L’ambasciata di Cambogia

ldcChi si aspetterebbe l’Ambasciata di Cambogia? Nessuno. Nessuno poteva aspettarsela, nessuno se l’aspettava. È una sorpresa, per tutti noi. L’Ambasciata di Cambogia!
Di fianco all’ambasciata c’è un centro benessere. Dall’altra parte una fila di residenze private, quasi tutte appartenenti a ricchi arabi (o almeno così sosteniamo noi, la gente di Willesden). In genere hanno colonne corinzie ai lati dell’ingresso e – secondo l’opinione diffusa – una piscina sul retro. L’ambasciata, al contrario, non è molto imponente. È solo una villa con quattro o cinque camere da letto alla periferia nord di Londra, costruita negli anni Trenta, circondata da un muro di mattoni rossi alto circa due metri e mezzo. E avanti e indietro, rasentando orizzontalmente quel muro, sfreccia un volano. Giocano a badminton, nell’Ambasciata di Cambogia. Poc, smash. Poc, smash.
L’unico vero indizio che l’ambasciata sia davvero un’ambasciata è la piccola targa di ottone sulla porta (con la scritta: AMBASCIATA DI CAMBOGIA) e la bandiera nazionale della Cambogia (noi presumiamo che lo sia: cos’altro potrebbe essere?) che sventola sul tetto di tegole rosse. Qualcuno dice: «Oh, ma è circondata da un alto muro, e questo dimostra che non è una residenza privata, come le altre case della via, bensì un’ambasciata». La gente che lo dice è stupida. Molte di quelle case private sono circondate da un muro, alto più o meno come quello dell’Ambasciata di Cambogia, eppure non sono ambasciate.

da Zadie Smith, L’ambasciata di Cambogia, traduzione di Silvia Pareschi, Libellule, Mondadori 2015.

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Il punto cieco

ipcNell’estate del 2014 Javier Cercas riceve una lettera che lo invita a occupare la cattedra di Weidenfeld Visiting Professor in Comparative Literature all’università di Oxford, un incarico che prevede l’obbligo di tenere un ciclo di conferenze aperte al pubblico. Scopre che tra i suoi predecessori in quella cattedra ci sono stati George Steiner, Mario Vargas Llosa, Umberto Eco e pensa possa trattarsi di un malinteso, o magari di uno scherzo.
Il punto cieco è il frutto di questo ciclo di conferenze che prendono più o meno tutte avvio dalla sua esperienza di scrittore e che a volte partono dai suoi stessi libri, o apparentemente vi girano intorno.
“Di cosa è accusato Josef K.? E, soprattutto, è colpevole o innocente? Dal momento in cui, all’inizio del romanzo, viene arrestato dai guardiani nella pensione in cui vive, il giorno del suo trentesimo compleanno, Josef K. investe le sue migliori energie nel cercate di rispondere a quelle domande, trasformato allo stesso tempo in investigatore e in sospetto, fino a quando, esattamente un anno dopo, nell’ultimo capitolo del romanzo, due uomini semimuti, insensibili e cerimoniosi in modo ripugnante lo conducono di notte in una cava abbandonata e deserta e lo ammazzano senza che lui abbia mai visto il giudice o la corte che lo accusa, senza che sia nemmeno riuscito a scoprire di cosa lo si accusa. Non c’è dubbio: Josef K. è innocente, almeno in teoria, perché, come precisa il narratore, vive in uno stato di diritto e, come sappiamo, in uno stato di diritto tutti sono innocenti fino a prova contraria. Ma Josef K. è innocente anche nella pratica?”
Dialoghi intrattenuti in pubblico, ragionando su questioni disparate sempre collegate alla natura del romanzo, in particolare del romanzo del XXI secolo, o al ruolo del romanziere. Tutte questioni che finiscono per confluire in un’idea centrale. Un’idea che implica una teoria del romanzo (e in certo qual modo anche del romanziere): la teoria del punto cieco. Un punto cieco “attraverso il quale, in teoria, non si vede nulla”, ma è proprio attraverso di esso che certi romanzi vedono e si illuminano, diventando eloquenti.
Perché la letteratura non deve proporre nulla, non deve trasmettere certezze né fornire risposte o prescrivere soluzioni. Deve solo formulare domande, trasmettere dubbi, presentare problemi.

