Archive for the ‘Scritture’ Category

E giocavamo insieme…

5 agosto 2016

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“Sì. Perché no?”. Glauco Levi ripeteva, guardandomi, le parole pronunciate al telefono, quando, dopo essermi presentato, gli avevo spiegato le ragioni per le quali desideravo fargli visita, nella sua villa vicina a Torquay, nello Stato del Victoria.
“Perché non chiacchierare con lei, che si presenta, ancor prima che in qualità di giornalista, come amico di uno dei miei più cari amici, Carlo Della Vida.” Glauco Levi rimase a fissarmi, uno sguardo intelligente e umano, che finì di mettermi a mio agio, come non accade spesso all’inizio di una intervista: una vicenda alla quale il giornalista non del tutto cinico si affaccia sentendosi in qualche modo uno spione, o quantomeno un importuno.
“Ma mi dica, prima di tutto, come sta Carlo?” Risposi che Carlo Della Vida l’avevo incontrato circa un mese prima della mia partenza per l’Estremo Oriente, dove mi recavo per l’annuale resoconto ai Campionati d’Australia di tennis, che si svolgono a Melbourne, circa cento chilometri dal luogo in cui ci trovavamo, la villa che Glauco aveva ribattezzata Ostia.
Il mio giornale mi aveva affidato, infatti, l’incarico di intervistare qualche italiano che si fosse affermato sino a raggiungere ruoli di eccellenza, e non inferiore notorietà. Insieme a Levi, avrei dovuto incontrare i costruttori Grollo, Ralph Bernardi, sindaco di Melbourne, Luciano Bini il cosiddetto Re del Caffè, Giancarlo Giusti.
Ed era stato Della Vida ad insistere, e ripetermi che simili personaggi sarebbero stati interessantissimi.
Ma Glauco Levi era qualcosa di più, un suo amico intimo, con cui aveva condiviso la gioventù, e, insieme, qualche decisione determinante, di quelle che danno una svolta alla vita.
“Siamo stati compagni al liceo Virgilio di via Giulia, a Roma, sorrideva Levi. — E giocavamo insieme, quasi giornalmente, al Tennis Club Pariòli: mi correggo, al circolo Tennis Pariòli, dal giorno in cui i fascisti abolirono le parole straniere. Fu proprio in seguito a quella scelleratezza, unita alla decisione di denominare il nostro amato tennis Pallacorda, che iniziò a nascermi dentro una delle spinte che dovevano condurmi qui.
“Ma non sono esatto, continuò, sogguardando il taccuino, sul quale tracciavo, come mi è solito, una sorta di scaletta dell’intervista. – La prima spinta ad andarmene venne forse da un dialogo col papà di Carlo, l’uomo più intelligente che avessi sin lì conosciuto, che mi spiegò perché mai avesse rifiutato la sottomissione al fascismo.
Ricorderà Gianni — e qui sorrise, chiedendomi se potesse chiamarmi con il mio nome — ricorderà che, già negli anni Trenta i fascisti si spinsero a chiedere una sorta di avallo ufficiale a quei professori universitari che non fossero membri del partito. Furono pochissimi, soltanto quattordici, a rifiutarsi di firmare.
Tra questi, il padre di Carlo, il professor Giorgio Della Vida, che decise di emigrare negli Stati Uniti, e divenne un luminare dell’Università di San Diego. Pochi anni più tardi, mi ritrovai in Gran Bretagna, a Oxford, dove mio padre aveva insistito a inviarmi, per una tradizione famigliare che risaliva a tre precedenti generazioni, legate agli inglesi da interessi e attività di lavoro.
La vicenda del professor Della Vida fu l’ultima, e non certo la minore, di una concatenazione di eventi che, tra il 1936 e il 1938, alle prime avvisaglie delle leggi antiebraiche, spinsero mio padre e mia nonna a convocare un consiglio di famiglia: una vicenda tipica di noi Levi in casi di assoluta necessità.
Fu proprio nonna Sara, una donnina non meno anziana di quanto io sono ora, la più determinata nell’insistere perché si prendesse una decisione dolorosa, ma indispensabile.
Noi Levi siamo forse più italiani che ebrei, cittadini di un paese che ci aveva accolti da più di cinque secoli, profughi da uno dei tanti pogrom che non hanno cessato di colpire la comunità israelitica.
In Italia, come ricordò la nonna, ci eravamo tanto inseriti da perdere, quasi completamente, le nostre connotazioni razziali.
Per quanto mi riguarda, non ero stato nemmeno circonciso, né entrato, se non occasionalmente, in una Sinagoga.
“Del bisnonno materno potrà trovare il nome tra i Mille che partirono al seguito di Garibaldi. Il nonno aveva addirittura aderito al Partito Nazionale Fascista, sinché le vicende che portarono all’alleanza con Hitler non l’avevano spinto a non rinnovare la tessera.
Ma, dai fascisti, non erano giunte che avvisaglie di un pericolo, peraltro contraddette, sino al 1936, e confermate invece con la legge antiebraica del 1938.
I tempi stavano dunque decisamente cambiando. Gli equilibri dell’alleanza, e ce lo confermava anche un amico quale l’ambasciatore in Germania Bernardo Attolico, stavano mutando giorno dopo giorno in favore di Hitler.
Ed era allora il caso di guardarsi alle spalle, ricordarsi di passate vicende che ci offriva una lunghissima successione di sofferenze, spossessamenti, assassini collettivi.”
“Io, per me, di andarmene a quasi ottant’anni, non me la sento – affermò nonna Sara. — Sono nata qui, e spero che, di morire qui, mi sia permesso.” Ma, aggiunse, rivolgendosi ai suoi due figli, e a noi nipoti, non avevamo il diritto di esporci ad un dramma molto probabile.
“E si doveva liquidare, per quanto possibile, il patrimonio immobiliare, e parcheggiare fuori dall’Italia denaro e titoli.
Nella cassaforte svizzera, o ancor meglio in America.
“E perché no in Australia? – mi ricordo di aver esclamato -. Almeno laggiù, i tedeschi non ci arriveranno mai.”

