Appartamento ad Atene

Il capitano, come precauzione igienica, insistette per avere il bagno e lo stanzino del water per sé. «Voi greci avete tutti qualche malattia venerea» spiegò. Dal momento che dovevano comunque risparmiare sull’acqua calda, e non potevano permettersi il sapone, il fatto di avere a disposizione solo l’acquaio non peggiorò di molto la situazione; ma dover scendere ogni volta in cortile per raggiungere la latrina comune era duro, specialmente per la signora Helianos che soffriva di cuore.
La notte, durante i mesi invernali, faceva spesso troppo freddo perché il capitano potesse alzarsi per andare in bagno – le infreddature erano la sua maledizione -, e in quei casi suonava il campanello perché gli portassero un pitale; e li faceva aspettare mentre lo usava. A Helianos piaceva pensare di essere lui a rispondere invariabilmente a quel richiamo, ma era un po’ sordo, e spesso sua moglie si alzava senza disturbarlo per poi lagnarsene il mattino dopo. Non seppero mai se Kalter, nella sua qualità di tedesco altolocato, fosse abituato a quel genere di intimo servizio, o se provasse semplicemente gusto a scomodarli e umiliarli. Non scherzava mai e non diceva mai battute, ma a volte sembrava che gli occhi azzurri gli brillassero.
Vi potrà sembrare strano che provvedere a se stessi e a quell’unico ospite potesse tenerli occupati da mane a sera, snervandoli oltre ogni dire, ma così era. La spesa era responsabilità di Helianos, che vi dedicava tutta la mattina; e a volte, quando nei mercati del circondario c’erano solo cose immangiabili o lunghe code, anche parte del pomeriggio. Il carbone per la cucina bisognava andare a comprarlo piuttosto lontano, ora in piccole quantità, ora tutto il rifornimento settimanale in una volta; nello stesso giorno potevano essere necessari parecchi viaggi, con l’aiuto di Alex. A causa della malattia della moglie, a Helianos toccavano anche i lavori pesanti. Si erano rassegnati alla sporcizia dei loro abiti, ma il capitano si faceva lavare e stirare le camicie e la biancheria. La signora Helianos non faceva che cucire e rammendare, e man mano che il corredo familiare diventava sempre più consunto il lavoro aumentava e diventava sempre più difficile.

Best-seller nel 1945, Appartamento ad Atene colpisce per la prosa cristallina e il simbolismo vivido.
E’ la storia di una famiglia greca costretta a condividere la propria casa con un ufficiale tedesco durante la seconda guerra mondiale.
Glenway Wescott mette in scena un dramma intenso e claustrofobico con una trama degna di una vera tragedia greca.
La brutalità della guerra si svolge tutta nei dialoghi, nelle emozioni e negli stati d’animo che emergono dai piccoli dettagli di ogni monologo interiore o conversazione.

Wescott (1901-1987) è un autore oggetto di crescente interesse negli ultimi anni. Anche se raramente letto oggi, il suo contributo alla letteratura americana è stato significativo.
Wescott ha sviluppato vasti legami con la comunità americana espatriata in Francia in cui ha vissuto negli anni ’20 e ’30. Ernest Hemingway e Gertrude Stein hanno profondamente influenzato il suo lavoro e il suo stile di vita. Lui e il suo compagno di vita, Monroe Wheeler, sono diventati in seguito figure centrali nelle comunità artistiche e gay della New York negli anni ’50 e ’60.


Glenway Wescott

Appartamento ad Atene
(traduzione di Giulio Arborio Mella)
Adelphi
2012

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Cinquanta sfumature di nero

Ana aveva chiesto a Christian di mostrarle il suo lato più oscuro, perché voleva condividere tutto di lui: lei lo amava, voleva capirlo fino in fondo, pensava di poter fare qualunque cosa per lui. Ma poi era scappata via spaventata, ferita, soprattutto, dalla constatazione di non poter essere lei quello di cui lui aveva bisogno. Ora è il fascinoso Mr. Gray a voler tentare qualche passo verso di lei pur di non perderla e per farlo è disposto a rinunciare a qualcuna delle sue sfumature più oscure. Così il rapporto tra la dolce Ana e il suo bel principe oscuro sta svoltando decisamente da storiella hard a favoletta rosa, quando d’improvviso alcuni spettri tornano dal passato e non hanno alcuna voglia di scomparire. Riusciranno i due giovani a vivere felici il loro amore e a difenderlo da invidie, paure, vendette e incertezze?

