Yoshe Kalb

La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia era in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi.
Rabbi Melech aveva molta fretta. In verità aveva sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la sua pancia, sulla quale le frange rituali facevano la curva come un grembiule sul pancione di una donna incinta, nonostante l’età e la mole, il Rabbi era straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti, colore della birra, sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiavano senza posa un grosso sigaro, ora acceso ora spento, Rabbi Melech era noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si era messo in testa una cosa, si agitava, gridava, minacciava, blandiva e si dava da fare finché non avesse raggiunto il suo scopo.

YKIsrael Joshua Singer (1893-1944) è il fratello maggiore del premio Nobel  Isaac Bashevis Singer (nato nel 1902). Ha scritto due grandi romanzi, due capolavori: I fratelli Ashkenazi e La famiglia Carnovsky.
È uno scrittore yiddish e ha uno stile di scrittura molto diverso da quello del fratello Isaac Bashevis. Si dice, addirittura, che la grande prolificità di Isaac sia sbocciata dopo la morte di Israel (avvenuta nel 1944 a New York , quando aveva solo cinquantun anni), come se prima fosse quasi impossibile per Isaac confrontarsi col talento di Israel.
Israel Joshua Singer è tra i cantori del movimento chassidico, una sorta di esistenzialismo ebraico nato in Polonia ai primi del ‘700, che si diffuse soprattutto nell’area dell’Europa orientale (Polonia, Unione Sovietica, Romania, Ungheria) grazie a Israel ben Eliezer, conosciuto con il nome di Bà’al Shem Tov, che significa Maestro del buon Nome, Maestro del Nome Divino.
Il Chassidismo affonda le sue radici nella Cabala e persegue un rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso. Nessuna sofferenza, nessuna solitudine: questa è la sostanza della vita chassidica nelle sue intenzioni primigenie.
Yoshe Kalb è un romanzo ambientato nella Galizia austriaca, una potente evocazione di un mondo che non c’è più, lo shtetl ebraico dell’Europa orientale, “in quel senso glorioso di trascendenza che la saggezza e i miracoli dei santi rabbi-santi avevano portato nei loro villaggi” (da F. Langer, Le nove porte. I segreti del chassidismo, Adelphi, Milano 1967). Un universo chiuso, claustrofobico e frenetico dai rigidissimi e complicati rituali.
Un mondo di cui IJ Singer ha una conoscenza dettagliata e sottile.
Colpisce molto e conquista il suo modo di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto di quest’epoca attraverso tutto un inconsueto brulicare di personaggi che provocano e affascinano allo stesso tempo.

I.J. Singer, Yoshe Kalb, traduzione di Bruno Fonzi, prefazione di Isaac B. Singer, gli Adelphi, Adelphi 2016.

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Il viaggio di Felicia

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.

Il ritorno di un re

Si ritiene comunemente che la fondazione del moderno Stato dell’Afghanistan, nel 1747, debba essere attribuita al nonno di Shah Shuja, Ahmad Shah Abdali. La sua famiglia, originaria di Multan nel Punjab, era per antica tradizione al servizio dei Moghul. Non era dunque del tutto fuori luogo che il suo potere gli derivasse in parte dall’e-norme forziere di gemme moghul che il razziatore persiano Nadir Shah aveva saccheggiato dal Forte Rosso di Delhi sessant’anni prima; Ahmad Shah se ne impossessò un’ora dopo l’assassinio di Nadir Shah.
Avendo messo quella fortuna al servizio della sua cavalleria, Ahmad Shah non perse mai neppure una battaglia, ma alla fine fu sconfitto da un nemico più implacabile di qualsiasi esercito. La sua faccia fu divorata da quella che le fonti afghane chiamano “un’ulcera cancrenosa” – forse lebbra, o un qualche tipo di tumore. All’apice del potere, quando, dopo otto spedizioni successive nelle pianure dell’India settentrionale, riuscì finalmente a schiacciare l’intera cavalleria dei maratha nella battaglia di Panipat del 1761, la malattia gli aveva già consumato il naso, e usava una protesi tempestata di diamanti. Mentre il suo esercito cresceva fino a diventare un’orda di centoventimila soldati e il suo impero si espandeva, il tumore faceva altrettanto, devastandogli il cervello, estendendosi al petto e alla gola, inabilitandogli le membra. Andò in cerca di cure nei santuari sufi, ma in nessun luogo trovò la guarigione cui anelava. Nel 1772, disperando di ristabilirsi, si mise a letto, e, nelle parole di uno storico afghano, “le foglie e i frutti della sua palma da dattero caddero al suolo, ed egli tornò lì donde era venuto”.

IRDRMalgrado la sua lunga storia, l’Afghanistan è stato solo per periodi molto brevi un’unità politica o amministrativa. Spesso è stato solo una terra di mezzo. Una contesa e frastagliata distesa di montagne, deserti e pianure alluvionali.
In altri tempi le sue province sono state belligeranti periferie di grandi rivali in guerra tra loro. Solo poche volte le sue diverse parti si sono riunite insieme come una specie di stato unitario. “Tutto aveva sempre cospirato contro la nascita di un tale Stato, a partire dalla geografia e dalla topografia della regione, e in particolar modo l’enorme scheletro roccioso dell’Hindu Kush, con la nera breccia delle sue chine aspre e speriate che si staglia contro il bianco delle cime innevate scolpite nel ghiaccio, dividendo in due il paese come le costole dì un’immensa gabbia toracica di pietra.”