Da Gianni Clerici, Australia Felix, Fandango 2012.

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Botteghe affumicate e lucenti

2 agosto 2016

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Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. Via Pietrapiana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l’Arno sulla destra, i Giardini e l’Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie “grasse” del Trecento. Via de’ Malcontenti ne era un’arteria e un monito; via dell’Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un’età lontana un’immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, “rallegrandolo”.
Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.
La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.

Tratto da Vasco Pratolini, Il Quartiere, edizione BUR Scrittori Contemporanei, gennaio 2012.

Chi viaggia si apre all’altro

30 luglio 2016

ann02Antonio Annoni era un camminatore lento, elegante. Era uno che entrava in contatto con le terre che visitava e studiava la società attraverso lo spazio e grazie allo spazio. Un osservatore profondo che non faceva domande, ma aveva gli occhi sempre in moto a raccogliere ogni indicazione di cui aveva bisogno.
Per lui il cammino era intimità e conversazione con i luoghi, ma anche espediente per riprendere contatto con se stesso.
Camminava come se avesse timore di non riuscire a vedere tutto e detestava tutto ciò che era angusto, stretto e gretto.
Diceva —  e lo diceva spesso — che viaggiare era “cercare un nesso tra nomi e cose” ed era convinto che certi luoghi conservassero tanta memoria del loro passato.
Era convinto che al tragitto e alla tappa corrispondessero due percezioni fondamentalmente diverse dei viaggio: lo spostamento e la pausa. E “se entrambi contribuiscono a dar forma allo stesso viaggio, rispondono a logiche e a emozioni differenti. L’uno non si dà senza l’altra, ma si può preferire l’uno all’altra, e la mia preferenza va alla pausa, che è dell’ordine dell’intimità.”
Sentiva che la vera felicità era ritrovarsi —  tra viaggiatori — raccolti attorno a un fuoco e parlare, confrontarsi, dialogare.
“La vera formazione è sempre orale, poiché solo la parola orale permette il dialogo, ossia la possibilità di scoprire la verità nello scambio delle domande e delle risposte. Ciò che la parola viva scrive nelle anime è più reale e più durevole dei caratteri tracciati sul papiro o sulla pergamena.”
Fu socio della Società Geografica Italiana tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e ricoprì diversi incarichi presso le maggiori istituzioni geografiche. Non fece viaggi in luoghi particolarmente lontani, ma si arricchì di persone nuove e vide sfilare più volte paesaggi illuminati da soli radenti.
Aveva capito che a spingerlo era la curiosità, la semplice passione di apprendere qualche segreto di vite diverse, sconosciute.
“L’importanza che siamo disposti ad attribuire ai nostri viaggi dipende dallo sguardo che gettiamo sulle nostre vite.”
Chi viaggia si apre all’altro, continuava a dire.

