Il (vasto e articolato) pensiero femminista

Appartenere al sesso femminile, nascere donne piuttosto che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione di inferiorità, oppressione e svantaggio“, constatava Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice inglese, alla fine del Settecento.
Nata all’interno della svolta illuministica dell’Occidente, la complessa vicenda di movimento e di pensiero che (per brevità) chiamiamo oggi femminismo inizia da questo problema e cresce per più di due secoli, andando a incrociare la storia politica dell’Occidente stesso (se non del pianeta) e tutte le discipline del sapere.
Il pensiero femminista ha oltrepassato il secondo secolo di vita ed è vasto e articolato quanto i saperi e le politiche della modernità. Già chiamarlo femminista, riunendo sotto un unico termine posizioni diverse e addirittura conflittuali, rappresenta un problema. Attualmente (ovvero al culmine di una fase che ha visto il pensiero femminista espandersi come elaborazione teorica che adotta gli stili più raffinati e specialistici del dibattito filosofico contemporaneo) questo dilemma è ancora più evidente. Basti pensare alle difficoltà del linguaggio che caratterizzano le varie posizioni.
Nel femminismo inglese, per esempio, è comunemente adottata la distinzione tra sex e gender. Il termine sesso indica il fenomeno biologico della differenza tra uomini e donne; genere indica invece la costruzione culturale che definisce l’uomo e la donna, ossia il maschile e il femminile.
Nel pensiero femminista italiano domina invece l’espressione differenza sessuale, che proviene dalla lingua francese di Luce Irigaray (filosofa e psicoanalista vicina al movimento delle donne) e indica sia il dato biologico che l’ordine simbolico, sia il corpo che il suo immaginario, sottintendendo alla loro inscindibilità.
Ciò che è vero per ogni interprete di una teoria è quindi soprattutto vero per la teoria femminista. Presentare, discutere, interpretare il pensiero femminista da un punto di vista “oggettivo” prendendone le distanze è dunque praticamente impossibile.

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Un’idea nella testa di chi scrive

Si può davvero dipingere un quadro con le parole secondo Ray Bradbury.
Intervistato da Sam Weller (The Art of Fiction No. 203, the Paris Review), Ray Bradbury dice che le idee lo entusiasmano e non appena è preso da una qualche strana idea di scrittura l’adrenalina comincia a tormentarlo.
La fantascienza è un’idea che c’è nella testa di chi scrive, dice. Un’idea che prima di essere messa su carta ancora non esiste. Un’idea che presto potrà cambiare tutto per tutti e nulla sarà più come prima.
Non appena si ha un’idea che può cambiare anche una piccola parte del mondo si scrive di fantascienza. Infatti la fantascienza è l’arte del possibile, mai dell’impossibile.
I libri di fantascienza possono ispirare i bambini a diventare scienziati o ingegneri, oppure semplicemente ispirarli a fare qualcosa di interessante con le loro vite. Perché è una lettura che può aiutarli a liberare l’immaginazione e può ispirare sogni positivi di progresso o di avventura.