Archive for the ‘Raccontini sperimentali’ Category

Tacchini

7 novembre 2011

Avevo nostalgia di quando ero piccolo, prima che prendessimo i tacchini. Avevamo le mucche allora, e vendevamo il latte al caseificio. Un allevamento di tacchini non è nemmeno lontanamente gradevole come una stalla di vacche da latte o di pecore. Si vede subito che i tacchini sono avviati al destino sicuro di carcasse congelate e carne da tavola. Non fanno neppure finta di avere una vita loro, quel pigro idillio tipico di bovini e suini a zonzo nel prato a chiazze. Le rimesse dei tacchini sono edifici pratici e lunghi: baracche di lamiera. Niente travi né fieno né tiepide stalle. Perfino l’odore del guano sembra più lieve e offensivo del tipico afrore di letame da stalla. Neanche l’ombra di covoni di fieno e staccionate, cinguettii di uccelli e biancospini in fiore. I tacchini venivano semplicemente messi fuori in un unico lungo prato di cui facevano piazza pulita a beccate. Non sembravano affatto dei grandi uccelli, ma panni da bucato svolazzanti.

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Dalla terrazza in cima

31 ottobre 2011

Il sole era alto, nel cielo non c’era nemmeno una nuvola e mentre camminavo avevo fatto caso a un sentiero di sassi sopra di me che portava in cima a una collina, verso una cerchia di case in pietra che formavano un muro di sbarramento simile a una postazione difensiva. Pensai lì per lì di salire e vedere da vicino quella specie di roccaforte.
Appena incontrai le prime case mi accorsi che, a un’estremità della scarpata, dominava la contrada una chiesa.
Da lì si poteva vedere il campanile a base quadrata, ma una volta risalito il sentiero che portava alle case più vecchie ci si trovava di fronte un panorama ben diverso. I quattro angoli della chiesa erano costellati da torri massicce dai muri spessi, ognuna rifinita in alto da un terrazzo piatto. Ogni torre era perforata da tre ordini di anguste feritoie e spioncini. Una chiesa fortificata, evidentemente, era la sola forma di difesa che si poteva costruire da queste parti ai primi del ‘700 senza suscitare il sospetto delle autorità.
Mi arrampicai su per l’erta fino a un mucchio disordinato di case in rovina. A confronto dell’aria decadente di gran parte della vecchia contrada, la chiesa era ancora in un eccellente stato di conservazione. Una serie di fabbricati annessi era crollata e mancava del tetto, ma l’edificio principale era ancora intatto.
Entrai a dare un’occhiata. All’interno, la chiesa era ancora in uso. Lanterne e lampioncini ornavano a festone l’arco del coro, e le mura erano piene di immagini sacre.
Non appena mi sedetti in fondo, una donna molto anziana entrò facendosi il segno della croce. Arrivò all’altare e baciò una statua di legno, poi sfiorò una croce dipinta sul muro dell’abside e andò a inginocchiarsi in uno dei primi banchi.
Poco dopo salii su per una scala a chiocciola in una delle torri.
Dalla terrazza in cima si poteva gettare lo sguardo per chilometri e chilometri sulle colline e valli circostanti, sui pendii che scendevano scoscesi dalla base delle torri. Uno spettacolo inatteso, sorprendentemente diverso.