Un triste viaggio dal piacere al dovere

25 luglio 2016

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La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. Oggi, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana: ballerino che danza con una palla leggera come il palloncino che se ne va per l’aria e come il gomitolo che rotola, giocando senza sapere di giocare, senza motivo, senza orologio e senza giudice.
Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio di pura velocità e molta forza che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio.
Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia verso l’avventura proibita della libertà.

Tratto da: Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, traduzione di Pier Paolo Marchetti,  Sperling & Kupfer Editori 1997.

Parole per una città

23 luglio 2016

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Vi fu un tempo in cui Lisbona non aveva questo nome. La chiamavano Olisipo, quando vi giunsero i Romani, Olissibona quando la presero i Mori, che subito la convertirono in Aschbona, forse perché non sapevano pronunciare la barbara parola.
Quando, nel 1147, dopo un assedio di tre mesi, i Mori furono vinti, il nome della città non cambiò immediatamente: se colui che sarebbe stato il nostro primo re inviò alla famiglia una lettera per annunciare l’evento, è probabile che abbia scritto in alto Aschbona, 24 ottobre, o Olissibona, ma mai Lisbona. Quando cominciò Lisbona a essere Lisbona di fatto e di diritto? Dovettero passare almeno alcuni anni prima che nascesse il nuovo nome, altrettanti perché i conquistatori Galeghi cominciassero a diventare Portoghesi.
Mi si dirà che queste minutaglie storiche interessano poco, ma a me invece interesserebbe molto non solo sapere, ma vedere, nel senso proprio del termine, come si andò trasformando Lisbona in quei giorni. Se fosse già esistito il cinema, se i vecchi cronisti fossero stati operatori, se le mille e una trasformazione che la città subì lungo questi otto secoli fossero state registrate, potremmo vedere Lisbona crescere e muoversi come un essere vivente, come quei fiori che ci mostra la televisione, che si aprono in pochi secondi, a partire dal bocciolo ancora chiuso fino allo splendore finale di forme e di colori. Credo che amerei questa Lisbona al di sopra di ogni altra cosa.
Fisicamente abitiamo uno spazio ma sentimentalmente siamo abitati da una memoria. Memoria che è quella di uno spazio e di un tempo, memoria dentro la quale viviamo, come un’isola tra due mari: uno che chiamiamo passato, l’altro che chiamiamo futuro. Possiamo navigare nel mare del passato prossimo grazie alla memoria personale che ha serbato il ricordo delle sue rotte, ma per navigare nel mare del passato remoto dovremo usare le memorie che il tempo ha accumulato, le memorie di uno spazio continuamente trasformato, fugace come il tempo stesso. Questo film di Lisbona, comprimendo il tempo ed espandendo lo spazio, sarebbe la perfetta memoria della città.
Quel che sappiamo dei luoghi è l’aver coinciso con essi per un dato tempo nello spazio che sono. Il luogo era lì, è comparsa la persona, poi la persona è partita, il luogo è continuato, il luogo aveva fatto la persona, la persona aveva trasformato il luogo.
“Quando dovetti ricreare lo spazio e il tempo di Lisbona dove Ricardo Reis avrebbe vissuto il suo ultimo anno, sapevo previamente che non sarebbero coincise le due nozioni del tempo e dello spazio: quella dell’adolescente timido che fui, chiuso nella sua condizione sociale, e quella del poeta lucido e geniale che frequentava le più alte regioni dello spirito. La mia Lisbona fu sempre quella dei quartieri poveri e quando, molto più tardi, le circostanze mi hanno portato a vivere in altri ambienti, la memoria che ho preferito serbarne è sempre stata quella dei miei primi anni, la Lisbona della gente di poco avere e di molto sentire, ancora rurale nelle abitudini e nella comprensione del mondo.
Forse non è possibile parlare di una città senza citare alcune date notevoli della sua esistenza storica. Qui, parlando di Lisbona, ne è stata menzionata una sola, quella del suo inizio portoghese: non sarà un peccato di glorificazione particolarmente grave… Lo sarebbe, invece, cedere a quella specie di esaltazione patriottica che, in mancanza di nemici reali sui quali far ricadere il proprio supposto potere, cerca stimoli facili all’evocazione retorica. Le retoriche commemorative, pur non essendo necessariamente un male, implicano tuttavia un senso di autocompiacimento che porta a confondere le parole con gli atti, quando non le colloca nel posto che solo a essi spetterebbe.
Quel giorno di ottobre, l’allora appena nato Portogallo fece un grande passo avanti, e fu così risoluto che Lisbona non fu mai più perduta. Ma non permettiamoci la napoleonica vanità di esclamare: «Dall’alto di quel castello ottocento anni ci guardano» – e applaudirci poi l’un l’altro per essere durati tanto… Pensiamo piuttosto che del sangue versato da una parte e dall’altra è fatto il sangue che abbiamo nelle vene, noi, gli eredi di questa città, figli di cristiani e di mori, di neri e di giudei, di indi e di gialli, insomma, di tutte le razze e fedi che si dicono buone, di tutte le razze e fedi che sono definite cattive. Lasciamo nell’ironica pace dei tumuli quelle menti traviate che, in un passato non lontano, inventarono per i portoghesi un «giorno della razza», e rivendichiamo il magnifico meticciato non solo di sangue, ma soprattutto di culture, che fondò il Portogallo e lo ha fatto durare fino a oggi.
Lisbona si è trasformata negli ultimi anni, è stata capace di risvegliare nella coscienza dei suoi cittadini l’energia per quel rinnovamento che l’ha strappata al marasma in cui era caduta. In nome della modernizzazione si alzano muri di cemento sulle antiche pietre, si sconvolgono i profili delle colline, si alterano i panorami, si modificano le visuali. Ma lo spirito di Lisbona sopravvive, ed è lo spirito che fa eterne le città. Trascinato da quel folle amore e da quel divino entusiasmo che abitano nei poeti, Camões un giorno scrisse, parlando di Lisbona: «Città che delle altre è agevolmente principessa». Perdoniamogli l’esagerazione. Ci basta che Lisbona sia semplicemente quel che deve essere: colta, moderna, pulita, organizzata – senza perdere nulla della sua anima. E se tutti questi pregi finiranno con il farne una principessa, che sia. Nella repubblica che noi siamo, regine così saranno sempre le benvenute.