Javier Cercas, Il punto cieco, traduzione di Bruno Arpaia, Biblioteca della Fenice, Guanda 2016.

Euforia

Mentre si allontanavano dai Mumbanyo, qualcuno tirò una cosa verso di loro. Rimase a galleggiare a pochi metri dalla poppa della piroga. Una cosa marroncina.
«Un altro bambino morto» disse Fen.
Fen le aveva rotto gli occhiali, e Nell non poteva sapere se stesse scherzando.
Davanti a loro si apriva il lucente varco nella terra verde scuro dove si sarebbe infilata la piroga. Si concentrò su quello. Non si voltò più. I pochi Mumbanyo sulla spiaggia cantavano e suonavano per loro il tamtam della morte, ma lei non li guardò un’ultima volta. Ogni tanto i quattro rematori — tutti in piedi, rispondevano ai richiami della loro gente o ne lanciavano verso altre piroghe — vogavano in contemporanea, e allora un piccolo soffio di vento le sfiorava la pelle bagnata. Le piaghe le prudevano e tiravano, come se guarissero in fretta sotto l’aria asciutta e fugace. Il vento finiva e ricominciava, finiva e ricominciava. Nell sentì quanto ci metteva a percepirlo e poi a riconoscerlo, e capì che le stava tornando la febbre. I rematori smisero di vogare per infilzare una tartaruga dal collo di serpente; la caricarono sulla piroga che si contorceva ancora. Dietro, Fen cantò a bocca chiusa un lamento funebre per l’animale, troppo piano perché qualcuno lo udisse, a parte Nell.

 

LKEPer gli addetti ai lavori del suo mondo, Margaret Mead era una sorta di caricatura e di cliché, tanto che i risultati che ottenne furono spesso messi in discussione (forse perché donna?) e il suo lavoro classificato come curiosamente antiquato. Di certo si dimostrò antropologa culturale di spessore palesando idee alquanto salde.
Euforia è un romanzo liberamente ispirato alla sua vita. È il resoconto romanzato di un breve periodo di lavoro sul campo che la Mead svolse insieme ad altri colleghi lungo il fiume Sepik in Nuova Guinea nel 1933.
“Fra le tribù che aveva studiato non esisteva la solitudine. I bambini venivano messi in guardia fin da piccoli: se sei solo, gli spiriti ti rubano l’anima, o i nemici rapiscono il tuo corpo. Se sei solo, la tua mente si volge al male. Nelle varie culture c’erano spesso dei proverbi ammonitori e uno dei più ripetuti fra i Tam era: «Nemmeno un opossum cammina da solo». L’uomo sulla roccia era Xambun, e non stava accovacciato come un Tam, ma seduto, con le ginocchia leggermente sollevate e il torso piegato, gli occhi fissi su un punto dall’altra parte del lago. Era diventato in carne, coi fianchi larghi, per il riso e il manzo in scatola che davano da mangiare ai minatori. Le scarpe fanno più rumore dei piedi nudi — doveva aver capito che era Nell, ma non si voltò. Si portò la sigaretta alla bocca. Indossava ancora i pantaloni verdi della miniera, ma nessun ornamento: né perline, né ossi, né conchiglie.”
Una storia affascinante e coinvolgente, ben scritta, che ci offre una visione molto interessante sulla rivalità e sul desiderio dentro a un periodo formativo, in piena ricerca antropologica.

Lily King, Euforia, traduzione di Mariagrazia Gini, Fabula, Adelphi edizioni 2016.

