Archive for the ‘Recensioni’ Category

Paesaggi, regni, montagne, isole, persone…

7 luglio 2016

paesaggi

Ci sono paesaggi in cui nulla è rimasto immutato fuorché le nuvole. Paesaggi che ricordano storie, che le suggeriscono. Paesaggi dell’anima misteriosi e invisibili in cui si nascondono emozioni che danno un senso alla vita.
Forze irresistibili e inattese. Luoghi pervasi dalla ritmicità del movimento rotatorio della terra.
Paesaggi, regni, montagne, isole, persone…
La nostra identità è il nostro paesaggio, la nostra natura viva con alberi, il nostro modo di vedere e incontrare il mondo, la nostra capacità (o incapacità) di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e di cambiarlo.

Fratello Kemal

1 aprile 2014

Marieke aveva sedici anni e secondo sua madre era «piena di talento, colta, politicamente impegnata, curiosa, con un notevole senso dell’umorismo… insomma, una ragazza fantastica, davvero intelligente, capisce? Non una scioperata, o una che passa il tempo davanti allo schermo di un computer, schifata dalla vita, ed esce solo per fare shopping. Tutt’altro: ‘è rappresentante di classe, ha la tessera di Greenpeace, dipinge benissimo, si interessa di arte moderna, suona il pianoforte e gioca a tennis… o almeno ci giocava…»
La madre abbassò un momento gli occhi e con le unghie laccate di rosso si scostò dalla fronte una ciocca di capelli biondi.
«Sono cose che succedono, no? Due anni fa ha cominciato ad avere anche altri interessi. Marieke è stata quel che si dice una ragazza precoce. A quattordici anni ha avuto il suo primo ragazzo. Jack o Jeff, qualcosa del genere, un americano, figlio di diplomatici, un anno avanti a lei a scuola. Presto pero e arrivato un altro ragazzo, e poi un altro ancora. Marieke è diventata un vero schianto, sa cosa intendo».

JakobAUna detective story divertente con dialoghi taglienti e una trama ben costruita. La prosa concisa, efficace ed acuta. Un piacere per chi legge.
Lui, Arjouni, è passato a miglior vita, ma è stato e forse è ancora uno dei pochi narratori tedeschi con il dono anglosassone dell’eleganza e della leggerezza arguta.
Colpisce il suo modo di scrivere sempre originale e stravagante. Una scrittura fantasiosa che viene utilizzata anche per sollevare alcune questioni (davvero preoccupanti) a proposito di certi atteggiamenti verso le minoranze o sulla distribuzione ineguale della giustizia all’interno della società.
Fratello Kemal è il quinto libro della serie targata Kemal Kayankaya (una figura innovativa di investigatore nella storia della letteratura poliziesca europea) ed è l’ultima opera di Arjouni.

Jakob Arjouni, Fratello Kemal, traduzione di Gina Maneri, Marcos y Marcos, 2014.

Quella solitudine immensa di amarti solo io

31 ottobre 2013

Quella solitudineQuella solitudine immensa di amarti solo io, il nuovo romanzo di Paolo Pizzato, concentra nel titolo felice, cooptato da un verso di Solinas,  il significato di una tensione che avviluppa tutta la vicenda: niente è più furioso e lacerante che ritrovarsi immersi in una normalità assoluta, fino al limite della banalità quotidiana, e contemporaneamente sentirsi interiormente distanti, inadeguati, impauriti persino da ciò che ci dovrebbe soccorrere, sorretti soltanto dalla fiducia in un amore totale per il proprio, la propria partner. “Il ragazzo” (non ha neppure diritto ad un nome proprio, per marcare l’impersonalità di un’esistenza in bilico) ed Emma sono i protagonisti di questa storia attualissima e a suo modo paradigmatica: cosa ci può essere che va storto in una coppia che si ama teneramente, che ha una casa dignitosa, un lavoro dignitoso, eccetera? La nascita di un figlio desiderato può essere causa scatenante di un dissidio interiore? L’intuizione di Pizzato è proprio questa e la risposta imprevedibile è: sì!

