Il viaggio di Felicia

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.

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Dimore vuote

Huguette ricordava che il padre proibiva alle figlie di correre nel salone principale, detto Salon Doré. Aveva acquistato quella sala, che aveva le dimensioni di una casa intera, e l’aveva fatta ricostruire lì, lungo la Quinta Strada e i prati alberati dì Central Park. Il Salon Doré era un trionfo di preziosi intagli e di pannelli di legno dorato fabbricati nel 1770 per un nobile francese vanaglorioso. W.A. aveva fatto venire da Parigi gli stravaganti pannelli che andarono a ricoprire le pareti, e ne aveva fatti riprodurre altri da aggiungere agli originali, giacché l’antica sala francese era quadrata e quella americana, più grande, era rettangolare. Ammobiliò poi il salone con un orologio proveniente dal salottino privato di Maria Antonietta. Durante la Rivoluzione francese, quando l’ex regina era, come si direbbe oggi, agli arresti domiciliari nel palazzo delle Tuileries di Parigi, quell’orologio dorato aveva scandito le ore prima che venisse imprigionata e giustiziata. Un secolo dopo, quel salone veniva riservato alle occasioni più eleganti. Le bambine Clark potevano giocare nella stanza adiacente, più piccola, e sedere sul tappeto persiano del petit salon.

DVDimore vuote è la storia della vita di Huguette Clark, che è stata recentemente agli onori della cronaca negli Stati Uniti a causa della battaglia legale sul suo straordinario patrimonio immobiliare.
Huguette Clark era la figlia di William Andrews Clark (1839-1925), uno degli uomini più ricchi d’America, tra i fondatori di Las Vegas, un uomo che ha fatto la sua fortuna principalmente con le miniere di rame, ma anche con le ferrovie e il mercato immobiliare.
Huguette, ha vissuto una vita di privilegio inimmaginabile, ma intorno al 1941, senza alcuna ragione apparente, si è ritirata a una vita solitaria evitando il pubblico.

Dimore vuote è uno sguardo all’interno della follia e della ricchezza. Dall’ascesa del padre di Huguette al rapporto con la madre che volle crescerla in una villa con 121 camere, fino alle sue infermiere private, a cui donò più di trenta milioni di dollari tra contanti e beni immobili.
È la storia di una donna che possedeva case per 300 milioni di dollari, ma che le lasciò sfitte. Una donna che morirà a 104 anni, nel 2011, avendo trascorso gli ultimi venti in un ospedale e dopo essere guarita si rifiuterà di tornare in una delle sue tante (ma vuote) dimore.

Mettendo assieme diverse fotografie, aneddoti dolorosi e testimonianze indiscrete, gli autori hanno ricostruito un inconsueto collage che non solo racconta “l’ultimo ricco della Golden age americana”, ma ricorda in modo molto ben riuscito tre generazioni di storia del Novecento americano.

Bill Dedman-Paul Clark Newell, Dimore vuote, traduzione di Maddalena Togliani, collana Bloom, Neri Pozza 2015.

Curzio

Il paesaggio di Lipari era selvaggio e bello. In certe giornate, dalla finestra della sua stanza Curzio riusciva a scorgere con chiarezza le coste della Calabria protese verso la Sicilia, la rupe di Scilla e la gobba di Cariddi, ma le emozioni che ne ricavava non lo eccitavano. Nello stato d’animo in cui si trovava, delle bellezze naturali non gli importava niente. Era arrivato a odiare la natura, che nell’isola sembrava amplificare i suoi aspri incantesimi e raddoppiava il carico dei suoi venti. Tramontana e Greco entravano in mare dai monti della Calabria in un modo strano: prima con un mormorio di foglie e poi con uno strepito di rami schiantati. I cosiddetti elementi naturali gli tormentavano in modo insopportabile i polmoni, che i gas respirati nella battaglia di Bligny contro le Sturmtruppen, nel ’18, avevano ridotto a una spugna marcia. Per quante settimane era stato obbligato a rimanere a letto, umiliato da una febbre umida che gli toglieva le forze?

