’animale, troppo piano perché qualcuno lo udisse, a parte Nell.

 

LKEPer gli addetti ai lavori del suo mondo, Margaret Mead era una sorta di caricatura e di cliché, tanto che i risultati che ottenne furono spesso messi in discussione (forse perché donna?) e il suo lavoro classificato come curiosamente antiquato. Di certo si dimostrò antropologa culturale di spessore palesando idee alquanto salde.
Euforia è un romanzo liberamente ispirato alla sua vita. È il resoconto romanzato di un breve periodo di lavoro sul campo che la Mead svolse insieme ad altri colleghi lungo il fiume Sepik in Nuova Guinea nel 1933.
“Fra le tribù che aveva studiato non esisteva la solitudine. I bambini venivano messi in guardia fin da piccoli: se sei solo, gli spiriti ti rubano l’anima, o i nemici rapiscono il tuo corpo. Se sei solo, la tua mente si volge al male. Nelle varie culture c’erano spesso dei proverbi ammonitori e uno dei più ripetuti fra i Tam era: «Nemmeno un opossum cammina da solo». L’uomo sulla roccia era Xambun, e non stava accovacciato come un Tam, ma seduto, con le ginocchia leggermente sollevate e il torso piegato, gli occhi fissi su un punto dall’altra parte del lago. Era diventato in carne, coi fianchi larghi, per il riso e il manzo in scatola che davano da mangiare ai minatori. Le scarpe fanno più rumore dei piedi nudi — doveva aver capito che era Nell, ma non si voltò. Si portò la sigaretta alla bocca. Indossava ancora i pantaloni verdi della miniera, ma nessun ornamento: né perline, né ossi, né conchiglie.”
Una storia affascinante e coinvolgente, ben scritta, che ci offre una visione molto interessante sulla rivalità e sul desiderio dentro a un periodo formativo, in piena ricerca antropologica.

Lily King, Euforia, traduzione di Mariagrazia Gini, Fabula, Adelphi edizioni 2016.

 

 

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Una seconda natura

28 aprile 2016

mpIl mio primo giardino era un luogo di cui nessun adulto seppe mai nulla, anche se si trovava in una proprietà suburbana di un migliaio di metri quadrati soltanto, a Farmingdale, Long Island, nel terreno dietro la nostra casa, dove per nascondere la palizzata di legno del vicino era stata piantata una siepe irregolare di lillà e forsizie. Il mio giardino, che condividevo con mia sorella e i nostri amici, consisteva nella striscia di terreno non piantumato tra la siepe e la palizzata. Dico che nessun adulto ne seppe mai nulla perché, nell’immagine che un adulto si fa di questo paesaggio, la siepe corre proprio a ridosso della recinzione. Per un bambino di quattro anni, invece, lo spazio creato dai rami a volta della forsizia è vasto come l’interno di una cattedrale, e tra un lillà e una parete c’è posto sufficiente per un intero mondo. Ogni volta che avevo bisogno di sottrarmi al radar degli adulti, strisciavo sotto gli archi della forsizia, mi stringevo tra due cespugli di lillà e mi ritrovavo da solo e al sicuro nel mio personale spazio verde.

usnUn manifesto, non solo per i giardinieri, ma per gli ambientalisti di tutto il mondo, per ripensare “sulla carta” e attraverso le parole il nostro rapporto con la natura.
Un libro importante e profondamente originale che si legge come un’opera senza tempo. Un intrattenimento brillante e una lettura colta e contemplativa.
È la storia di un’educazione in due giardini: uno è più o meno immaginario, l’altro assolutamente reale, terreno. Uno è il giardino dei libri e dei ricordi. La classica utopia all’aria aperta, in un mondo libero e felice, in un “luogo senza moscerini e sempre in fiore”. Il luogo ideale in cui “la natura risponde ai nostri desideri e noi immaginiamo di sentirci perfettamente a nostro agio”. Un altro giardino è un luogo reale, terricolo, a Cornwall, nel Connecticut: più o meno due ettari di terreno collinare roccioso alquanto difficile da curare.
“Molto separa questi due giardini, tuttavia ogni anno li porto un po’ più vicini a coincidere. Entrambi hanno avuto moltissimo da insegnarmi, e non solo sul giardinaggio. Ho capito subito, infatti, che non avrei imparato a occuparmi molto bene della mia terra se non avessi appreso anche qualche altra cosa: sul ruolo che mi spetta in natura (rientrava nei miei diritti uccidere la marmotta che mi aveva saccheggiato l’orto durante tutta la primavera?); su certi atteggiamenti alquanto peculiari nei confronti della terra, innati negli americani (com’è che i miei vicini nutrono un interesse tanto profondo per le condizioni del mio prato?); sui tormentati confini tra natura e cultura; e sulla nostra esperienza dei luoghi, sulle implicazioni morali della progettazione del paesaggio e su diversi altri temi che il desiderio di raccogliere qualche onesto pomodoro non mi aveva preparato ad affrontare.”
Mettendo a confronto due correnti di pensiero: l’etica del mercato, in cui la manipolazione e la chimica sono utilizzati indipendentemente dalle conseguenze e l’etica del deserto in cui all’ambiente è consentito di riprendersi la sua parte “naturale”, Pollan sviluppa un’alternativa: l’etica del giardiniere. E lo fa, “secondo natura”, mettendo a confronto i metodi di giardinaggio del nonno (etica del mercato) con quelli di suo padre (etica del deserto).

Michael Pollan, Una seconda natura. Educazione di un giardiniere, traduzione di Isabella C. Blum, La Collana dei Casi, Adelphi edizioni 2016.