Per questa coppia giovane che si ama davvero – come si direbbe – alla follia,  dopo il parto del piccolo Cristiano inizia una tragedia sommessa, in cui l’urlo di paura risulta attutito come dalle pareti imbottite nello studio di uno psichiatra. Il ragazzo, in apparenza simpatico e disinvolto, è atterrito da un senso cosmico di inadeguatezza, dall’incapacità di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi futuro e non tanto o non solo per le insidie malevole che potranno venire, ma per ciò che quotidianamente accade: non si sente neppure pronto e vive con malcelato terrore il nuovo ruolo di  padre. La sua disponibilità e l’affetto nei confronti della sua compagna e del piccolo sono massimi, ma nei momenti che contano Emma avverte l’assenza di un vero uomo che la possa sostenere: al fianco ha appunto un ragazzo che l’adora ricambiato, che fa tutto per bene comprese le piccole incombenze domestiche, ma in cui riconosce una fragilità esasperante. Lui è addirittura sfuggente, vorrebbe riavvolgere il tempo per non affrontare responsabilità troppo pesanti per la sua anima delicatamente patologica.

Stupisce in questa narrazione volutamente rallentata, che a tratti assume la meticolosa descrizione quasi ottocentesca dei particolari, del paesaggio, degli oggetti, dei gesti, l’improvviso irrompere dell’angoscia che è fatta di niente, di fantasmi impalpabili e perciò più spaventosi. Emma risulta un personaggio estremamente credibile e volitivo: lei soffre fisicamente nel suo ruolo caparbio di madre, prima nel dolore del parto, poi nel momento dell’allattamento; anche l’atto sublime e naturale di alimentare il proprio piccolo è reso eroico dalla sofferenza per un seno escoriato che sanguina.

Emma ed il suo ragazzo sarebbero destinati irrimediabilmente a veder franare una relazione così problematica, se non fosse che un amore potentissimo e lirico si pone come anestetico a sanare, almeno provvisoriamente, qualsiasi riconosciuta debolezza reciproca. Questa giovane coppia borghese rappresenta molto bene la liquidità delle relazioni in un mondo iperprotettivo, dove le contraddizioni qui esplodono malgrado la mancanza di problemi materiali (per capirci quelli delle generazioni passate dove si stava concentrati a trovare soluzioni utili a sbarcare il lunario),  e dunque l’irrequietezza e l’inquietudine si scaricano dal subconscio sulla componente psicologica e proprio per questo espone la coppia, come spesso accade di questi tempi, al rischio di altrettanto temibili fallimenti personali.

A volute lente si rivela una competizione difficile: Emma soffre della presenza di una madre invadente, la bonaria inconsistenza di un padre con essa schierato, che la fanno sentire costantemente immatura. Emma cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla affettuosa, ma ingombrante tutela. Invece Il  ragazzo, nella sua estrema solitudine incompresa, evoca il bisogno di una madre, purtroppo morta, forse altrettanto possessiva, ma che lui sente ancora presente come un’ancora spirituale e con cui, nei momenti difficili si relaziona in una sorta di dialogo impossibile.

Questa prova artisticamente riuscita di Pizzato ha il merito notevole di aver rappresentato nella normalità l’imprevedibile irrompere dell’angoscia esistenziale, e proprio nel contesto dove meno te lo aspetteresti: la gioia per una nuova nascita. Con mano leggera ha tratteggiato i personaggi, riuscendo ad evitare che assumessero, nel paradosso continuo del proprio vivere, atteggiamenti caricaturali magari involontari. Usa con capacità una lingua per nulla scarna, ad arricchire di piacevolezza la storia che avvince, senza trucchi e colpi di scena, con rigorosa coerenza e momenti esaltanti dove l’amore è davvero, finalmente, amore allo stato puro.

(Roberto Masiero)

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo-Meligrana, 2013.

