Archive for the ‘Recensioni’ Category

È difficile rimanere onesti in politica

7 aprile 2018

Sempre a proposito di lettere… ecco una lettera di parecchi anni fa ancora attuale.

Quando ero giovane, io ebbi un’esperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica, non appena fossi divenuto padrone di me stesso. Ora mi avvenne che questo capitasse allora alla città: il governo, attaccato da molti, passò in altre mani, e cinquantun cittadini divennero i reggitori dello stato. Undici furono posti a capo del centro urbano, dieci a capo del Pireo, tutti con l’incarico di sovraintendere al mercato e di occuparsi dell’amministrazione, e, sopra costoro, trenta magistrati con pieni poteri. Tra costoro erano alcuni miei familiari e conoscenti, che subito mi invitarono a prender parte alla vita pubblica, come ad attività degna di me.
Io credevo veramente (e non c’è niente di strano, giovane come ero) che avrebbero purificata la città dall’ingiustizia traendola a un viver giusto, e perciò stavo ad osservare attentamente che cosa avrebbero fatto.
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Le parole adatte

6 aprile 2018

La lettera di Abraham Lincoln all’insegnante di suo figlio scritta il suo primo giorno di scuola.

Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere.
Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto c’è un capo pieno di dedizione.
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Paesaggi, regni, montagne, isole, persone…

7 luglio 2016

paesaggi

Ci sono paesaggi in cui nulla è rimasto immutato fuorché le nuvole. Paesaggi che ricordano storie, che le suggeriscono. Paesaggi dell’anima misteriosi e invisibili in cui si nascondono emozioni che danno un senso alla vita.
Forze irresistibili e inattese. Luoghi pervasi dalla ritmicità del movimento rotatorio della terra.
Paesaggi, regni, montagne, isole, persone…
La nostra identità è il nostro paesaggio, la nostra natura viva con alberi, il nostro modo di vedere e incontrare il mondo, la nostra capacità (o incapacità) di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e di cambiarlo.

Fratello Kemal

1 aprile 2014

Marieke aveva sedici anni e secondo sua madre era «piena di talento, colta, politicamente impegnata, curiosa, con un notevole senso dell’umorismo… insomma, una ragazza fantastica, davvero intelligente, capisce? Non una scioperata, o una che passa il tempo davanti allo schermo di un computer, schifata dalla vita, ed esce solo per fare shopping. Tutt’altro: ‘è rappresentante di classe, ha la tessera di Greenpeace, dipinge benissimo, si interessa di arte moderna, suona il pianoforte e gioca a tennis… o almeno ci giocava…»
La madre abbassò un momento gli occhi e con le unghie laccate di rosso si scostò dalla fronte una ciocca di capelli biondi.
«Sono cose che succedono, no? Due anni fa ha cominciato ad avere anche altri interessi. Marieke è stata quel che si dice una ragazza precoce. A quattordici anni ha avuto il suo primo ragazzo. Jack o Jeff, qualcosa del genere, un americano, figlio di diplomatici, un anno avanti a lei a scuola. Presto pero e arrivato un altro ragazzo, e poi un altro ancora. Marieke è diventata un vero schianto, sa cosa intendo».

JakobAUna detective story divertente con dialoghi taglienti e una trama ben costruita. La prosa concisa, efficace ed acuta. Un piacere per chi legge.
Lui, Arjouni, è passato a miglior vita, ma è stato e forse è ancora uno dei pochi narratori tedeschi con il dono anglosassone dell’eleganza e della leggerezza arguta.
Colpisce il suo modo di scrivere sempre originale e stravagante. Una scrittura fantasiosa che viene utilizzata anche per sollevare alcune questioni (davvero preoccupanti) a proposito di certi atteggiamenti verso le minoranze o sulla distribuzione ineguale della giustizia all’interno della società.
Fratello Kemal è il quinto libro della serie targata Kemal Kayankaya (una figura innovativa di investigatore nella storia della letteratura poliziesca europea) ed è l’ultima opera di Arjouni.

Jakob Arjouni, Fratello Kemal, traduzione di Gina Maneri, Marcos y Marcos, 2014.

Quella solitudine immensa di amarti solo io

31 ottobre 2013

Quella solitudineQuella solitudine immensa di amarti solo io, il nuovo romanzo di Paolo Pizzato, concentra nel titolo felice, cooptato da un verso di Solinas,  il significato di una tensione che avviluppa tutta la vicenda: niente è più furioso e lacerante che ritrovarsi immersi in una normalità assoluta, fino al limite della banalità quotidiana, e contemporaneamente sentirsi interiormente distanti, inadeguati, impauriti persino da ciò che ci dovrebbe soccorrere, sorretti soltanto dalla fiducia in un amore totale per il proprio, la propria partner. “Il ragazzo” (non ha neppure diritto ad un nome proprio, per marcare l’impersonalità di un’esistenza in bilico) ed Emma sono i protagonisti di questa storia attualissima e a suo modo paradigmatica: cosa ci può essere che va storto in una coppia che si ama teneramente, che ha una casa dignitosa, un lavoro dignitoso, eccetera? La nascita di un figlio desiderato può essere causa scatenante di un dissidio interiore? L’intuizione di Pizzato è proprio questa e la risposta imprevedibile è: sì!