Chi l’avrebbe detto che il bel Christian, oltre ad una collezione notevole di scudisci, frustini e corde, avesse anche un cuore sepolto sotto le sue paure e che si sarebbe perdutamente innamorato di Miss “Oh!” Ana Steel?  La nostra sospiratrice compulsiva, degna di prendere il posto del pastorello “meravigliato” del presepe, a sua volta, ha scoperto di gradire non poco buona parte delle pratiche amorose del suo uomo e le continue elucubrazioni mentali sulla sua inadeguatezza appaiono a questo punto davvero insensate. Ecco allora la necessità di un tentativo di rinvigorimento del plot con una piccola nota che vorrebbe essere thriller, per la verità con scarsi risultati. La realtà è che la storia, già piatta, in questo secondo episodio della trilogia di Cinquanta sfumature si trascina ancora più noiosa e ripetitiva, priva anche della curiosità trainante che il primo si portava dietro, e le scene di sesso sempre uguali, diradate rispetto al primo romanzo, stancano abbastanza. Insomma, essersi addormentata nel bel mezzo di una di queste performance, copiate l’una da l’altra persino nelle parole, m’è parso davvero sorprendente ed indicativo! Ci si chiede allora se i dati, soprattutto inglesi, che parlano di aumento di frequenza nell’attività sessuale da parte dei lettori delle avventure di Ana e Christian, nonché di incremento del 100% nelle vendite di giocattoli vari e “Attrezzature complete per il bondage” (parola di titolare di sexy shop londinese) siano reali o inventati per continuare l’enorme battage pubblicitario che si è accompagnato alla trilogia dell’estate. Pare che anche in Italia il 25% delle donne non disdegnino, ad oggi, di farvi ricorso e successo crescente riscuotono le vendite porta a porta di commesse viaggiatrici con il loro catalogo di oltre 600 articoli, frustini, scudisci e palette sculacciatrici (!!) compresi. Dovremmo forse dar ragione ad una profonda pensatrice come Daniela Santanchè che, a proposito del successo di Cinquanta sfumature ha detto:” C’è tanta voglia di vivere fino in fondo, oltre il muro di ipocrisie e convenzioni” ? Al di là delle cifre più o meno reali e delle riflessioni più o meno profonde, è un dato di fatto aver letto commenti di lettrici entusiaste del tipo: “Se l’ha fatto Anastasia (nota della scrivente: una delle protagoniste più sciocche ed amorfe degli ultimi tempi!) perché non provare?”

Tornando al romanzo, dopo aver detto che ha una trama più inconsistente del precedente; che scorre, questo sì, ma perché è scontato e banale (anche nella scrittura) fino a raggiungere “sfumature di comico” del tutto involontarie che finiscono per trucidare qualunque accenno di erotismo; che ogni tentativo di svolte gialle o di introspezioni psicologiche (terribilmente sconclusionate) non hanno alcun esito; che la perversione all’acqua di rose (o per bimbeminkia – come ha scritto qualche ragazza -) ha già annoiato: che dire di più? Forse questo. Che, se vogliamo trarne una riflessione pseudo-seria, concludiamo che in questo secondo romanzo la favola del principe e la cenerentola si è cambiata  nella megafavola di chi si racconta che è possibile cambiare un uomo (ma anche una donna eh!). Che, se invece vogliamo mantenere il tono che questa trilogia suggerisce, allora ci chiediamo: ma come è uno “sguardo brucia-mutandine”? E, soprattutto, è davvero così erotico Christian ammiccante che afferma “Si possono fare parecchie cose con una molletta da bucato”? Donne, vi prego, rispondete!