Tratto da: José Saramago, Il Quaderno: Testi scritti per il blog. Settembre 2008 – marzo 2009, traduzione di Giulia Lanciani, Bollati Boringhieri editore 2009.

La morte non è la fine

22 luglio 2016

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Il poeta americano cinquantaseienne, premio Nobel, poeta noto nei circoli letterari americani come «il poeta dei poeti» o a volte semplicemente «il Poeta», steso all’aperto sulla sdraio, a torso nudo, moderatamente sovrappeso, su una sedia a sdraio parzialmente inclinata, al sole, a leggere, semisupino, moderatamente ma non seriamente sovrappeso, vincitore di due National Book Awards, un National Book Critics Circle Award, un Lamont Prize, due borse del National Endowment for the Arts, un Prix de Rome, un Lannan Foundation Fellowship, una Medaglia MacDowell, e un Mildred and Harold Strauss Living Award dell’American Academy e dell’Institute of Arts and Letters, presidente onorario del PEN, un poeta che due diverse generazioni di americani hanno acclamato come la voce della propria generazione, ora cinquantaseienne, steso con un costume asciutto XL marca Speedo su una sedia a sdraio di tela ulteriormente inclinabile sul pavimento di piastrelle accanto alla piscina di casa, un poeta che è stato tra i primi dieci americani a ricevere un «Genius Grant» dalla prestigiosa John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, uno degli unici tre Nobel americani per la Letteratura ancora in vita, un metro e settantacinque, novanta chili, occhi castani capelli castani, l’attaccatura dei capelli arretrata e irregolare per via del successo solo parziale di svariati trapianti della serie Hair Augmentation System, seduto, o steso – o forse sarebbe più esatto dire semplicemente «inclinato» – con un costume Speedo nero accanto alla piscina di casa a forma di rene, sul pavimento di piastrelle della piscina, su una sedia a sdraio portatile dallo schienale ora inclinato di quattro scatti a formare un angolo di 35° con il pavimento a mosaico di piastrelle, alle 10,20 del mattino, il 15 maggio 1995, il quarto poeta più antologizzato nella storia delle lettere americane, vicino a un ombrellone ma non proprio all’ombra dell’ombrellone, legge il «Newsweek», servendosi del modesto gonfiore del ventre come sostegno obliquo per il giornale, indossa anche i sandali, una mano dietro la testa, l’altra allungata di lato che percorre la filigrana ocra e giallino delle costose piastrelle di ceramica spagnola del pavimento, bagnandosi ogni tanto il dito per girare pagina, con un paio di occhiali da sole graduati dalle lenti trattate chimicamente in modo da scurirsi in proporzione infinitesimale a seconda dell’intensità della luce di esposizione, al polso della mano che percorre le piastrelle un orologio di qualità e costo medi, sandali in finta gomma ai piedi, gambe incrociate alle caviglie e ginocchia leggermente divaricate, il cielo senza nuvole che si fa più luminoso man mano che il sole del mattino si sposta in alto a destra, bagnandosi il dito non con la saliva o il sudore ma con la condensa sul sottile bicchiere congelato del tè ghiacciato che ora si trova proprio al limite dell’ombra del suo corpo sul lato in alto a sinistra della sedia e andrebbe spostato per