cmCurzio Malaparte è personaggio complesso. Intellettuale d’intervento, in apparenza è tutto e il contrario di tutto e, come un camaleonte, ha portato ovunque il suo sarcasmo, il suo gusto del paradosso, la sua battuta indecente di atipico toscanaccio.
Si definiva un “arcitaliano” e faceva solo quello che più gli conveniva. E’ sempre stato al centro dell’itinerario culturale e letterario del nostro Paese, anche negli anni del ventennio e nel complicato periodo del dopoguerra.
E’ il raffinato scrittore, che l’Italia ha per certi versi dimenticato, soprattutto per ragioni politiche.
La storia raccontata in questo libro comincia quando Malaparte è al confino a Lipari (un luogo chiave nella sua biografia), condannato per aver cospirato contro il regime fascista. Vive in una casa affacciata sul porto di Marina Corta, lungo la salita San Giuseppe e si dedica soprattutto alla scrittura, all’amore per Flaminia e a Febo, un cane che ha salvato dalla vita randagia e che poi lascerà l’isola con lui.
Qui vede come un toro imprigionato, tradito da Mussolini e dal partito. Eppure è in questa prigionia (“dalla mia finestra vedo, azzurre in lontananza, l’alta rupe di Scilla e la gobba di Cariddi. il sole nasce dietro Scilla. ecco uno spunto di cui terrò nota: questo mio sole ironico che ogni mattina mi guarda stringendo l’occhio, di dietro la rupe di Scilla…”) che sperimenterà l’autentica libertà di pensiero e di espressione.
“M’è caro ormai l’esilio, mi son care ormai quest’alte rupi e queste rive gialle di zolfo e di ginestre…”

Osvaldo Guerrieri, Curzio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Cardellini della pioggia

Quella donna perde crepuscoli
e albe
come si perde un fiume nella sete.

La gazzella passò veloce e se qualcosa di lei rimane
è un’immagine che il tempo scolora.
La fragilità avanza inesorabile come una sentenza
per queste ossa di cristallo che sorreggono
l’ombra
di essere che fu e declina.
Effimera fu la vita dei gigli blu e la grazia audace
e ondulante
dei suoi lunghi capelli.

Come sono lontani il cortile del suo regno
e l’acqua che coronò la sua risata
nel prurito della sua carne
sul grembo dell’erba.

Dolcezza che più non torna.

 

cslpSono versi poderosi e allo stesso tempo esili e delicati. Immagini chiare di pensieri e di ferite, paesaggi interiori che destano nel lettore una profonda risonanza emotiva.
Carmen Yáñez viene “da una tana di sogni” e “prende sul serio un mestiere sciocco” sviluppando (come “delirio sull’orlo dell’abisso/ che finge davanti alla luce”) riflessioni importanti, testi innervati da brucianti intuizioni esistenziali ed etiche in cui contenuto e forma appaiono inscindibili.
Il suo è un itinerario altamente significativo che merita di essere conosciuto, letto e riletto. Un itinerario speciale in grado di frugarti dentro come una memoria forte come “quercia, legno massiccio”, come “ceppi accesi che crepitano nel fuoco del camino”…

Carmen Yáñez, Cardellini della pioggia, traduzione di Roberta Bovaia, Quaderni della Fenice, Guanda 2015.