(di Alessandra Farinola)

Eufonia o la città musicale

Sicilia, 2344. Il compositore Xilef ha dovuto lasciare la sua amata Mina, cantante danese, per svolgere un incarico per conto del governo di Eufonia. Eufonia è la città ideale, perfettamente organizzata per celebrare l’arte suprema, ovvero la Musica. “Eufonia è una cittadina di dodicimila anime che sorge sulle pendici dell’Hartz, in Germania. In realtà è un unico grande conservatorio di musica, perché la pratica di quell’arte è il solo fine dell’attività degli abitanti”.
Ma Mina è una giovane volubile ed ambiziosa, e Xilef un artista estremamente sensibile e passionale: la tragedia è imminente. Nemmeno la musica può bastare a sedare i tumulti di un’anima profondamente ferita.

Hector Berlioz (1803-1869)  fu un compositore che ebbe assai cara la musica descrittiva, come si evince dal suo capolavoro la Synphonie Fantastique, ricca di sfumature drammatiche potenti ed efficaci, nonché di novità estremamente ardite per l’epoca, tanto nella partitura che negli effetti sonori. Berlioz ebbe temperamento aggressivo e fu inquieto, audace ed eccessivo tanto come uomo che come artista. Noto come musicista, fu anche autore di scritti di una certa eleganza, come questo racconto incentrato sull’Utopia, cara a molti intellettuali di ogni tempo, della Città Ideale, in questo caso la Città della Musica, organizzata secondo un rigido regime militare. Si mostrò sempre assai critico nei confronti della musica e degli artisti, soprattutto contemporanei, e si scagliò sovente contro il melodramma italiano (in particolare contro Rossini) che trovava soprattutto banale e volgare. Anche in questo racconto il viaggio in Italia è per Xilef-Berlioz l’occasione per criticare assai aspramente gli italiani ed il loro pessimo gusto musicale, nonché per stigmatizzare i comportamenti volgari a teatro, in platea e dietro le quinte.
La storia è curiosamente ambientata nel futuro, quasi che Berlioz si augurasse davvero una futura realizzazione della magnifica utopia di Eufonia, ma il racconto è più che altro dedicato alla narrazione della sfortunata storia d’amore di Xilef e la sua Mina, donna leggera che non si fa problemi a “sostituirlo” con un artista famoso, amico del suo fidanzato. Berlioz amava intrecciare le sue vicende personali alle sue scritture, musicali o letterarie che fossero; anche in questo caso non fa eccezione. Nella sua vita turbolenta ebbe svariate e complicate avventure amorose e il comportamento di Mina ricalca quello che nei suoi confronti ebbe l’artista Camille Moke, la quale nel 1831 lo lasciò per un altro. È una specie di pastiche romantico, dunque, con curiose svolte horror-splatter, diremmo oggi, ma l’astio nei confronti degli italiani ci appare davvero eccessivo nei toni quanto negli argomenti; sarà per questo motivo, forse, che non si riesce ad essere troppo obiettivi nel giudicare questo piccolo romanzo una lettura, tutto sommato, superflua.

(di Alessandra Farinola)


Hector Berlioz

Eufonia o la città musicale
(traduzione di Roberta Ferrara)
Sellerio
1993

L’immagine della perfezione

Non credo che Dostoevskij abbia mai scritto un romanzo bello come I Demòni: Delitto e castigo e I fratelli Karamazov non raggiungono la sua perfezione; e non so quale altro romanzo dell’Ottocento porgli vicino – nemmeno Anna Karenina, che Dostoevskij amava tanto. La sovrana e vertiginosa architettura: l’intreccio romanzesco, che Dickens avrebbe invidiato: la leggiadra eleganza dell’inizio, e poi il furibondo diapason drammatico e grottesco, quella accelerazione progressiva del racconto, quella spirale ascendente, di cui parla Jacques Catteau, e infine la nuda tragedia senza commento: il rapporto tra i personaggi: i sublimi dialoghi filosofici, che in Europa hanno un solo precedente, quelli di Platone: la densità, a volte quasi impenetrabile, delle allusioni interne: il gioco dei punti di vista, più raffinato di quello di James: l’orchestrazione delle voci dei personaggi, di cui conosciamo il suono, il peso e il colore – non c’è aspetto dei Demòni che non incarni l’immagine della perfezione.