Per questa coppia giovane che si ama davvero – come si direbbe – alla follia,  dopo il parto del piccolo Cristiano inizia una tragedia sommessa, in cui l’urlo di paura risulta attutito come dalle pareti imbottite nello studio di uno psichiatra. Il ragazzo, in apparenza simpatico e disinvolto, è atterrito da un senso cosmico di inadeguatezza, dall’incapacità di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi futuro e non tanto o non solo per le insidie malevole che potranno venire, ma per ciò che quotidianamente accade: non si sente neppure pronto e vive con malcelato terrore il nuovo ruolo di  padre. La sua disponibilità e l’affetto nei confronti della sua compagna e del piccolo sono massimi, ma nei momenti che contano Emma avverte l’assenza di un vero uomo che la possa sostenere: al fianco ha appunto un ragazzo che l’adora ricambiato, che fa tutto per bene comprese le piccole incombenze domestiche, ma in cui riconosce una fragilità esasperante. Lui è addirittura sfuggente, vorrebbe riavvolgere il tempo per non affrontare responsabilità troppo pesanti per la sua anima delicatamente patologica.

Stupisce in questa narrazione volutamente rallentata, che a tratti assume la meticolosa descrizione quasi ottocentesca dei particolari, del paesaggio, degli oggetti, dei gesti, l’improvviso irrompere dell’angoscia che è fatta di niente, di fantasmi impalpabili e perciò più spaventosi. Emma risulta un personaggio estremamente credibile e volitivo: lei soffre fisicamente nel suo ruolo caparbio di madre, prima nel dolore del parto, poi nel momento dell’allattamento; anche l’atto sublime e naturale di alimentare il proprio piccolo è reso eroico dalla sofferenza per un seno escoriato che sanguina.

Emma ed il suo ragazzo sarebbero destinati irrimediabilmente a veder franare una relazione così problematica, se non fosse che un amore potentissimo e lirico si pone come anestetico a sanare, almeno provvisoriamente, qualsiasi riconosciuta debolezza reciproca. Questa giovane coppia borghese rappresenta molto bene la liquidità delle relazioni in un mondo iperprotettivo, dove le contraddizioni qui esplodono malgrado la mancanza di problemi materiali (per capirci quelli delle generazioni passate dove si stava concentrati a trovare soluzioni utili a sbarcare il lunario),  e dunque l’irrequietezza e l’inquietudine si scaricano dal subconscio sulla componente psicologica e proprio per questo espone la coppia, come spesso accade di questi tempi, al rischio di altrettanto temibili fallimenti personali.

A volute lente si rivela una competizione difficile: Emma soffre della presenza di una madre invadente, la bonaria inconsistenza di un padre con essa schierato, che la fanno sentire costantemente immatura. Emma cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla affettuosa, ma ingombrante tutela. Invece Il  ragazzo, nella sua estrema solitudine incompresa, evoca il bisogno di una madre, purtroppo morta, forse altrettanto possessiva, ma che lui sente ancora presente come un’ancora spirituale e con cui, nei momenti difficili si relaziona in una sorta di dialogo impossibile.

Questa prova artisticamente riuscita di Pizzato ha il merito notevole di aver rappresentato nella normalità l’imprevedibile irrompere dell’angoscia esistenziale, e proprio nel contesto dove meno te lo aspetteresti: la gioia per una nuova nascita. Con mano leggera ha tratteggiato i personaggi, riuscendo ad evitare che assumessero, nel paradosso continuo del proprio vivere, atteggiamenti caricaturali magari involontari. Usa con capacità una lingua per nulla scarna, ad arricchire di piacevolezza la storia che avvince, senza trucchi e colpi di scena, con rigorosa coerenza e momenti esaltanti dove l’amore è davvero, finalmente, amore allo stato puro.

(Roberto Masiero)

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo-Meligrana, 2013.