rimanere al fresco dell’ombra, percorre pigramente con un dito il lato del bicchiere prima di portare pigramente il dito umido alla pagina, gira di quando in quando le pagine del numero di «Newsweek» del 19 settembre 1994, legge di una riforma sanitaria americana e del tragico Volo 427 della USAir, legge un sommario e una recensione positiva dei volumi di attualità Hot Zone e The Coming Plague, gira a volte varie pagine di seguito, scorrendo alcuni articoli e sommari, un eminente poeta americano a quattro mesi dal suo cinquantasettesimo compleanno, un poeta che il «Time», principale rivale di «Newsweek», una volta ha definito abbastanza assurdamente «quanto di più vicino a un immortale della letteratura ancora in vita», le tibie quasi glabre, l’ombra ellittica dell’ombrellone aperto che si va restringendo leggermente, i sandali di finta gomma coi sassolini incastrati sopra e sotto la suola, la fronte del poeta imperlata di sudore, l’abbronzatura profonda e intensa, l’interno delle cosce quasi glabro, il pene strettamente ripiegato su se stesso dentro il costume stretto, il pizzetto curatissimo, un portacenere sul tavolo di ferro, non beve il tè ghiacciato, di quando in quando si schiarisce la gola, a tratti si sposta leggermente sulla sedia a sdraio pastello per grattarsi pigramente il collo di un piede con l’alluce dell’altro senza togliersi i sandali né guardare nessuno dei due piedi, apparentemente concentrato sul giornale, la piscina azzurra a destra e la porta scorrevole di spesso vetro sul retro della casa in diagonale a sinistra, fra lui e la piscina un tavolo rotondo di ferro bianco intrecciato trafitto al centro da un grosso ombrellone da spiaggia la cui ombra ora non tocca più la piscina, un poeta dal talento indiscusso, legge il suo giornale sulla sua sedia sul suo pavimento vicino alla sua piscina dietro casa sua. La zona della piscina e del pavimento è circondata su tre lati da alberi e cespugli. Gli alberi e i cespugli, impiantati anni prima, sono fittamente intrecciati e aggrovigliati e assolvono la stessa funzione fondamentale di un recinto protettivo di sequoia o di un muro di ottima pietra. La primavera è al culmine, e gli alberi e i cespugli sono carichi di foglie, di un verde e di una immobilità intensi, in un complesso gioco d’ombre, il cielo assolutamente azzurro e immobile, tanto che l’intero quadro racchiuso di piscina e pavimento e poeta e sedia e tavolo e alberi e facciata posteriore della casa è assolutamente immobile e calmo e sfiora il silenzio più assoluto, unici rumori il debole gorgoglio dell’acqua pompata e scaricata dalla piscina e di quando in quando il rumore del poeta che si schiarisce la gola o gira le pagine di «Newsweek» – non un uccello, niente falciatrici tagliasiepi trinciaerba in lontananza, niente jet sopra la testa né lontani rumori attutiti dalle piscine delle case ai lati della casa del poeta, nient’altro che il respiro della piscina e la gola del poeta schiarita di tanto in tanto, assolutamente immobile e calmo e racchiuso, neanche un alito di brezza a muovere le foglie degli alberi e delle siepi, il silenzioso vivo a racchiudere il verde immobile della flora vivido e ineluttabile e senza uguali al mondo né per come si presenta né per quanto evoca.