Sinbad torna a casa

4 maggio 2013

… il marinaio si fermò e rimase a contemplare, con tenerezza, quel caro, giovane viso avvolto nei tiepidi veli dell’alba. La fanciulla, che dormiva accanto alla madre, dovette percepire lo sguardo di Sindbad, giacché mandò un sospiro e affondò la testa tra i cuscini. Ma la donna, come la selvaggina quando avverte un fruscio tra i cespugli, si svegliò di colpo. Si mise seduta, fissò con gli occhi sbarrati Sindbad, che se ne stava fermo con la testa inclinata da un lato, e saltò giù dal letto come se avesse visto un fantasma.
«Caro Sindbad» sussurrò con voce ardente infilandosi la vestaglia e precipitandosi davanti alla pettiniera per aggiustarsi con qualche gesto frettoloso, come se la casa stesse andando in fiamme, le ciocche spettinate ancora calde di sonno. «Ieri ci hanno staccato la corrente».
«Ci penso io» mormorò Sindbad, conscio delle proprie colpe. « In città conosco un tizio con cui una volta sono andato alla festa della maialatura nell’Oltredanubio».
«Dobbiamo procurarci del denaro» disse sottovoce la donna accostandosi a Sindbad e posandogli le mani sulle spalle. «Zsóka ha bisogno di un vestito da mettersi per gli esami. E poi c’è la fattura dell’elettricità da saldare. Già ieri ci siamo fatte portare il pranzo da Medve, il caffettiere, e il signor Mókus, il giovane oste, ci ha prestato un po’ di grasso e di cipolle per la cena. In casa non ci sono soldi, Sindbad. A Obuda non fanno credito».
«E’ il destino degli scrittori. La patria è indifferente. Ma so io che cosa fare» ripeté ostinatamente il marinaio, turbato. «Oggi tornerò a casa presto. Può aspettarmi per le otto, mia cara. Zsóka avrà il suo vestito, e pagheremo anche la luce. Ma intanto parli un po’ con il signor Medve a proposito del pranzo. Ora che il giovane Medve non solo gestisce la caffetteria, ma si accinge anche a calcare il palcoscenico, per lui è senz’altro importante coltivare i rapporti con la stampa. Ho sentito dire che di recente ha fatto un provino al teatro Kisfaludy, qui vicino, cantando un pezzo da Szibill… Si faccia prestare anche una candela, perché non mi piace cenare al buio».
«Cenerà qui a casa!» esclamò sommessamente la donna, con quella singolare voce soffocata con cui solo le donne che molto sopportano sono capaci di esclamare, silenziose e padrone di sé. «Farò dei cavoli ripieni. Porterò anche del vino dalla cantina di Mókus. Ma mi prometta che tornerà a casa presto, e che per strada non si fermerà a bere da nessuna parte».
A questa richiesta, Sindbad si mise a riflettere con la testa china da un lato. Non gli piacevano le promesse avventate.
Un tempo aveva mentito alle donne con facilità, spesso e volentieri. Il più delle volte aveva promesso loro che le avrebbe portate da Gárdonyi, suo buon amico, a Eger, dove poi avrebbero ballato la csárdás nella locanda, dopo mezzanotte, quando ormai se ne erano andati a dormire anche i commessi viaggiatori di oggetti sacri e solo i più giovani tra i canonici si avventuravano nelle sale del Korona, tra le correnti d’aria notturne. Le donne, creature totalmente ignare di faccende letterarie, prestavano fede a Sindbad quando raccontava che dopo mezzanotte l’eremita di Eger era solito ballare la csárdás in onore di Sindbad, e la maggior parte di loro non sapeva neppure che l’autore di L’uomo invisibile già da parecchio tempo era morto e se ne stava là in cima alla collina cinta dalle mura del castello di Eger, sotto le stelle eterne, immerso nei suoi sogni tristi e misteriosi. La credula ignoranza delle donne divertiva Sindbad.

sinbadcop2Apparso per la prima volta nel 1940, Sinbad torna a casa di Sándor Márai è il narratore Gyula Krúdy, antieroe leggendario della bohème di Budapest ai primi del Novecento e famoso autore di novelle e romanzi.
Per Márai è un maestro, uno scrittore diverso, inconsueto e straordinario di un’epoca che non c’è più. Il narratore meraviglioso ed emozionante di un’altra Ungheria, il dandy anarchico e borghese da ricordare. L’artista immenso la cui opera è sopravvissuta alla morte apparente. “Il lettore ungherese, che aveva un gusto ancora guastato dalla broda del realismo socialista, sorseggiava questa beve da diversa – l’opera di Sinbad -, ed era come se avesse scoperto, in una bottiglia avvolta da una ragnatela (così è intitolata una delle sue raccolte di racconti), un nobile liquore, che accende il sangue.”