 

 

Una seconda natura

mpIl mio primo giardino era un luogo di cui nessun adulto seppe mai nulla, anche se si trovava in una proprietà suburbana di un migliaio di metri quadrati soltanto, a Farmingdale, Long Island, nel terreno dietro la nostra casa, dove per nascondere la palizzata di legno del vicino era stata piantata una siepe irregolare di lillà e forsizie. Il mio giardino, che condividevo con mia sorella e i nostri amici, consisteva nella striscia di terreno non piantumato tra la siepe e la palizzata. Dico che nessun adulto ne seppe mai nulla perché, nell’immagine che un adulto si fa di questo paesaggio, la siepe corre proprio a ridosso della recinzione. Per un bambino di quattro anni, invece, lo spazio creato dai rami a volta della forsizia è vasto come l’interno di una cattedrale, e tra un lillà e una parete c’è posto sufficiente per un intero mondo. Ogni volta che avevo bisogno di sottrarmi al radar degli adulti, strisciavo sotto gli archi della forsizia, mi stringevo tra due cespugli di lillà e mi ritrovavo da solo e al sicuro nel mio personale spazio verde.

usnUn manifesto, non solo per i giardinieri, ma per gli ambientalisti di tutto il mondo, per ripensare “sulla carta” e attraverso le parole il nostro rapporto con la natura.
Un libro importante e profondamente originale che si legge come un’opera senza tempo. Un intrattenimento brillante e una lettura colta e contemplativa.
È la storia di un’educazione in due giardini: uno è più o meno immaginario, l’altro assolutamente reale, terreno. Uno è il giardino dei libri e dei ricordi. La classica utopia all’aria aperta, in un mondo libero e felice, in un “luogo senza moscerini e sempre in fiore”. Il luogo ideale in cui “la natura risponde ai nostri desideri e noi immaginiamo di sentirci perfettamente a nostro agio”. Un altro giardino è un luogo reale, terricolo, a Cornwall, nel Connecticut: più o meno due ettari di terreno collinare roccioso alquanto difficile da curare.
“Molto separa questi due giardini, tuttavia ogni anno li porto un po’ più vicini a coincidere. Entrambi hanno avuto moltissimo da insegnarmi, e non solo sul giardinaggio. Ho capito subito, infatti, che non avrei imparato a occuparmi molto bene della mia terra se non avessi appreso anche qualche altra cosa: sul ruolo che mi spetta in natura (rientrava nei miei diritti uccidere la marmotta che mi aveva saccheggiato l’orto durante tutta la primavera?); su certi atteggiamenti alquanto peculiari nei confronti della terra, innati negli americani (com’è che i miei vicini nutrono un interesse tanto profondo per le condizioni del mio prato?); sui tormentati confini tra natura e cultura; e sulla nostra esperienza dei luoghi, sulle implicazioni morali della progettazione del paesaggio e su diversi altri temi che il desiderio di raccogliere qualche onesto pomodoro non mi aveva preparato ad affrontare.”
Mettendo a confronto due correnti di pensiero: l’etica del mercato, in cui la manipolazione e la chimica sono utilizzati indipendentemente dalle conseguenze e l’etica del deserto in cui all’ambiente è consentito di riprendersi la sua parte “naturale”, Pollan sviluppa un’alternativa: l’etica del giardiniere. E lo fa, “secondo natura”, mettendo a confronto i metodi di giardinaggio del nonno (etica del mercato) con quelli di suo padre (etica del deserto).

Michael Pollan, Una seconda natura. Educazione di un giardiniere, traduzione di Isabella C. Blum, La Collana dei Casi, Adelphi edizioni 2016.

La musica segreta

jb2All’inizio non aveva nome. Era quello, quella cosa vivida. Era suo amico. Nei giorni di vento danzava, impazzito, agitando braccia in delirio, oppure nel silenzio della sera sonnecchia. va trasognato, oscillando nell’azzurro, nell’aria dorata. Non se ne andava neppure di notte. Nel suo lettino con le rotelle, tutto infagottato, lo sentiva muoversi oscuramente là fuori, al buio, per l’intero corso della lunga notte. C’erano altri più vicini, più vividi ancora, che andavano e venivano parlando, ma questi gli erano familiari in tutto e per tutto, erano quasi parte di lui, mentre quello, fisso e distante, apparteneva all’esterno misterioso, al vento, alle intemperie e all’aria azzurra e dorata. Era parte del mondo, eppure era suo amico.
Guarda, Nicolaus, guarda! Guarda il grande albero!
Albero. Era questo il suo nome. E anche: tiglio. Che belle parole. Le sapeva già molto prima di conoscerne il significato. Non significavano se stesse, di per sé non erano nulla, significavano la cosa che fuori cantava e danzava. Nel vento, in silenzio, di notte, mutava nell’aria mutevole pur essendo immutabile, l’albero, il tiglio. Era strano.