Il massimo della libertà

27 maggio 2011

Proprio sul ciglio del dirupo qualcosa di colpo adombrò il parabrezza. Sterzai bruscamente fermandomi ai margini dell’asfalto e poi capii. Era uno di quei “matti” che aveva appena spiccato il volo col suo deltaplano.
Il gigantesco aquilone delineò lenti cerchi nell’aria sui tetti della contrada di Santi situata trecento metri più in basso, poi fece una lunga ascesa a spirale fino a ottocento metri sopra il paese di San Zeno. Allungato sotto la vela il pilota tratteggiò un grande otto, poi volteggiò in discesa e passò qualche metro sopra le teste dei suoi due amici che mi stavano accanto gridando: «Fantastico lì sopra, però ha perso il vento!» Ad ogni circonvoluzione il deltaplano veniva giù un pochino fino al momento in cui lo vidi soltanto da sopra: ormai del pilota si vedevano solo i piedi sotto la bianca tela gonfia, simile a un’ala di gabbiano.
«Che spettacolo», dissi ai due ragazzi accanto a me.
Uno di loro assentì con la testa. «Credo sia il migliore dei modi di volare. Meglio di un volo di linea! Nessuna fusoliera, nessun vetro, nessuna copertura. Il massimo della libertà!»
Dalle pendici del monte Rotella gli amici del pilota scesero a fondo valle con l’auto e io, senza un perché, li seguii con la macchina attraversando il paese fino a un grande prato dove il moderno Icaro impattò atterrando a balzi e saltelli. Mi era parso il goffo atterraggio di un comico uccello stordito. Corremmo tutti verso di lui che se la stava ridendo di gusto.
Il pilota con fare concitato sollevò il deltaplano portandolo fuori dal campo. I ragazzi mi dissero che era un modello Relax 16 con pinna stabilizzatrice e montanti profilati. Un’ala dalle ottime prestazioni, leggero e facile da pilotare. I soli strumenti di volo erano un altimetro e un variometro.
«Daniele, hai visto la poiana sopra di te?» gli chiese l’amico.
«No, non l’ho vista, ma l’ho sentita eccome. Di solito si tengono dal lato cieco fino a quando non ti vengono addosso di brutto. Per fortuna oggi è andata liscia». L’altro ragazzo, che chiamavano Gippi, chiese informazioni sul vento. «Non male, ma non ce l’ho fatta a trovare una termica costante.»
Gippi aggiunse: «Si sa che il vento è sempre il peggior nemico per chi vola.»
«Nemico e amico allo stesso tempo», mi spiegò Daniele. «Il nostro guaio inevitabile. Le correnti ascensionali ti portano in alto in un attimo, ma ci mettono niente a tradirti.»
«Come ti è venuta questa passione?» chiesi a Daniele.
«Vedendo un tipo volare alla televisione. Subito ho sentito che dovevo provarci: a una fiera del settore ho comprato un deltaplano e poi mi sono buttato da una collina.»
«Quella lassù?» gli chiesi indicando il dirupo da cui era appena calato come uno pterodattilo. Scoppiarono tutti a ridere.
«Questo che ho appena fatto è un volo di terzo grado. Il quarto grado è il massimo: da paura», mi rispose Daniele. «Il mio primo volo è stato da una collinetta piuttosto bassa, era per provare, ma me la sono fatta quasi addosso dalla paura.»
«Come hai trovato il coraggio di fare il primo salto?»
Daniele scosse la testa. «Non lo so nemmeno io. Forse mi venivano in mente tutti quei soldi che avevo speso. Mi ricordo che me la facevo addosso. Però andò tutto benissimo fino all’atterraggio, quando falciai venti metri di prato. Allora planavo semplicemente: saltavo da una collina e scendevo giù a precipizio. Un buon volo durava venti secondi, ma spesso mi accontentavo di slittare e rimbalzare lungo i pendii. Invece quello che hai visto tu si chiama volare.»
Gippi mi indicò il cielo sopra di noi. «Quelle nuvolette indicano la presenza di correnti termiche ascensionali. Se imbrocchi il cumulo giusto puoi salire a vite fino alla stratosfera. Noi lo chiamiamo ‘andare in cielo’».
«Ditemi un po’», chiesi, «che succederebbe se prendessi un deltaplano e mi buttassi da quella collina con qualche minuto d’istruzione soltanto?»
«Giù dal Rotella?» Daniele alzò le spalle. «Potresti cavartela se riuscissi a seguire i tuoi istinti naturali, ma è quasi certo che cadresti giù come un sasso. Da lassù a qui ci sono circa mille metri d’altezza: è più o meno come buttarsi dal terrazzo panoramico di un grattacielo americano.»
«Secondo me non riusciresti a cavartela nelle virate», osservò Gippi. «Alla prima virata andresti in stallo, e sarebbe la fine. Ci vuole tempo per imparare a cambiar direzione.»
«Per avere un’idea più precisa», disse Daniele, «tieni conto che io sono stato il primo a buttarsi dal Rotella, e che prima di provarci ho volato due anni. Da lassù il lancio deve essere quasi perfetto.»
«Il mio primo vero volo è finito in un lago», disse Gippi. «Fortunatamente, data la mia inesperienza, era forse il posto più adatto per atterrare. Ricordo che i primi due anni mi schiantavo continuamente: vertebre contuse, caviglie slogate. Ma negli ultimi quattro anni non ho più avuto incidenti.»
«Il problema», disse Daniele «è che a queste altezze ci sono dei venti fortissimi. Una volta sgroppato il deltaplano per seimila piedi fin sulla cima, che è a quota dodicimila, bisogna sperare che lassù ci sia vento, ma non troppo. Quando saprò di avere il cinquanta per cento di probabilità favorevoli, tenterò. Controlla i giornali: vivo o morto.»
«Il primo salto dal Rotella dev’esser stato agghiacciante…»
«Peggiore della prima planata. L’aria di montagna è irregolare, molto più irregolare di quella vicino al mare. Avevo letto che bisogna avere una certa velocità per affrontare le turbolenze: quindi sapevo che era indispensabile prendere un bello slancio e non solo lanciarsi nel vuoto. A lungo sono rimasto fermo lassù, preparandomi spiritualmente a qualsiasi eventualità. Poi ho giurato a me stesso di correre il più veloce possibile. Volare non è come andare in moto: quando si vola, più si è veloci più si è sicuri. Ogni nozione reperibile sul volo planato – e allora non c’era granché – l’avevo studiata, e contavo di ricordarmela in caso di necessità. Giù sulla strada vedevo la gente che guardava in attesa del salto: se andava buca avevo il pubblico assicurato. In fin dei conti, è meglio morire in una frittata spettacolare.»
«Noi odiamo gli spettatori», disse Gippi.
«A un certo punto ho preso la rincorsa e mi sono buttato. In aria il mio cuore ha avuto modo di riposarsi: non batteva più, si era fermato completamente. Ogni parte del corpo mi urlava: ‘Come hai potuto farci questo?’»
«Tecnologicamente l’attrezzatura a quei tempi era molto rozza. La planata aveva un rapporto di tre a uno: tre piedi di volo orizzontale per ogni piede in verticale, sempre che il pilota sapesse cavarsela perfettamente. Quei deltaplani erano pietroni volanti.»
«Questo che vedi», disse Daniele, «ha un rapporto di dieci a uno. Per chiunque dieci anni fa star su un ora era un impresa. Oggi il tempo di volo dipende più dal vento e dai bicipiti che dall’apparecchio.»
«A che altezza si può arrivare?»
«Nessuno ancora lo sa. Un pilota è arrivato a diecimila piedi, ma quando la termica è infida si vien giù a cento piedi al minuto.Con una corrente ascensionale lunga e stabile, chissà dove si può arrivare. lo ho cavalcato una colonna bollente fino a duemila metri sopra il Grappa. »
«A duemila metri da terra appeso a un pezzo di dacron? Senza paracadute?»
«Oltre i cento piedi, da qualunque altezza si cada non fa differenza. Il paracadute, salvo un modello in commercio da poco, pesa molto ed è troppo ingombrante. Io comunque non intendo comprarlo perché vorrei provarlo subito e non ho mai fatto paracadutismo.»
«I deltaplani non sono così fragili come sembra», precisò Gippi. «Sopportano sei G, cioè sei volte l’accelerazione di gravità, mentre un Boeing 747 ne sopporta solo tre. E’ chiaro che il calcolo è in proporzione al peso…»
L’amico di Gippi tornò a casa e Daniele, smontato il deltaplano, legò sul suo furgone il relativo involto di venti piedi. Poi mi disse: «Dai, vieni con noi in paese.»
Gippi roteò gli occhi: «E’ il momento di festeggiare l’impresa.»

