Per la gloria

Una notte d’inverno, gelida e buia, avanzava sul Giappone, sulle acque agitate a oriente, sulle isole scoscese, sulle città e i piccoli villaggi, sulle strade desolate. In piedi davanti alla finestra, Cleve guardava fuori. Era sceso il crepuscolo e si sentiva intorpidito da una specie di letargia. Non aveva ancora ritrovato tutto il suo vigore. Sembrava che tutti se ne fossero andati altrove mentre lui dormiva. La stanza era deserta. Si protese leggermente e permise al vetro di toccargli la punta del naso. Era freddo, ma piacevole. Intorno al punto di contatto si formò subito un cerchio di condensa. Espirò più volte dalla bocca e fece allargare la macchia. Dopo un momento di esitazione tracciò le lettere CMC nell’umida trasparenza.

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James Salter è nato nel 1925 ed è cresciuto a New York. Si è laureato a West Point nel 1945 e subito è entrato nella US Army Air Force come pilota. È stato in servizio dodici anni e ha volato per oltre un centinaio di missioni da combattimento come pilota da caccia. Si è dimesso dalla Air Force dopo questo suo primo romanzo, The Hunters (Per la gloria nella traduzione italiana), uscito nel 1957.
Per la gloria
rimane l’espressione più concisa del suo talento. Il miglior profilo psicologico sul carattere del pilota di caccia in tempi di guerra. Un documento storico della guerra fredda che può essere letto anche come un saggio introspettivo perché resoconto affascinante delle dinamiche all’interno di un gruppo di uomini altamente qualificati che si dedicano a un’occupazione ad alto rischio e reagiscono ad ambienti ed eventi strani e ostili.
Salter, scrittore imperdonabilmente trascurato, ammirava Antoine de Saint-Exupéry, la sua integrità mentale, la sua maniera di scrivere. Avrebbe sempre voluto seguire le sue orme, ha sempre amato l’esperienza del volo, i misteri del cielo, che per lui rimanevano inebrianti e magici come lo erano per i piloti di biplani a elica.
Colpisce e disarma la sua scrittura “ellittica” con dettagli e osservazioni che maturano in modo obliquo, melodiosamente, in attesa (segreta, recondita, sfuggente) di salti inaspettati.
Un vero classico senza tempo questo Per la gloria.

James Salter, Per la gloria, traduzione di Katia Bagnoli, Narratori della Fenice, Guanda 2016

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Il punto cieco

ipcNell’estate del 2014 Javier Cercas riceve una lettera che lo invita a occupare la cattedra di Weidenfeld Visiting Professor in Comparative Literature all’università di Oxford, un incarico che prevede l’obbligo di tenere un ciclo di conferenze aperte al pubblico. Scopre che tra i suoi predecessori in quella cattedra ci sono stati George Steiner, Mario Vargas Llosa, Umberto Eco e pensa possa trattarsi di un malinteso, o magari di uno scherzo.
Il punto cieco è il frutto di questo ciclo di conferenze che prendono più o meno tutte avvio dalla sua esperienza di scrittore e che a volte partono dai suoi stessi libri, o apparentemente vi girano intorno.
“Di cosa è accusato Josef K.? E, soprattutto, è colpevole o innocente? Dal momento in cui, all’inizio del romanzo, viene arrestato dai guardiani nella pensione in cui vive, il giorno del suo trentesimo compleanno, Josef K. investe le sue migliori energie nel cercate di rispondere a quelle domande, trasformato allo stesso tempo in investigatore e in sospetto, fino a quando, esattamente un anno dopo, nell’ultimo capitolo del romanzo, due uomini semimuti, insensibili e cerimoniosi in modo ripugnante lo conducono di notte in una cava abbandonata e deserta e lo ammazzano senza che lui abbia mai visto il giudice o la corte che lo accusa, senza che sia nemmeno riuscito a scoprire di cosa lo si accusa. Non c’è dubbio: Josef K. è innocente, almeno in teoria, perché, come precisa il narratore, vive in uno stato di diritto e, come sappiamo, in uno stato di diritto tutti sono innocenti fino a prova contraria. Ma Josef K. è innocente anche nella pratica?”
Dialoghi intrattenuti in pubblico, ragionando su questioni disparate sempre collegate alla natura del romanzo, in particolare del romanzo del XXI secolo, o al ruolo del romanziere. Tutte questioni che finiscono per confluire in un’idea centrale. Un’idea che implica una teoria del romanzo (e in certo qual modo anche del romanziere): la teoria del punto cieco. Un punto cieco “attraverso il quale, in teoria, non si vede nulla”, ma è proprio attraverso di esso che certi romanzi vedono e si illuminano, diventando eloquenti.
Perché la letteratura non deve proporre nulla, non deve trasmettere certezze né fornire risposte o prescrivere soluzioni. Deve solo formulare domande, trasmettere dubbi, presentare problemi.