jblmsJohn Banville indaga sulla vita di Niccolò Copernico, ma non si ferma ai fatti, vuole andare oltre. Cerca di comprendere a fondo la sua mente inquieta e lo fa attraverso una ricerca critica, persistente.
Nicolaus vive la sua infanzia a Toruń, nella Prussia Reale, allora provincia del Regno di Polonia. Il padre muore quando è ancora piccolo e lui verrà cresciuto dal fratello di sua madre, un vescovo della Chiesa Cattolica. Studia matematica e astronomia all’Università di Cracovia e grazie all’influenza dello zio, sarà presto nominato canonico. Usa il compenso che gli deriva da questo incarico per pagarsi ulteriori studi.
Studierà legge e medicina in Italia.

Imparava con facilità, forse persino troppa: gli studi lo annoiavano. Solo di quando in quando, nella fredda musica austera della matematica, nell’incedere solenne di un verso latino, nelle dure certezze luminose, lucide e un po’ allarmanti della logica coglieva i vaghi contorni dí qualcosa di affascinante e scintillante, costituito di blocchi di aria vitrea che si assemblavano in un terso cielo soprannaturale, e allora dentro di lui risuonava la corda di rame della beatitudine perfetta.

Dopo il suo ritorno in Polonia, vivrà nel palazzo vescovile dello zio, compiendo i servizi sacerdotali, praticando la medicina e soprattutto studiando astronomia. Al suo tempo la maggioranza degli astronomi sostiene la teoria che l’astronomo greco Tolomeo ha sviluppato oltre mille anni prima. Secondo Tolomeo, però, la Terra si trova al centro dell’Universo e non si muove, mentre gli altri corpi celesti si muovono in modo complicato attorno ad essa. Nicolaus è convinto che la teoria di Tolomeo sia sbagliata e, dopo il 1515, comincia a parlare della teoria eliocentrica dell’universo.

Voi avete l’idea che Koppernigk abbia posto il Sole al centro dell’universo, giusto? Non è così. Il centro dell’universo secondo la sua teoria non è il Sole, ma il centro dell’orbita terrestre, il quale, stando al grande, all’imponente, all’onnirisolutivo «Libro delle rivoluzioni», si situa in un punto dello spazio che dista tre volte il diametro del Sole dal Sole! Tutte le ipotesi, tutti i calcoli, le tavole astrali, i grafici e i diagrammi, l’intero guazzabuglio di menzogne e mezze verità e autoinganni che è il De revolutionibus orbium mundi (o coelestium, come immagino lo si debba chiamare adesso) è stato messo insieme unicamente al fine di dimostrare che al centro di tutto non c’è niente, che il mondo ruota sul caos.

John Banville, La musica segreta, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2016.

Salone di bellezza per piccoli ritocchi

mccallsmithPrecious Ramotswe, fondatrice e proprietaria della Ladies Detective Agency N.1, sola e unica investigatrice del Botswana per i problemi delle signore, e non solo, non aveva mai studiato gestione aziendale. Era abbastanza comune — lo sapeva — per chi era titolare di una ditta frequentare corsi che trattavano di inventario o flusso di cassa, per esempio, ma nel suo caso non le era mai parso necessario. Certo, c’era da dire che la Ladies’ Detective Agency non aveva mai realizzato profitti, ma negli ultimi anni non era neppure andata in perdita: la signora Ramotswe era riuscita a gestire incassi e spese in modo da finire in pari, ammesso che si praticasse quella che un suo amico contabile aveva definito, con una certa ammirazione, «Amministrazione Ottimista».

sdbpprSalone di bellezza per piccoli ritocchi è un inno all’amicizia e a ciò che più conta nella vita. Un modo di fare letteratura, questo di Alexander McCall Smith, che coinvolge e risolleva lo spirito donando momenti di gioia a chi legge.
Una letteratura garbata che ci fa riscoprire il rispetto come uno dei “valori della vita”.
Valori di cui McCall Smith ci tiene molto a scrivere. Forse per questo descrive così bene certi
sentimenti garbati ed equilibrati come la gentilezza e la lealtà.
Perché rispettare è un po’ guardarsi indietro. È un fenomeno intimo, di volizione spontanea. È percepire l’altro come importante. È frutto di un lavoro. Un lavoro di cura quotidiano.
“Le emozioni passano, i sentimenti vanno coltivati”, ammonisce Zygmunt Bauman. E la vera gentilezza richiede nobiltà di pensiero.