Sándor Márai, Sinbad torna a casa, traduzione di Marinella D’Alessandro, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.

La luna…

17 ottobre 2012

E, dopo diciotto anni, rispunta anche La luna

Appartamento ad Atene

21 settembre 2012

Il capitano, come precauzione igienica, insistette per avere il bagno e lo stanzino del water per sé. «Voi greci avete tutti qualche malattia venerea» spiegò. Dal momento che dovevano comunque risparmiare sull’acqua calda, e non potevano permettersi il sapone, il fatto di avere a disposizione solo l’acquaio non peggiorò di molto la situazione; ma dover scendere ogni volta in cortile per raggiungere la latrina comune era duro, specialmente per la signora Helianos che soffriva di cuore.
La notte, durante i mesi invernali, faceva spesso troppo freddo perché il capitano potesse alzarsi per andare in bagno – le infreddature erano la sua maledizione -, e in quei casi suonava il campanello perché gli portassero un pitale; e li faceva aspettare mentre lo usava. A Helianos piaceva pensare di essere lui a rispondere invariabilmente a quel richiamo, ma era un po’ sordo, e spesso sua moglie si alzava senza disturbarlo per poi lagnarsene il mattino dopo. Non seppero mai se Kalter, nella sua qualità di tedesco altolocato, fosse abituato a quel genere di intimo servizio, o se provasse semplicemente gusto a scomodarli e umiliarli. Non scherzava mai e non diceva mai battute, ma a volte sembrava che gli occhi azzurri gli brillassero.
Vi potrà sembrare strano che provvedere a se stessi e a quell’unico ospite potesse tenerli occupati da mane a sera, snervandoli oltre ogni dire, ma così era. La spesa era responsabilità di Helianos, che vi dedicava tutta la mattina; e a volte, quando nei mercati del circondario c’erano solo cose immangiabili o lunghe code, anche parte del pomeriggio. Il carbone per la cucina bisognava andare a comprarlo piuttosto lontano, ora in piccole quantità, ora tutto il rifornimento settimanale in una volta; nello stesso giorno potevano essere necessari parecchi viaggi, con l’aiuto di Alex. A causa della malattia della moglie, a Helianos toccavano anche i lavori pesanti. Si erano rassegnati alla sporcizia dei loro abiti, ma il capitano si faceva lavare e stirare le camicie e la biancheria. La signora Helianos non faceva che cucire e rammendare, e man mano che il corredo familiare diventava sempre più consunto il lavoro aumentava e diventava sempre più difficile.

Best-seller nel 1945, Appartamento ad Atene colpisce per la prosa cristallina e il simbolismo vivido.
E’ la storia di una famiglia greca costretta a condividere la propria casa con un ufficiale tedesco durante la seconda guerra mondiale.
Glenway Wescott mette in scena un dramma intenso e claustrofobico con una trama degna di una vera tragedia greca.
La brutalità della guerra si svolge tutta nei dialoghi, nelle emozioni e negli stati d’animo che emergono dai piccoli dettagli di ogni monologo interiore o conversazione.

Wescott (1901-1987) è un autore oggetto di crescente interesse negli ultimi anni. Anche se raramente letto oggi, il suo contributo alla letteratura americana è stato significativo.
Wescott ha sviluppato vasti legami con la comunità americana espatriata in Francia in cui ha vissuto negli anni ’20 e ’30. Ernest Hemingway e Gertrude Stein hanno profondamente influenzato il suo lavoro e il suo stile di vita. Lui e il suo compagno di vita, Monroe Wheeler, sono diventati in seguito figure centrali nelle comunità artistiche e gay della New York negli anni ’50 e ’60.