Pietro Citati

Una tela fatta di fili fragilissimi

Mario Rigoni Stern è nato in montagna, sull’Altipiano, quando l’inverno stava per cominciare.
Anche oggi come allora ad annunciare l’arrivo dell’inverno c’è lo scricciolo, il più piccolo degli uccelli europei, una sorta di batuffolo dal cuore grande che si avvicina discreto alle case degli uomini col suo richiamo lieve, ma chiaro come quello di un campanellino d’argento. Il suo nido è un vero e proprio capolavoro di ingegneria, una piccola sfera fatta di pareti compatte di muschio e di altri materiali vegetali, che viene posta anche nelle legnaie o in  sporgenze soprastanti il terreno.
Ricordare per Mario è un po’ sognare, è rivedersi con gli sci in spalla sui campi di gare dei balilla o in attesa della partenza per il fronte russo nel silenzio di quello strano e cupo inverno del ’42.
Ricordare è anche ripensare a certi inverni lontani come quello del ’44 quando la cosa più importante era dosare il sale, il tabacco e la grappa. Inverni in cui la polenta veniva preparata all’alba quando fuori era ancora buio e non si doveva far vedere oltre il bosco quel misero fumo che usciva dal camino.
D’inverno, quando il sole sorge, è il momento più freddo della giornata, ma è anche l’attimo in cui, grazie a questa nuova luce, tutta la natura riprende a vivere. E’ in questi frangenti che si comprende come, nella propria essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino in cui tutto è legato a tutto, le stagioni alla natura, la natura alle stagioni.

Stagioni è forse un piccolo grande viaggio verso un luogo migliore, dentro ai ritmi della natura in cui i ricordi si snodano come una partitura musicale scritta in un modo limpido e asciutto che non cede mai alla retorica dell’elegia, rievoca e insieme fa capire tutta la potente energia del vissuto. I grandi avvenimenti della Storia si collocano accanto alle tante minime vicende personali, in un largo movimento ritmato dal susseguirsi regolare delle stagioni.
Con accenti spesso poetici Rigoni Stern ci narra del suo lungo cammino parlandoci della vita in montagna, tra cataste di legna, mucchi di fieno, lepri danzanti, voli di grifone, passaggi di caprioli, famiglie di volpi dentro vecchie trincee e richiami amorosi di galli cedroni. Tutta una tela fatta di fili fragilissimi che emergono poco alla volta, con delicatezza e intensità allo stesso tempo.
In un mondo frettoloso, distratto e materialista come quello attuale, potrebbe tornare utile fermarsi qualche ora e leggere (o rileggere) questa sorta di messaggio nella bottiglia.

50 sfumature di grigio

Dopo aver sbancato le classifiche americane, prima in versione ebook (un caso clamoroso anche questo) e poi in cartacea (edito da Alfred Knopf!), arriva in Italia “il libro di cui tutte parlano” come recita la copertina del primo volume della trilogia di 50 sfumature della casalinga inglese – ma non a digiuno di televisione – nota ormai con lo pseudonimo di E.L. James. Per aggiudicarsi il primo dei tre romanzi, che ha venduto 10 milioni di copie in sei mesi, le case editrici si son date battaglia e per una cifra ragguardevole sono stati già venduti i diritti per la versione cinematografica. Il fenomeno  50 sfumature è cresciuto con una sorta di effetto valanga che ha provocato sit-in di protesta da parte di associazioni femministe, rifiuti di vendere la trilogia in Florida, polemiche infinite, mega dibattiti su giornali e televisioni anche qui da noi (con “esperti” che vanno dal sessuologo all’escort) dando spesso la curiosa impressione di discutere di qualcosa di assolutamente poco attinente alla storia, da parte di gente che il libro non l’ha nemmeno sfiorato. Di che si tratta? Cosa è davvero “il libro dell’estate”?

Lei, Anastasia Steel, Ana per gli amici, ha ventun anni, sta per laurearsi in Letteratura Inglese all’università di Vancouver e non ha mai incontrato qualcuno che le facesse battere il cuore. Lui, Christian Grey, ventisette anni, è un manager affermatissimo, ricchissimo e – manco a dirlo – bellissimo. Una casualità li fa incontrare nell’ufficio di lui e da subito la tensione erotica tra i due è fortissima. La scialba Ana non parrebbe proprio il tipo di Mr Grey, ma l’attrazione li porta, praticamente da subito, a cominciare una relazione. Una relazione, però, che necessita di un contratto da sottoscrivere, preparato addirittura da un avvocato. Le condizioni che la ragazza deve decidere se accettare o meno sono davvero… particolari. Quali segreti cela il misterioso Christian? E fino a che punto Anastasia è disposta ad arrivare per lui?

