Quando la scrittura accorcia le distanze

Mario Rigoni Stern è un narratore in grado di stupire. 
Lo leggo da diverso tempo, ma ogni volta che riprendo in mano un suo libro scopro, emozionandomi, nuovi aspetti e paesaggi della sua grande anima.
Da poco ho riletto Storia di Tönle intuendo quanto la sua scrittura accorcia le distanze, avvicina nella fragile condizione dell’essere. 
Protagonista di questo breve romanzo di notevole efficacia narrativa è Tönle Bintarn e non è un personaggio inventato. 
Rigoni Stern lo ricorda all’interno della premessa all’edizione del 1980 (collana Letture per la scuola media di Einaudi), quando scrive che “quella di Tönle è una storia vera, ricostruita nella realtà e nel tempo in cui si svolge.
Senza accorgermi me la portavo dentro da parecchio tempo, da quando cioè un mio amico manovale, nelle pause di riposo mentre mi costruivo la casa dove vivo, aveva raccontato della vita di suo nonno. Questa storia, poi, l’avevo arricchita con i ricordi che avevo sentito da mia madre, da altre persone e anche miei. Mi piaceva per il tempo storico degli avvenimenti, per il paesaggio (quello delle mie montagne), per la gente, per i luoghi dove aveva camminato e lavorato il mio personaggio; perché è vera, ma, più ancora, per Tönle: quest’uomo dallo spirito libero che osserva la vita e il mondo e le sue vicende correre via nel tempo quasi con staccata saggezza ma anche con tanta partecipazione.”
La vicenda è ambientata sull’Altopiano dei Sette Comuni, che il 21 ottobre 1866, assieme al Veneto, alla provincia di Mantova e al Friuli, fu annesso, dopo plebiscito, al Regno d’Italia. 
A seguito di un plebiscito mai capito, le montagne dei Sette Comuni conobbero i cambiamenti e l’evoluzione del progresso, seppure tra insicurezze, resistenze e ostacoli. 
Con l’inasprimento delle imposte prediali (che mai in precedenza erano state incassate), i dazi sui prodotti, il servizio militare obbligatorio e la permanenza dei reparti militari che regolarmente facevano le loro manovre, oltre alla Regia Finanza a reprimere ogni piccolo (e forse necessario) contrabbando, iniziò a manifestarsi quella crisi che tra il 1875 e il 1908 diede il via a un’intensa emigrazione.
La crisi della pastorizia e dell’artigianato, la vicinanza del confine, lo sviluppo industriale, economico e culturale della Mitteleuropa, la tradizione quasi millenaria di libertà e commerci erano tutti stimoli a cercare nuove opportunità di lavoro oltre le Alpi.
La partenza avveniva di solito con lo scioglimento delle nevi e, a piedi, con gli arnesi di lavoro dentro il sacco a spalla, gli abitanti dell’Altopiano si incamminavano verso la Prussia, la Boemia, l’Austria, l’Ungheria, la Westfalia. 
Tönle Bintarn è contadino, pastore, contrabbandiere per bisogno e, per eludere a una condanna per il ferimento di una guardia di Finanza, farà l’emigrante per tutta l’Europa austro-ungarica, arrangiandosi a fare a qualsiasi lavoro, ma sempre con la fiducia di tornare, vera e propria energia vitale che gli darà forza malgrado privazioni e stenti. 
Tönle è profondamente avvinto alla propria terra, al susseguirsi ciclico delle stagioni. La natura che si rinnova lo porta a vivere quasi in una dimensione temporale primordiale.
“I vecchi, guardando la cenere accumulata sul focolare e la poca legna nel deposito, dicevano: «Anche questo inverno è passato» e dopo il tramonto uscivano all’aperto per guardare i falò sui culmini del Moor e dello Spilleche: erano i fuochi che bruciavano l’inverno e indicavano il nord agli uccelli migratori.”
Non c’è nulla che lo fermi, niente in grado di fargli cambiare idea, perché lui vive solo in funzione di quella sua terra a mille metri di altezza. La sua forza è il ricordo, ma un ricordo straordinariamente vivo.
“La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. Il nocciolo dal quale era nato l’aveva posato lassù un tordo sassello tanti anni prima espellendolo in volo e l’umore di una primavera l’aveva fatto germogliare perché un suo avo, per difendere l’abitazione dalla pioggia e dalle nevi, aveva steso sopra la copertura altra paglia, sicché quella sotto era diventata humus e quasi zolla. Così il ciliegio era cresciuto.”
Rivedrà i suoi monti, sopporterà tutte le conseguenze della Grande Guerra e della Strafexspedition, di cui sarà vittima il suo Altopiano. Vedrà in quei suoi luoghi violati tutta la desolazione della distruzione e non proverà odio, ma solamente tristezza. E, come in una storia dove c’è sempre un inizio e una fine, Tönle si farà da parte comprendendo che per lui è arrivata, inesorabile, la stagione dell’addio.

