Questo strano ritorno

Si può ritornare a un’emozione o a un episodio reale o immaginato. E la letteratura e la poesia vertono proprio a questo strano impareggiabile ritorno. Perché prendono origine da emozioni ricordate in un momento di tranquillità… la tranquillità a poco a poco se ne va e certe emozioni, che sono state oggetto di contemplazione, vengono allora ricreate (e sono libere di rinascere) nella mente.

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Guardare finalmente in profondità

Intendere l’otium alla latina può essere un’opportunità per sottrarsi agli affari quotidiani e affrontare, allo stesso modo dei grandi filosofi della romanità, altri punti di vista e temi di radicale importanza come i “sacri” principi della politica e della verità.
Solo così potremo (forse) guardare finalmente in profondità i valori che fanno di noi ciò che, alla fin fine, siamo?

Pazienza e dedizione

La scrittura è un’attività che richiede pazienza e dedizione.
Prima di iniziare è necessario rispondere ad alcune domande:
Perché si scrive? Lo si fa per piacere o per passione? Cosa si vuole scrivere? Per chi scriviamo? A quale pubblico? E come? Con che linguaggio e a quale livello?
Mah… Solo a chi scrive l’ardua… pazienza.

Le parole di san Paolo

rsp001Le parole di san Paolo nella Seconda ai Corinti (12, 9-10) ci dicono mirabilmente qualcosa di ancora più essenziale, e di ancora più profondo, sulla ragione d’essere della fragilità umana che, redenta da ogni fatica di vivere, si fa grazia.
Le sue parole: «Ed Egli mi disse: Ti basta la mia grazia, poiché la potenza ha compimento nella debolezza. Tanto più volentieri dunque mi vanterò nelle mie debolezze, affinché la potenza del Cristo si accampi su di me. Per questo mi compiaccio delle mie debolezze, delle prepotenze, delle costrizioni, delle persecuzioni e delle angustie per Cristo, poiché quando sono debole, allora sono potente».
Parole bellissime che sono la premessa trascendente e metafisica, umana e cristiana, alla fragilità e alle sue diverse articolazioni tematiche. Certo, c’è la fragilità di chi si ammala, e talora la fragilità di chi cura, che giunge così a una più profonda comprensione del senso del dolore e della sofferenza, e c’è la fragilità che è il nostro destino. Ma quella che, agli occhi del mondo, appare come fragilità, come insicurezza o come ricerca di un infinito irraggiungibile, è il riverbero della luce ardente della speranza, di una speranza che rinasce dall’angoscia e dalla disperazione, negli orizzonti inconoscibili del mistero che hanno fatto dire a Teresa d’Ávila che, coloro che Dio molto ama, li conduce per sentieri di angoscia: parole non lontane da quelle di san Paolo.
In ogni caso, la fragilità come struttura portante della vita, come matrice delle infinite forme di fragilità umana, è comune alla donna e all’uomo, benché possano in loro cambiare i modi di vivere la fragilità nelle diverse situazioni esistenziali. La fragilità è insomma una condizione di vita che oltrepassa le differenze di genere, e non è possibile non intravedere in essa una forma di vita nella quale le differenze di genere si riconciliano.

Passi da: Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi 2014.

Incipit de “Il ragazzo morto e le comete”

gpg001Questa è una sera d’inverno. Prima che il buio e il gelo arrivino nei cortili a tramontana per tutta la notte, Giorgio, Abramo e gli altri ragazzi accendono fuochi con foglie fradice, rami morti e carta raccattata nelle immondizie. Il fumo pieno di umori estivi e di erbe aromatiche cammina dentro i cunicoli delle fogne dove il canale s’insinua a trasportare erbe, gatti morti, piccoli involti dal contenuto roseo e informe, spellato dall’acqua.
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Il defunto odiava i pettegolezzi

«Pravda », 15 aprile 1930:
«In questo numero:
«Inghilterra. A Bradford scioperano tutte le imprese industriali, nelle altre regioni l’80 per cento.
«India. Lo sciopero dei ferrovieri continua con immutata fermezza.
«Editoriale. Rafforzare la gestione delle imprese industriali.
«Pag. 2. Massima attenzione al funzionamento dei trasporti.
«Pag. 3. Per la soia e il mais!
«Pag. 4. Il motivo dei contrasti fra Komsomol e Commissariato del popolo per l’istruzione».
«Pag. 5. È morto Vladimir Majakovskij».

Pag. 5: «Ieri, 14 aprile, alle 10.15 del mattino, il poeta Vladimir Majakovskij si è tolto la vita nel proprio studio. Come ha riferito al nostro inviato l’inquirente I. Syrcov, le indagini preliminari dimostrano che il suicidio è stato causato da motivi di natura privata che nulla hanno a che vedere con l’attività pubblica e letteraria del poeta.
Prima del suicidio il poeta ha sofferto di una grave malattia, dalla quale non si era mai completamente ripreso».

idoipÈ il 14 aprile del 1930. In un istante tutta la scena sembra toccata dalla morte. Pare di udire ancora il silenzio totale in cui si spengono tutti i rumori della notte e Majakovskij è morto tanto che davanti a lui proviamo uno stupore che si fa sempre più intenso.
Giace su un fianco Majakovskij, il poeta gigante cantore della rivoluzione d’Ottobre. Ha la testa rivolta verso la parete, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che si è appena addormentato.
Ha lasciato una lettera di commiato. Ha scritto di non incolpare nessuno “e, per favore, niente pettegolezzi”.

Serena Vitale mette a confronto stralci di corrispondenza, memorie, disegni e fotografie indagando con delicatezza sulle ragioni e la dinamica del suicidio del poeta bardo del bolscevismo.
Non è la cronaca di un’inchiesta, ma molto di più. Le sue sono parole importanti che appassionano e ci fanno riscoprire un pezzo importante, fondamentale, della storia russa.

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Fabula, Adelphi 2015.

Il viaggio di Felicia

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.