Metti l’intreccio più classico di una fiaba, che pure un bimbo con le carte di Propp l’imbastisce: una fanciulla ingenua e un po’ goffa, un principe ricco, bello e potente, un ostacolo di qualunque natura, un superamento (questa la definizione dei formalisti russi) e, auspicato, un finale tipo “vissero felici e contenti”.
Metti uno schema classico da romanzo rosa che dall’ingenuità di Colette e Delly, passando per Liala, approda agli Harlequin Mondadori (ovvero gli Harmony) per deliziare i momenti liberi delle “casalinghe disperate” tanto bisognose di sognare il baldo macho, in attesa che il coniuge con la tartaruga rovesciata sugli addominali torni dal lavoro per stravaccarsi sul divano in ciabatte.
Metti un uomo forte e tormentato e una donnina fragile ma coraggiosa con la solita sindrome da crocerossina, disposta a tutto per aiutarlo: una storia su tutte, il mitico “Io ti salverò” di Hitchcock del 1945.
Metti (cavolo! Siamo nel 2012!) una bella dose abbondante di sesso.

Ecco, la ricetta di un successo annunciato è pronta. E, visto che pure di sesso, quello che fa davvero la differenza, se ne trova ovunque in tutte le salse, cosa pensa la furba casalinga inglese ispirata, dice lei, dagli amori dei vampiri di Twilight (ma anche questa affermazione appare banale perché si tratta della storia di qualunque amore contrastato e impossibile, da quello fiabesco della Sirenetta – aridaje con Propp – a quello più nobile tra Romeo e Giulietta)?

Fa una ricerca su siti e blog di appassionati del BDSM e decide di reinterpretare la storiella banale di lui&lei alla luce del desiderio di pruderie e voyeurismo dilagante. Ma c’è un ma. La necessità della furba operazione studiata per il pubblico (che infatti è lo zoccolo duro delle fans) di donne sposate ultratrentenni, è quella di edulcorare ed annacquare vicende e linguaggio, nel tentativo di sdoganare pratiche di sesso estremo che, comunque, tutti vogliono sbirciare dalla serratura. Il risultato è una storia di fantasesso scritta in maniera molto, troppo semplice, con una trama inconsistente, personaggi privi di spessore e banalità sconcertanti e assolutamente poco credibili. La volgarità non è nelle scene di sesso, né così sconvolgenti né tanto meno capaci di creare attesa e tensione erotica, ma appunto nella banalità di un libro che ha dominato l’estate 2012, forte anche di un martellamento pubblicitario su tutti i media. L’intenzione di mescolare tensione erotica travolgente, sensazioni forti e amore romantico è miseramente fallita e non è bastato raffazzonare qualche nozione di BDSM che, basta una semplice ricerca su Google, non sembra avere davvero nulla in comune con i giochi di dominazione-sottomissione che costituiscono una pratica mentale estremamente raffinata che in molti suoi aspetti, addirittura,  spesso c’entra poco  col sesso vero e proprio e affonda le sue radici nell’antica arte giapponese della Karada (arte della legatura), approdata in seguito nel teatro Kabuki, per poi esser definito nel ‘900 in occidente Bondage. Insomma, non è che uno legge i titoli di un manuale di medicina e può dissertare di fisiopatologia! Considerato anche che Mrs Jones non è che poi queste ricerche le abbia così approfondite, dal momento che in conferenza stampa alla domanda se si fosse ispirata a Histoire d’O , ha affermato di non conoscere questo titolo. A dimostrazione, anche, che chi ha scomodato pure il Divin Marchese mi sa che ha decisamente sopravvalutato libro e autrice. La marea di stereotipi, di una superficialità spiazzante, oltre che di un linguaggio povero e ripetitivo, si è anche avvalsa di una traduzione imprecisa ed impropria che ha prodotto perle tipo la resa di vanilla sex, che in area anglosassone è usato per indicare il sesso tradizionale, con un poco efficace “sesso alla vaniglia”. Ne consegue che dibattiti assurdi sui massimi sistemi, che hanno finito per scomodare anche concetti complessi come la lacaniana affermazione che è il desiderio che ha generato la coscienza che l’uomo moderno ha di sé, appaiono davvero risibili. Va bene, è un libro che ha stravenduto e questo è comunque un dato di fatto e un merito, ma nient’altro. Leggiamoci pure la trilogia, dunque, se ci va, divertiamoci come se leggessimo una favola scema per adulti ma teniamo presente due delle cose più carine che sono state dette a riguardo: la definizione di un ragazzino inglese di dieci anni che l’ha indicato come “la lettura un po’ sporcacciona della mamma” e la recensione caustica della Lucarelli su Libero: “Sembra scritto a quattro mani da Federico Moccia e Melissa P., dopo aver bevuto quattro mojito”. E ridiamoci su.