Il ritorno di un re è un libro-viaggio dove la bellezza è a portata di mano, pronta ad offrirsi a chi la chiede e in cui le porte sono immense, intarsiate di pietre preziose, i castelli sono vasti come città, i padiglioni d’oro e d’argento, la ghiaia è di crisoliti, perle e giacinti.
Un viaggio-fiume in cui gli uomini sono come dei bambini, che assistono ad uno spettacolo di marionette. Un cammino-peregrinazione straniante che Dalrymple ci racconta in modo unico.

William Dalrymple, Il ritorno di un re, traduzione di Svevo D’Onofrio, L’oceano delle storie, Adelphi 2015.

L’avventuriera di Montecarlo

La casa cinematografica Prana ha invitato la stampa ad assistere ad alcune interessanti riprese di Nosferatu. Il film (scritto da Henrik Galeen, con musica di Hans Erdmann) si svolge sui monti Tatra e ha per tema una leggenda popolare —avvolta dal mistero, e di presunte origini rumene — sul sinistro personaggio di «Nosferatu», uno spettro dalle sembianze umane che si insinua nelle vite altrui. Eccoci di nuovo alle prese con uno di quei film carichi di mistero e molto in voga negli ultimi tempi. Per l’accuratezza della realizzazione, per l’amore dedicato da tutti i collaboratori a ogni dettaglio, Nosferatu si distingue però, beneficamente, dai prodotti in serie d’oggigiorno. Per la prima volta sembra qui risolto con facilità un problema tecnico del cinema: l’irruzione del mistero nell’aperta natura — e non solo in luoghi chiusi, fra scenografie stilizzate. Se davvero sia riuscita l’operazione di trarre dal fantastico più arbitrario i massimi risultati a cielo aperto, solo il film ultimato potrà naturalmente dimostrarlo. Le foto, da sole, non convincono a sufficienza, pur essendo molto promettenti.

JRLDMUna cinquantina di articoli, scritti tra il 1919 e il 1935, ricchi di eleganza e di ironia in cui Roth disserta in modo splendido su un Galateo con cine-illustrazioni, su l’Asso di danari inscenato dagli spettatori del Prater, su Karl Hau e la tragedia di Casa Hester. Ma anche sulla profonda tragicità di Rembrandt o sui cinque atti di Notti da incubo e le interessanti riprese di Nosferatu, ma anche su L’ultima risata di Carl Mayer, l’unico poeta del cinema tedesco che scrive film così come si compongono poesie, racconti e drammi.
Gli incontri che Roth fa sui vari set sono una sorta di bestiario classico (e attualissimo) con i caratteri ben definiti del genere. Straordinario leggere di manifesti che devono colpire (e non ferire) e suscitare curiosità contenendo tutto in forma concentrata e di americani che sanno ricostruire in modo perfettamente credibile giochi e mondi infantili (“gettano la loro infanzia nella luce famelica dei riflettori… si danno in pasto al Moloch degli studi cinematografici, e noi ci rallegriamo che appaiano così amabili sullo schermo e portiamo i nostri figli al cinema dimenticando come quei bambini che recitano abbiano forzato se stessi a essere bambini…”).

Joseph Roth, L’avventuriera di Montecarlo, traduzione di Leonardo Quaresima, Roberto Cazzola, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Dimore vuote

Huguette ricordava che il padre proibiva alle figlie di correre nel salone principale, detto Salon Doré. Aveva acquistato quella sala, che aveva le dimensioni di una casa intera, e l’aveva fatta ricostruire lì, lungo la Quinta Strada e i prati alberati dì Central Park. Il Salon Doré era un trionfo di preziosi intagli e di pannelli di legno dorato fabbricati nel 1770 per un nobile francese vanaglorioso. W.A. aveva fatto venire da Parigi gli stravaganti pannelli che andarono a ricoprire le pareti, e ne aveva fatti riprodurre altri da aggiungere agli originali, giacché l’antica sala francese era quadrata e quella americana, più grande, era rettangolare. Ammobiliò poi il salone con un orologio proveniente dal salottino privato di Maria Antonietta. Durante la Rivoluzione francese, quando l’ex regina era, come si direbbe oggi, agli arresti domiciliari nel palazzo delle Tuileries di Parigi, quell’orologio dorato aveva scandito le ore prima che venisse imprigionata e giustiziata. Un secolo dopo, quel salone veniva riservato alle occasioni più eleganti. Le bambine Clark potevano giocare nella stanza adiacente, più piccola, e sedere sul tappeto persiano del petit salon.