Massa e potere

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

mepMassa e potere è il libro ossessione di Elias Canetti. Un libro difficilmente classificabile riconosciuto tra i capolavori letterari del Novecento che è, insieme, testimonianza e narrazione storica, studio sociologico e saggio antropologico.
Canetti inizia a scriverlo a vent’anni, nel 1925, e lo conclude nel 1960.
Vuole afferrare il Novecento alla gola raccontandolo nei suoi eccessi, tentando di capire di quali sono e come si manifestano le costanti del potere sulla vita umana Pensa che scriverne non è solo raccontarne le terribili e assurde violenze e sostituisce la storia con il mito perché per lui la storia è un luogo di morte in cui si esplicitano tutti i rituali del potere.
Massa e potere esprimono un dualismo profondo, lo stesso dualismo che si può trovare tra vita e morte: da una parte la massa, cioè la molteplicità, la metamorfosi, la vita e, dall’altra, il potere, cioè l’unità, l’identità, la morte.
L’analisi di Canetti parte da una descrizione della massa e del potere nel mondo animale. Scrive del mondo animale, ma intende smascherare l’individuo e la sua supposta umanità, vuole privarlo della sua razionalità mettendo in luce similitudini tra uomini e animali.
I totalitarismi per lui sono solo uno degli effetti di quel feroce processo di settorializzazione delle attività e di specializzazione ossessiva che la modernità cerca di raggiungere: quel processo di burocratizzazione che colloca l’uomo in un ruolo freddo e vuoto, riducendolo a una macchina specializzata in un compito. Una macchina formale e abulica rinchiusa in catena di montaggio e (purtroppo) di comando.
Con la sua scrittura rovescerà almeno due secoli della cultura occidentale – volti a valorizzare l’individuo, l’individualità, la sua autonomia – a favore di un aspetto che l’Occidente ha da sempre svalutato come fenomeno involutivo e folle: la massa.

Elias Canetti, Massa e potere, traduzione di Furio Jesi, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

A proposito di Čechov

A proposito di ČechovSembra il tentativo incompiuto di una biografia, ma anche un saggio letterario. È più verosimilmente una raccolta di ricordi scritta da uno scrittore che incontra un’altro scrittore più vecchio di dieci anni. La storia di un’amicizia rara e profonda che commuove.
È un libro unico nel suo genere, questo A proposito di Čechov. Un libro-specchio che ci restituisce l’immagine di due scrittori-fratelli, uniti da straordinarie affinità elettive. Un libro importante e complesso in cui Čechov, pagina dopo pagina, appare ogni volta diverso nella sua dimensione quotidiana e in cui Bunin inconsciamente ci svela, tra le righe, i tratti della sua personalità, le sue angosce di scrittore e le sue paure nei confronti della vita e della morte.
“Continuo a credere che nonostante il posto di primo piano che già occupava in letteratura, Čechov non si rendesse conto del proprio valore… Negli ultimi tempi sognava spesso a voce alta: «Mi piacerebbe essere un vagabondo, un pellegrino in visita ai luoghi santi, fermarmi in un monastero tra i boschi, una sera d’estate, in riva a un lago, sedermi su una panchina accanto all’ingresso…». ”
Leggere queste pagine invoglia alla scoperta di due tra i più grandi nomi della letteratura russa e fa capire come la letteratura sia vita nel segno del puro spirito, sia farsi personaggio tra i personaggi.

Ivan Bunin, A proposito di Čechov, traduzione di Claudia Zonghetti, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Il filo d’oro

scrittIn un certo senso, questo libro di Ewan Clayton, è una grande storia della pratica artigianale della parola scritta. Un’idea d’altri tempi che però ci può aiutare a vedere il mondo della cultura in un modo differente e nuovo.
Il nostro rapporto con la parola scritta è in realtà molto giovane.
La scrittura è diventata un’esperienza condivisa solo nell’ultimo secolo. Tuttavia è proprio negli ultimi decenni che i giovani hanno sviluppato una loro autonoma cultura della grafica. La scrittura a mano con la sua raffinatezza unica può avere davanti a sé un futuro luminoso, può continuare a vivere, magari trasformandosi.
Chi leggerà questo splendido libro capirà in che modo la scrittura è arrivata a essere ciò che è. Scoprirà forme di arte e cultura, oltre a un vasto e importante campo della storia culturale ricco di spunti. Si renderà pian piano conto che la qualità artigianale della scrittura a mano e della tipografia possono davvero essere per tutti noi una sorta di rivelazione salvifica.

Ewan Clayton, Il filo d’oro, traduzione di Benedetta Antonelli D’Ouix, Bollati Boringhieri 2014.