Da David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, traduzione di Ottavio Fatica e Giovanna Granato, Stile libero Big, Einaudi 2010.

Rastelli racconta…

20 luglio 2016

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Ho appreso questa storia da Rastelli, l’impareggiabile e indimenticabile giocoliere che la raccontò una sera nel suo camerino.
C’era una volta, nei tempi antichi, – cominciò – un gran giocoliere. La sua fama s’era propagata in lungo e in largo, nel vasto mondo, grazie alle carovane e alle navi mercantili, e un giorno sentì parlare di lui anche Mohammed Ali Bei, il sovrano dei Turchi. Questi inviò i propri ambasciatori in tutte e quattro le direzioni con l’incarico di invitare il maestro a Costantinopoli per potersi convincere della sua abilità nella propria stessa imperiale persona. Mohammed Ali Bei doveva essere un principe dispotico, a volte persino crudele, e di lui si raccontava che, per suo ordine, fosse stato gettato nella prigione più buia un cantore che si diceva avesse cercato il suo ascolto senza però aver incontrato il suo plauso. Era però nota anche la sua generosità, e un artista che gli desse delle soddisfazioni poteva contare su grandi ricompense.
Qualche mese più tardi il maestro arrivò nella città di Costantinopoli. Non venne però da solo, anche se non volle dare troppo nell’occhio con il suo accompagnatore. E comunque con lui avrebbe potuto pretendere onori particolari. Tutti sanno infatti che i despoti orientali avevano un debole per i nani. E l’accompagnatore del maestro era proprio un nano, o meglio era figlio di nani. Ed era talmente fine e delicato, un esserino così grazioso e svelto che non avrebbe trovato l’eguale nella Corte del Sultano. Il maestro tenne nascosto questo nano, avendone buoni motivi. Il suo modo di lavorare differiva infatti da quello dei propri colleghi, che com’è risaputo sono andati alla scuola cinese, dove hanno imparato a destreggiarsi con bacchette e piatti, spade e tizzoni ardenti. Il nostro artista invece non cercava di farsi onore trattando chissà quanti e quali oggetti, ma basandosi su un solo requisito, ch’era il più semplice e che si segnalava soltanto per via della sua insolita grandezza. Era una palla. Questa palla l’aveva reso famoso in tutto il mondo e, in verità, nulla poteva eguagliare le meraviglie che lui riusciva a ottenere con essa. Per coloro che avevano seguito con lo sguardo il gioco dell’artista era come se egli avesse a che fare non con una cosa inerte, ma con un compagno vivo, che di volta in volta poteva essere arrendevole o scontroso, delicato o beffardo, premuroso o indolente. I due sembravano avvezzi l’uno all’altra, e pareva che non riuscissero a fare a meno l’uno dell’altra, sia nel bene che nel male. Quella palla restava un mistero per tutti. Al suo interno, come un elfo flessibile, era disposto il nano. In anni e anni di esercizio era riuscito ad adattarsi a qualsiasi sollecitazione e movimento del padrone, e ormai agiva sulle molle presenti all’interno della palla con la stessa scioltezza di chi operi sulle corde di una chitarra. Per togliere qualsiasi sospetto, essi non si facevano mai vedere l’uno a fianco dell’altro, e nei loro viaggi il padrone e il suo aiutante non abitavano mai sotto lo stesso tetto.