«Ecco, bravissimo» disse la signora Ramotswe. «È un’ottima idea fare una lista, per ricordarsi quello che abbiamo.»
«E anche lei, signora» disse Phuti, «anche lei ha molte cose nella sua vita. Lei ha…» Fece un cenno in direzione dell’officina. «Lei ha un marito meraviglioso. Ha la sua agenzia. E il furgoncino bianco.»
«Sì» disse la signora Ramotswe. «Sono fortunata. Ma ho i due bambini di cui mi occupo, Motholeli e Puso. Credo siano loro la cosa più importante che ho.»
«Sì, sono molto importanti.»
«E ho un’assistente molto in gamba.»
Phuti si illuminò. «Sì, anche.»
«E il marito dell’assistente e il figlio dell’assistente. Queste sono altre cose belle nella mia vita.» Tacque per un istante. «E questo paese, naturalmente. Ho anche il nostro paese.»
La signora Ramotswe guardò l’acacia dalla finestra. Gli uccellini che avevano fatto il nido fra i suoi rami — due tortore del Capo — non c’erano, ma a un certo punto sarebbero tornati. Per un momento provò a immaginare come sarebbe stata la lista di quegli uccellini, se avessero potuto fame una. Sarebbe stato un elenco semplice, ma fatto di poche cose molto belle: il riparo dei rami di un’acacia, il cielo, l’aria, l’Africa.

Alexander McCall Smith, Salone di bellezza per piccoli ritocchi, traduzione di Serena Bertetto, Narratori della Fenice, Guanda 2016.

Prima del calcio di rigore

Una mattina, presentandosi al lavoro, l’elettroinstallatore Josef Bloch, che era stato un portiere di qualche fama, venne informato del suo licenziamento. Bloch, almeno, interpretò come un’informazione di questo tenore il fatto che, al suo apparire sulla porta della baracca in cui sostavano gli operai, soltanto il capomastro sollevasse gli occhi dalla colazione, e abbandonò il cantiere. Per la strada alzò un braccio, ma — a parte il fatto che Bloch non aveva alzato il braccio per chiamare un taxi — la macchina che gli passò vicino non era un taxi. Alla fine sentì davanti a sé il rumore di una frenata; Bloch si voltò; dietro di lui c’era un taxi, il taxista imprecava; Bloch tomò a voltarsi, montò e si fece portare al mercato gastronomico. Era una bella giornata d’ottobre. Bloch mangiò una salsiccia calda a un chiosco, poi camminò tra i chioschi verso un cinema.

pdcdrLicenziato dal suo lavoro in cantiere, l’ex portiere di calcio Josef Bloch inizia a vagare senza mèta per Vienna. Va al mercato, al cinema, allo stadio e cerca una stanza d’albergo.
L’eccitazione lo pervade da capo a piedi. Tutti i suoi sensi sono allerta. Fiuta l’aria, tende l’orecchio, ha la sensazione che qualcosa non quadri.
Cerca disperatamente un contatto, anche se non sa con chi.
E allora ucciderà, senza motivo, per puro istinto morboso. Sentendosi lontano, svuotato. Come un portiere che si prepara a parare un calcio di rigore.
Tenterà così la fuga verso il confine e avrà anche l’illusione di salvarsi, di farcela. Eppure, insinuante, ossessiva, l’idea di essere spiato da una forza misteriosa, decisa ad annientarlo, resisterà.
«Il portiere si domanda in quale angolo l’altro tirerà» disse Bloch. «Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via.»
Prima del calcio di rigore è uno dei testi più importanti di Peter Handke, un thriller ricco di suspence, coinvolgente e condotto con un ritmo pieno di fascino.

Peter Handke, Prima del calcio di rigore, Guanda.