Glenway Wescott

Appartamento ad Atene
(traduzione di Giulio Arborio Mella)
Adelphi
2012

Cinquanta sfumature di nero

10 settembre 2012

Ana aveva chiesto a Christian di mostrarle il suo lato più oscuro, perché voleva condividere tutto di lui: lei lo amava, voleva capirlo fino in fondo, pensava di poter fare qualunque cosa per lui. Ma poi era scappata via spaventata, ferita, soprattutto, dalla constatazione di non poter essere lei quello di cui lui aveva bisogno. Ora è il fascinoso Mr. Gray a voler tentare qualche passo verso di lei pur di non perderla e per farlo è disposto a rinunciare a qualcuna delle sue sfumature più oscure. Così il rapporto tra la dolce Ana e il suo bel principe oscuro sta svoltando decisamente da storiella hard a favoletta rosa, quando d’improvviso alcuni spettri tornano dal passato e non hanno alcuna voglia di scomparire. Riusciranno i due giovani a vivere felici il loro amore e a difenderlo da invidie, paure, vendette e incertezze?

Chi l’avrebbe detto che il bel Christian, oltre ad una collezione notevole di scudisci, frustini e corde, avesse anche un cuore sepolto sotto le sue paure e che si sarebbe perdutamente innamorato di Miss “Oh!” Ana Steel?  La nostra sospiratrice compulsiva, degna di prendere il posto del pastorello “meravigliato” del presepe, a sua volta, ha scoperto di gradire non poco buona parte delle pratiche amorose del suo uomo e le continue elucubrazioni mentali sulla sua inadeguatezza appaiono a questo punto davvero insensate. Ecco allora la necessità di un tentativo di rinvigorimento del plot con una piccola nota che vorrebbe essere thriller, per la verità con scarsi risultati. La realtà è che la storia, già piatta, in questo secondo episodio della trilogia di Cinquanta sfumature si trascina ancora più noiosa e ripetitiva, priva anche della curiosità trainante che il primo si portava dietro, e le scene di sesso sempre uguali, diradate rispetto al primo romanzo, stancano abbastanza. Insomma, essersi addormentata nel bel mezzo di una di queste performance, copiate l’una da l’altra persino nelle parole, m’è parso davvero sorprendente ed indicativo! Ci si chiede allora se i dati, soprattutto inglesi, che parlano di aumento di frequenza nell’attività sessuale da parte dei lettori delle avventure di Ana e Christian, nonché di incremento del 100% nelle vendite di giocattoli vari e “Attrezzature complete per il bondage” (parola di titolare di sexy shop londinese) siano reali o inventati per continuare l’enorme battage pubblicitario che si è accompagnato alla trilogia dell’estate. Pare che anche in Italia il 25% delle donne non disdegnino, ad oggi, di farvi ricorso e successo crescente riscuotono le vendite porta a porta di commesse viaggiatrici con il loro catalogo di oltre 600 articoli, frustini, scudisci e palette sculacciatrici (!!) compresi. Dovremmo forse dar ragione ad una profonda pensatrice come Daniela Santanchè che, a proposito del successo di Cinquanta sfumature ha detto:” C’è tanta voglia di vivere fino in fondo, oltre il muro di ipocrisie e convenzioni” ? Al di là delle cifre più o meno reali e delle riflessioni più o meno profonde, è un dato di fatto aver letto commenti di lettrici entusiaste del tipo: “Se l’ha fatto Anastasia (nota della scrivente: una delle protagoniste più sciocche ed amorfe degli ultimi tempi!) perché non provare?”

Tornando al romanzo, dopo aver detto che ha una trama più inconsistente del precedente; che scorre, questo sì, ma perché è scontato e banale (anche nella scrittura) fino a raggiungere “sfumature di comico” del tutto involontarie che finiscono per trucidare qualunque accenno di erotismo; che ogni tentativo di svolte gialle o di introspezioni psicologiche (terribilmente sconclusionate) non hanno alcun esito; che la perversione all’acqua di rose (o per bimbeminkia – come ha scritto qualche ragazza -) ha già annoiato: che dire di più? Forse questo. Che, se vogliamo trarne una riflessione pseudo-seria, concludiamo che in questo secondo romanzo la favola del principe e la cenerentola si è cambiata  nella megafavola di chi si racconta che è possibile cambiare un uomo (ma anche una donna eh!). Che, se invece vogliamo mantenere il tono che questa trilogia suggerisce, allora ci chiediamo: ma come è uno “sguardo brucia-mutandine”? E, soprattutto, è davvero così erotico Christian ammiccante che afferma “Si possono fare parecchie cose con una molletta da bucato”? Donne, vi prego, rispondete!

(di Alessandra Farinola)