Javier Cercas, Il punto cieco, traduzione di Bruno Arpaia, Biblioteca della Fenice, Guanda 2016.

Eccentrici

La biblioteca di Basilea ancora concede ai bibliofili pervicaci di consultare Mission de l’Inde en Europe, libro mirabolante, desueto ed estraneo al senso comune, che venne stampato nel 1910 dopo la morte del suo autore. A esso, fatto di pagine che soltanto a sfogliarle si sgretolano, s’affida il primo ricordo del singolare paese descritto dal baffuto marchese Joseph Alexandre Saint-Yves d’Alveydre. Attraverso una foto ingrigita ci rimira con grandi orecchie e sguardo ispirato, accanto al frontespizio. Ospite a suo agio di ogni corte d’Europa, ricco filantropo, costui ardì descrivere i segreti luoghi dell’Agarttha, e anzi spergiurando pretese che quanto pareva un regno di favola, intessuto della tenue materia dei sogni, esistesse invece davvero. Descrisse un regno sotterraneo, ramificato nelle viscere della terra, sotto gli oceani e i continenti. Ne parlò frettolosamente, alla maniera in cui l’avrebbe descritto un viaggiatore di Jules Verne compreso di manie mistiche; dichiarando che questo tanto segreto regno dell’Agarttha era il centro inaccessibile e sacro del mondo.

CART002Geminello Alvi racconta il secolo scorso con quarantadue brevi biografie di figure eccentriche e discordanti, ma assolutamente peculiari, significative.
Si va da Ferdinand von Zeppelin con le sue armature di alluminio rivestite di stoffa a Monsieur Willy con il suo orrore nervoso della pagina bianca. Pittori seguaci dei Rosacroce, capi indiani giocatori d’azzardo, eruditi monaci buddisti, temerari bramosi di applausi, pionieri del volo che sembrano crocifissi su intelaiature di tele e spaghi, gentiluomini ateisti, scrittori incatenati a scrivere, traduttori con cappelli scozzesi, registi intenti a rimirare pacchetti di Marlboro, poeti reazionari e nichilisti…
L’elenco è affascinante e suggestivo: si va da J.R.R. Tolkien a Oliver Hardy, da Cary Grant a Lovecraft, da James Stewart a Buster Keaton, da Greta Garbo a Geronimo, da Pellegrino Artusi a Emilio Salgari, dal barone Von Ungern a Mario Bava.

Geminello Alvi, Eccentrici, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

L’occhio della mente

Con le loro grandi difficoltà a iniziare una conversazione o a stabilire un contatto con gli altri, negli ospedali per lungodegenti o nelle case di riposo, i pazienti con afasia affrontano rischi particolari. Magari beneficiano di ogni tipo di terapia, ma manca loro una dimensione sociale fondamentale, così che spesso si sentono completamente isolati e tagliati fuori. Eppure molte attività — per esempio il gioco delle carte, le uscite a fare spese, il cinema o il teatro, il ballo o lo sport — non richiedono l’uso del linguaggio, e possono essere utilizzate per trascinare o attirare i pazienti afasici in un mondo di contatti umani e di attività che sono loro familiari. A questo proposito, si usa a volte l’espressione opaca «riabilitazione sociale», ma in realtà il paziente è «richiamato alla vita»: come direbbe Dickens, recalled to life.

osldmOliver Sacks si confronta ogni giorno con sindromi e patologie neurologiche. Casi che aiutano a capire chi siamo e quali sono i nostri valori.
Si considera «un naturalista o un esploratore» del cervello e assiste a storie straordinarie che chiedono solo di essere raccontate. Parla di vicende umane vicino «al cuore oscuro dell’essere». Interpreta, restituisce e condivide ciò che vede.

Tenere l’album dei ricordi lo spinse, anzi lo costrinse, a scrivere tutti i giorni: non solo per formare parole e frasi leggibili, ma anche a un livello creativo molto più profondo. Il diario della vita in ospedale, con le sue routine e i suoi diversi personaggi, cominciò a sollecitare in lui l’immaginazione dello scrittore. A volte, nel caso di parole insolite o di nomi propri, capitava che avesse qualche incertezza sull’ortografia. Non riusciva a «vederli» con l’occhio della mente, non riusciva a immaginarli: non più di quanto riuscisse a percepirli quando se li trovava di fronte stampati. Mancando di questa immaginazione interiore, per scrivere senza errori doveva ricorrere ad altre strategie. La più semplice, scoprì, consisteva nello scrivere una parola in aria con l’indice, facendo in modo che un atto motorio prendesse il posto di un atto sensorio.