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Frontiere d’Europa

Altenberg ascoltava affascinato e mentre lei macinava il caffè intuì nel suo viso il portamento dei cavalieri erranti di Sarmatia, vide le sopracciglia degli armeni, ma ben distanziate rispetto al naso; e quando Maša arrivò fin da lui, per porgergli la tazza e la zolletta emanò dalle scapole un profumo così buono che Max si rese conto di essere perduto, e che resistere era insensato, e lui che era un vecchio pesce di mare, improvvisamente sentì il richiamo forte del salmone verso le freddi sorgenti natie.
Quando uscì, in silenzio la farina stava cadendo lenta, turbinava sopra i tetti sfondati dalla guerra, sulle tombe, la fabbrica di birra ed i sui pini schierati sul pendio in alto verso la linea del fronte, e quando lei salutò sulla porta Max vide che in un attimo la neve le aveva ingrigito i lunghi capelli; in lei fiutò un impasto balcanico fatto di sangue e miele, di polvere e gelsomini, come le magnifiche donne descritte dal conte Potocki nei suoi lunghi viaggi in Asia Centrale tra i secoli diciotto e diciannove.
Scendendo al fiume poi si rese conto che Sarajevo era precipitata in un freddo di steppa siberiana e gli unici passanti nelle strade erano inquilini delle macerie che erravano abbaiando nella notte chiusi in branco per farsi compagnia. […]

Paolo Rumiz, da La cotogna di Istanbul.

Viaggiatore, scrittore e giornalista, Paolo Rumiz conosce molto bene le frontiere dell’Europa e ne ha scritto in misura notevole. I suoi libri di racconti sono davvero particolari, intensi.
Ha pubblicato Vento di terra, Maschere per un massacro, La linea dei mirtilli, Gerusalemme, L’Italia in seconda classe, La leggenda dei monti naviganti, La cotogna di Istanbul, Annibale.
Ha scritto la sua prima storia quando aveva ventun anni e ha poi lavorato per Il Piccolo di Trieste, seguendo da vicino la caduta del comunismo, la disgregazione della ex Jugoslavia e le guerre nei Balcani. “Aggrappata all’estremità settentrionale del Mar Mediterraneo, Trieste, la mia città, è un sismografo, una balaustra che si affaccia su orizzonti lontani.”
In una recente intervista a Le Figaro dice di ricordarsi bene “le facce dei poliziotti comunisti alla frontiera e le donne jugoslave provenienti dalle campagne che portavano le loro brocche di latte sulla testa.” Per i suoi genitori, dice, il confine era un incubo. “Per me era semplicemente un invito a vagare, una linea oltre la quale il mistero ha avuto inizio.”
Questa curiosità, questo desiderio di andare e vagare non ha mai lasciato Paolo Rumiz, che si considera una sorta di funambolo in cammino “tra la verità del giornalismo e la trasfigurazione di poesia e narrativa”.

Humour tipicamente inglese

Non ci sono persone ammalate nel Nord Oxford. Sono tutte morte o vive. A volte è difficile notarne la differenza, questo è tutto.

Barbara Pym ha scritto dei romanzi che ancora oggi brillano come gioielli nel paesaggio letterario.
Storie in grado di catturare, con un tocco delicato e allo stesso tempo graffiante, l’essenza dei loro personaggi.
Il mondo di questi anni è cambiato enormemente da quando Barbara ha scritto la sua ultima storia, ma il mondo che lei evoca nei suoi racconti è, per certi versi, del tutto riconoscibile anche oggi.
Per tutta la vita Barbara Pym ha continuato a scrivere diari e quaderni in cui registrava le sue osservazioni a proposito di quello che succedeva intorno a lei. Tutto ciò è stata materia prima per tutti i suoi romanzi.
E’ stata definita la Jane Austen dei nostri tempi e nei suoi romanzi mette di continuo in scena il mondo che le è caro, si diletta apparentemente nelle piccole piccole cose con promemoria sorprendenti. Descrivendo l’eterna commedia della vita ora triste, ora esilarante, ma mai esagerata o traboccante.

Un maestro riconosciuto

Ci sono degli scrittori, molto rari, che sanno sempre cosa bisogna scrivere.
Uno di questi è sicuramente Giuseppe Pontiggia.
Quello che colpisce in lui è la qualità della scrittura, che è sempre accurata, pulita, chiara, sempre incline a riscoprire il valore peculiare di ogni parola.
Colpisce la cura attenta, precisa, scrupolosa con la cui sceglie le parole e costruisce le frasi. Una dedizione così tenace e perseverante che fa ben capire il suo forte senso di responsabilità nei confronti di chi legge.
Niente è lasciato all’improvvisazione. Solo un discorso chiaro, ma stilisticamente curato, può pretendere di essere profondo.
Per Pontiggia la sfiducia nella parola “cresce come l’inflazione” e più  la si sfrutta “in dibattiti, in tavole rotonde, in fiumi silenziosi di carta stampata, tanto meno le si crede”.
Pontiggia ha dedicato gran parte della sua vita alla parola e al linguaggio, ai saggi, alle collaborazioni e ai romanzi.
“Scrivere bene non basta; occorre che la storia trovi il linguaggio suo proprio”, diceva.
In questo sua grande passione Pontiggia era un maestro riconosciuto e per questo veniva invitato spesso a tenere corsi di scrittura creativa. “Anche se, in realtà, non è possibile insegnare a scrivere e si possono tutt’al più dare delle indicazioni che indirizzino a una lettura più attenta e sensibile nei confronti della parola e della frase.
Per lui la scrittura era un lavoro rigoroso sullo stile e lo intervallava con le immancabili letture dei classici.
Ogni romanzo richiedeva anni di lavoro. Per questo tutti i pomeriggi trascorreva diverse ore nel suo studio davanti alla macchina da scrivere, in mezzo ai suoi amati libri.