Sinbad torna a casa

4 maggio 2013

… il marinaio si fermò e rimase a contemplare, con tenerezza, quel caro, giovane viso avvolto nei tiepidi veli dell’alba. La fanciulla, che dormiva accanto alla madre, dovette percepire lo sguardo di Sindbad, giacché mandò un sospiro e affondò la testa tra i cuscini. Ma la donna, come la selvaggina quando avverte un fruscio tra i cespugli, si svegliò di colpo. Si mise seduta, fissò con gli occhi sbarrati Sindbad, che se ne stava fermo con la testa inclinata da un lato, e saltò giù dal letto come se avesse visto un fantasma.
«Caro Sindbad» sussurrò con voce ardente infilandosi la vestaglia e precipitandosi davanti alla pettiniera per aggiustarsi con qualche gesto frettoloso, come se la casa stesse andando in fiamme, le ciocche spettinate ancora calde di sonno. «Ieri ci hanno staccato la corrente».
«Ci penso io» mormorò Sindbad, conscio delle proprie colpe. « In città conosco un tizio con cui una volta sono andato alla festa della maialatura nell’Oltredanubio».
«Dobbiamo procurarci del denaro» disse sottovoce la donna accostandosi a Sindbad e posandogli le mani sulle spalle. «Zsóka ha bisogno di un vestito da mettersi per gli esami. E poi c’è la fattura dell’elettricità da saldare. Già ieri ci siamo fatte portare il pranzo da Medve, il caffettiere, e il signor Mókus, il giovane oste, ci ha prestato un po’ di grasso e di cipolle per la cena. In casa non ci sono soldi, Sindbad. A Obuda non fanno credito».
«E’ il destino degli scrittori. La patria è indifferente. Ma so io che cosa fare» ripeté ostinatamente il marinaio, turbato. «Oggi tornerò a casa presto. Può aspettarmi per le otto, mia cara. Zsóka avrà il suo vestito, e pagheremo anche la luce. Ma intanto parli un po’ con il signor Medve a proposito del pranzo. Ora che il giovane Medve non solo gestisce la caffetteria, ma si accinge anche a calcare il palcoscenico, per lui è senz’altro importante coltivare i rapporti con la stampa. Ho sentito dire che di recente ha fatto un provino al teatro Kisfaludy, qui vicino, cantando un pezzo da Szibill… Si faccia prestare anche una candela, perché non mi piace cenare al buio».
«Cenerà qui a casa!» esclamò sommessamente la donna, con quella singolare voce soffocata con cui solo le donne che molto sopportano sono capaci di esclamare, silenziose e padrone di sé. «Farò dei cavoli ripieni. Porterò anche del vino dalla cantina di Mókus. Ma mi prometta che tornerà a casa presto, e che per strada non si fermerà a bere da nessuna parte».
A questa richiesta, Sindbad si mise a riflettere con la testa china da un lato. Non gli piacevano le promesse avventate.
Un tempo aveva mentito alle donne con facilità, spesso e volentieri. Il più delle volte aveva promesso loro che le avrebbe portate da Gárdonyi, suo buon amico, a Eger, dove poi avrebbero ballato la csárdás nella locanda, dopo mezzanotte, quando ormai se ne erano andati a dormire anche i commessi viaggiatori di oggetti sacri e solo i più giovani tra i canonici si avventuravano nelle sale del Korona, tra le correnti d’aria notturne. Le donne, creature totalmente ignare di faccende letterarie, prestavano fede a Sindbad quando raccontava che dopo mezzanotte l’eremita di Eger era solito ballare la csárdás in onore di Sindbad, e la maggior parte di loro non sapeva neppure che l’autore di L’uomo invisibile già da parecchio tempo era morto e se ne stava là in cima alla collina cinta dalle mura del castello di Eger, sotto le stelle eterne, immerso nei suoi sogni tristi e misteriosi. La credula ignoranza delle donne divertiva Sindbad.

sinbadcop2Apparso per la prima volta nel 1940, Sinbad torna a casa di Sándor Márai è il narratore Gyula Krúdy, antieroe leggendario della bohème di Budapest ai primi del Novecento e famoso autore di novelle e romanzi.
Per Márai è un maestro, uno scrittore diverso, inconsueto e straordinario di un’epoca che non c’è più. Il narratore meraviglioso ed emozionante di un’altra Ungheria, il dandy anarchico e borghese da ricordare. L’artista immenso la cui opera è sopravvissuta alla morte apparente. “Il lettore ungherese, che aveva un gusto ancora guastato dalla broda del realismo socialista, sorseggiava questa beve da diversa – l’opera di Sinbad -, ed era come se avesse scoperto, in una bottiglia avvolta da una ragnatela (così è intitolata una delle sue raccolte di racconti), un nobile liquore, che accende il sangue.”

Sándor Márai, Sinbad torna a casa, traduzione di Marinella D’Alessandro, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.

La luna…

17 ottobre 2012

E, dopo diciotto anni, rispunta anche La luna