DVDimore vuote è la storia della vita di Huguette Clark, che è stata recentemente agli onori della cronaca negli Stati Uniti a causa della battaglia legale sul suo straordinario patrimonio immobiliare.
Huguette Clark era la figlia di William Andrews Clark (1839-1925), uno degli uomini più ricchi d’America, tra i fondatori di Las Vegas, un uomo che ha fatto la sua fortuna principalmente con le miniere di rame, ma anche con le ferrovie e il mercato immobiliare.
Huguette, ha vissuto una vita di privilegio inimmaginabile, ma intorno al 1941, senza alcuna ragione apparente, si è ritirata a una vita solitaria evitando il pubblico.

Dimore vuote è uno sguardo all’interno della follia e della ricchezza. Dall’ascesa del padre di Huguette al rapporto con la madre che volle crescerla in una villa con 121 camere, fino alle sue infermiere private, a cui donò più di trenta milioni di dollari tra contanti e beni immobili.
È la storia di una donna che possedeva case per 300 milioni di dollari, ma che le lasciò sfitte. Una donna che morirà a 104 anni, nel 2011, avendo trascorso gli ultimi venti in un ospedale e dopo essere guarita si rifiuterà di tornare in una delle sue tante (ma vuote) dimore.

Mettendo assieme diverse fotografie, aneddoti dolorosi e testimonianze indiscrete, gli autori hanno ricostruito un inconsueto collage che non solo racconta “l’ultimo ricco della Golden age americana”, ma ricorda in modo molto ben riuscito tre generazioni di storia del Novecento americano.

Bill Dedman-Paul Clark Newell, Dimore vuote, traduzione di Maddalena Togliani, collana Bloom, Neri Pozza 2015.

K.

All’inizio c’è un ponte di legno coperto dalla neve. Nebbia spessa. K. alza gli occhi «verso quello che in apparenza era il vuoto», in die scheinbare Leere. Alla lettera: «verso il vuoto apparente». K. sa che in quel vuoto c’è qualcosa: il Castello. Non l’ha mai visto prima, forse non vi metterà mai piede.

kafkaK. è un’intrigante e suggestiva interpretazione dell’opera di Franz Kafka, ma anche un’esplorazione ricca e senza precedenti nel mistero della sua scrittura. Una scrittura asciutta e fredda dal significato nascosto e perturbante che evoca il dramma dell’uomo contemporaneo.
La questione Kafka suscita ancora oggi sentimenti incerti e difficili da definire. Molte soluzioni sono state proposte, ma il mistero nella sua essenza resta tale.
Calasso cerca di entrare nel flusso e nel movimento tortuoso delle sue parole, nelle atmosfere sospese e nelle sue metafore. Forse per questo K. è un libro di notevole importanza letteraria. Non un libro qualsiasi.

Roberto Calasso, K., Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2014.

Fra i boschi e l’acqua

Forse avevo sostato sul ponte troppo a lungo. Sulle rive slovacca e ungherese si addensavano le ombre e il Danubio, pallido e veloce, lambiva le banchine dell’antica città di Esztergom, dove una ripida collina sollevava la Basilica dentro il crepuscolo. Poggiata sul suo anello di colonne, la grande cupola e i due campanili palladian, da cui partiva ora un rintocco più breve, sorvegliavano per molte leghe lo scenario che andava imbrunendo. D’improvviso, la banchina e l’erta che saliva oltre l’Arcivescovado erano deserte. Il posto di frontiera si trovava all’estremità del ponte, perciò mi affrettai a entrare in Ungheria: la gente che il Sabato Santo aveva radunato sulla riva del fiume era salita alla piazza della cattedrale, dove la trovai a passeggio sotto gli alberi, a conversare in piccoli gruppi nell’attesa. Sotto di noi digradavano i tetti, e poi foresta e fiume e palude correvano grigi incontro alle ultime tracce del tramonto.

fermor adelphiPatrick Leigh Fermor racconta la bellezza e l’emozione del viaggiare scrivendo di un periodo di cinque mesi nel 1934, di quando, diciannovenne, intraprende un viaggio (a piedi, a cavallo e in chiatta) fino a Istanbul attraverso l’Ungheria e la Transilvania.
Dorme a volte nei boschi e spesso in case signorili grazie a lettere di presentazione, incontra e osserva luoghi incontaminati in cui il ritmo della vita è cadenzato, armonioso, autentico. Vede cicogne ritte su una zampa tra i ramoscelli di vecchi nidi sui tetti di paglia e sui comignoli, antichi passatoi di pietre, pecore immerse fino al ventre in un mare di margherite, cupole sormontate da cuspidi gotiche, fitti boschi scoscesi, prati ondulati e biblioteche con migliaia di volumi e tutto l’armamentario del collezionista di insetti. I suoi soggiorni “beati e felici” in queste terre tranquille sono piacevoli da leggere come romanzi inglesi o russi del diciannovesimo secolo.

Fermor è uno straordinario compagno di viaggio. Non è legato a calendari o convenzioni e nella sua curiosità è implacabile. Fra i boschi e l’acqua è un piccolo grande classico della letteratura di viaggio.

Patrick Leigh Fermor, Fra i boschi e l’acqua. A piedi fino a Costantinopoli: dal Medio Danubio alle Porte di Ferro, traduzione di Adriana Bottini, Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2013.