(Alessandra Farinola)


E.L. James

50 sfumature di grigio
Trad. Teresa Albanese
Mondadori
2012

Jules Verne e il mistero della camera oscura

1855. Parigi vive il fermento della sua prima Esposizione Universale e quello per l’arrivo imminente della regina Vittoria in visita nella capitale. Non ancora trentenne, il futuro scrittore Jules Verne scrive commedie malpagate per il teatro, arrangiandosi come può per guadagnare di che sopravvivere. Per fortuna il suo amico Felix, famiglia influente alle spalle, gli ha procurato un lavoro per il Populaire, il giornale per il quale lui stesso scrive. L’atmosfera parigina è satura degli entusiasmi per gli afflati di modernità, a cominciare dall’urbanistica di Haussmann che celebra la grandeur della capitale, ma si compiace anche delle suggestioni del mesmerismo e dello spiritismo in generale. I due giovani, dunque, una sera si recano alla seduta spiritica di un famoso medium inglese, Will Gordon, che si esibisce nella suggestiva evocazione nientemeno che dello spirito di La Fontaine. L’intenzione è quella di tirarne fuori un gustoso articolo per il giornale del giorno dopo. Ma, pochi minuti dopo l’esibizione, Jules trova il medium riverso in terra con gli occhi trapassati da due proiettili. Accanto al cadavere uno strano coperchio metallico. Barcamenandosi nel rapporto con la Police Jules, forte delle sue intuizioni, comincia un’indagine personale che lo porterà anzitutto a scoprire che Gordon era in buona parte un impostore, ma anche ad imbattersi in altri cadaveri, uccisi con le stesse modalità del primo. E sempre c’è qualche elemento, sulla scena del delitto, che riporta all’invenzione del momento: la camera oscura. La gente di ogni classe sociale ne è entusiasta perché, come dice un fotografo:” L’immortalità per pochi soldi, chi non l’ha mai sognata?” Tra inquietanti scenari esoterici, macabre sottrazioni di cadavere, fughe rocambolesche, avvenenti prostitute e aspiranti attricette, tra le strade dal fascino eterno di Parigi e i suoi vicoli poveri e sporchi, lentamente Jules ricostruisce il mosaico che porterà alla soluzione delle vicenda.

Prevost, ricercatore e docente di storia a Parigi, ci regala con questa storia il suo terzo giallo storico pubblicato in Italia da Sellerio. Ogni volta l’ambientazione e il protagonista cambiano ma costante è l’attenzione alla ricostruzione storica capace di realizzare affreschi deliziosi e godibilissimi. Se infatti la trama di questo bel libro può risultare appena prevedibile, benché ben congegnata, è davvero piacevole godersi la descrizione della Parigi ottocentesca, dai boulevards ai bassifondi delle periferie. Simpatica l’idea di un giovane Verne alle prese col delitto, attento a cogliere d’intorno i suggerimenti che lo porteranno a scrivere i suoi romanzi più famosi: inevitabile il desiderio, che nasce nel lettore, di andarseli a riscoprire! Una lettura scorrevole, dunque, che pare un bel romanzo d’appendice d’altri tempi, non privo di un certo gradevole humor: per chi trova intriganti i giallisti francesi contemporanei, per chi ama i romanzi storici, per chi pensa che Parigi è sempre Parigi.

(Alessandra Farinola)


Guillaume Prévost

Jules Verne e il mistero della camera oscura
traduzione di Sabrina Leo e Elisa Musso
Sellerio
2005