Un’occhiata veloce

26 maggio 2011

Era una cittadina tipica di quella provincia: ordinata, tranquilla, dove non accadeva mai nulla di importante. Imboccai Via Roma, che attraversava il centro abitato da un capo all’altro e parcheggiai la Dyane vicino all’Hotel Edelweiss. Sull’altro lato della strada c’era un giornalaio, la cui vetrina fungeva da bacheca per gli annunci economici locali, appiccicati ai vetri con lo scotch.
Non riuscii a resistere al fascino di quello spaccato sociale. A Plavis, messaggi del genere avrebbero pubblicizzato posti liberi negli appartamenti in condivisione. Requisiti: senso dello humour, non fumatori, alla mano. Oppure computer praticamente nuovi di cui ci si doveva disfare e gattini alla ricerca di case senza cani. Qui, invece, gli annunci offrivano decespugliatori in surplus, sci da fondo usati, soprattutto bidoni aspiratutto. L’Hotel Edelweiss cercava camerieri e cameriere e richiedeva di presentarsi «solo se volenterosi». Un biglietto sconsolato chiedeva notizie di Miki, «gatto bianco senza coda», sparito di casa dieci giorni prima, la cui scomparsa aveva provocato nei suoi padroni «angoscia, abbattimento, sconforto».
Entrai nell’edicola. Una donna in là con gli anni, con i capelli raccolti sulla nuca, sbucò da una porta scostando una tenda. In sottofondo, da un punto imprecisato, si sentiva una musica a basso volume. Brahms, riconobbi…