Il giorno raccomandato dal Sultano era arrivato. Nella Sala della Mezzaluna, piena zeppa di dignitari del sovrano, era stato montato un podio attorniato da tendoni. Il maestro si inchinò verso il trono e portò alle labbra un flauto. Dopo aver accennato alcuni motivi musicali, passò a uno staccato, al cui ritmo la grande palla, muovendo dai celetti del teatro, si avvicinò saltellando. Tutt’a un tratto si sistemò sulla spalla del proprietario, per non allontanarsene più. Essa sfiorava e adulava il suo padrone. Il quale però aveva continuato a suonare il flauto e, come se non volesse saperne del visitatore, aveva iniziato un lento ballo, che sarebbe stato un piacere seguire se la palla non avesse catturato gli occhi di tutti. Come la terra gira intorno al sole e contemporaneamente intorno a se stessa, così la palla girava intorno al ballerino senza al tempo stesso dimenticare di ballare pure lei. Dalla testa ai piedi non c’era punto che la palla non sfiorasse, e ogni punto davanti a cui essa scorreva via diveniva il suo campo di giochi. A nessuno sarebbe venuto in mente di interrogarsi sulla musica di quel muto girotondo. Essi stessi infatti facevano esercizi di destrezza l’uno per l’altra: il maestro per la palla, e la palla per il maestro, come ormai da anni era consuetudine per il piccolo e segreto aiutante.
Le cose restarono così nella maggior parte del tempo, fin quando di colpo la palla, come scaraventata via da un movimento vorticoso del danzatore, rotolò verso la ribalta, vi urtò contro e rimase a saltellare dinanzi ad essa, mentre il maestro si concentrava. Giacché adesso veniva il gran finale. Il maestro ricominciò con il suo flauto. In un primo tempo egli parve voler accompagnare sommessamente, sempre più sommessamente, la sua palla, i cui saltelli erano divenuti sempre più deboli. Ma poi il flauto prese in mano la situazione. Il suonatore inspirò con più energia, e fu come se in questo modo nuovo e vigoroso egli infondesse nuova vita alla palla, i cui salti poco alla volta si fecero più grandi, mentre il maestro iniziò ad alzare il braccio e a portarlo tranquillamente ad altezza della spalla, per poi distendere – senza smettere di suonare – il dito mignolo, sul quale la palla, ubbidendo a un ultimo lungo trillo, si posò nell’arco di un solo fraseggio.
Per la sala corse un bisbiglio di ammirazione, e fu il Sultano stesso a invitare all’applauso. Il maestro diede però ancora una dimostrazione della propria arte afferrando al volo la pesante borsa piena di ducati che gli venne lanciata per ordine del sovrano.
Poco tempo dopo uscí dal palazzo per attendere, a un’uscita lontana, il suo nano devoto. Egli vide allora comparirgli dinanzi un messaggero che s’era fatto largo tra le guardie. «Vi ho cercato dappertutto, signore, – gli disse. – Ma Voi avevate lasciato le vostre stanze anzitempo, e non mi è stato concesso di accedere al Palazzo». Ciò dicendo mostrò una lettera autografa del nano. «Caro maestro, non siate in collera con me, – c’era scritto. – Oggi non potete esibirvi dinanzi al Sultano. Io sono malato e non posso lasciare il letto».
«Voi vedete, – soggiunse Rastelli dopo un attimo, – che la nostra categoria non è nata ieri, e che noi pure abbiamo la nostra storia – o perlomeno le nostre storie».”

Tratto da Walter Benjamin, Opere complete. VI. Scritti 1934-1937. A cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser, edizione italiana a cura di Enrico Ganni con la collaborazione di Hellmut Riediger, Giulio Einaudi editore 2004.