Sacks ci racconta di malati di Tourette, di autismo e di afasia. Narra di queste vite come si discorre di avventure e di coraggio, di resistenza e di creatività. Con acuta capacità introspettiva vive nuove vite insperate e stupefacenti. Esperienze che allargano l’immaginazione mostrandoci ciò che spesso la salute ci nasconde. E l’atto di scrivere gli dà piacere e gioia enormi. Lo porta in un altrove che gli fa dimenticare persino il passare del tempo.

Oliver Sacks, L’occhio della mente, traduzione di Isabella C. Blum, gli Adelphi, Adelphi 2016.

La musica segreta

jb2All’inizio non aveva nome. Era quello, quella cosa vivida. Era suo amico. Nei giorni di vento danzava, impazzito, agitando braccia in delirio, oppure nel silenzio della sera sonnecchia. va trasognato, oscillando nell’azzurro, nell’aria dorata. Non se ne andava neppure di notte. Nel suo lettino con le rotelle, tutto infagottato, lo sentiva muoversi oscuramente là fuori, al buio, per l’intero corso della lunga notte. C’erano altri più vicini, più vividi ancora, che andavano e venivano parlando, ma questi gli erano familiari in tutto e per tutto, erano quasi parte di lui, mentre quello, fisso e distante, apparteneva all’esterno misterioso, al vento, alle intemperie e all’aria azzurra e dorata. Era parte del mondo, eppure era suo amico.
Guarda, Nicolaus, guarda! Guarda il grande albero!
Albero. Era questo il suo nome. E anche: tiglio. Che belle parole. Le sapeva già molto prima di conoscerne il significato. Non significavano se stesse, di per sé non erano nulla, significavano la cosa che fuori cantava e danzava. Nel vento, in silenzio, di notte, mutava nell’aria mutevole pur essendo immutabile, l’albero, il tiglio. Era strano.

jblmsJohn Banville indaga sulla vita di Niccolò Copernico, ma non si ferma ai fatti, vuole andare oltre. Cerca di comprendere a fondo la sua mente inquieta e lo fa attraverso una ricerca critica, persistente.
Nicolaus vive la sua infanzia a Toruń, nella Prussia Reale, allora provincia del Regno di Polonia. Il padre muore quando è ancora piccolo e lui verrà cresciuto dal fratello di sua madre, un vescovo della Chiesa Cattolica. Studia matematica e astronomia all’Università di Cracovia e grazie all’influenza dello zio, sarà presto nominato canonico. Usa il compenso che gli deriva da questo incarico per pagarsi ulteriori studi.
Studierà legge e medicina in Italia.

Imparava con facilità, forse persino troppa: gli studi lo annoiavano. Solo di quando in quando, nella fredda musica austera della matematica, nell’incedere solenne di un verso latino, nelle dure certezze luminose, lucide e un po’ allarmanti della logica coglieva i vaghi contorni dí qualcosa di affascinante e scintillante, costituito di blocchi di aria vitrea che si assemblavano in un terso cielo soprannaturale, e allora dentro di lui risuonava la corda di rame della beatitudine perfetta.

Dopo il suo ritorno in Polonia, vivrà nel palazzo vescovile dello zio, compiendo i servizi sacerdotali, praticando la medicina e soprattutto studiando astronomia. Al suo tempo la maggioranza degli astronomi sostiene la teoria che l’astronomo greco Tolomeo ha sviluppato oltre mille anni prima. Secondo Tolomeo, però, la Terra si trova al centro dell’Universo e non si muove, mentre gli altri corpi celesti si muovono in modo complicato attorno ad essa. Nicolaus è convinto che la teoria di Tolomeo sia sbagliata e, dopo il 1515, comincia a parlare della teoria eliocentrica dell’universo.

Voi avete l’idea che Koppernigk abbia posto il Sole al centro dell’universo, giusto? Non è così. Il centro dell’universo secondo la sua teoria non è il Sole, ma il centro dell’orbita terrestre, il quale, stando al grande, all’imponente, all’onnirisolutivo «Libro delle rivoluzioni», si situa in un punto dello spazio che dista tre volte il diametro del Sole dal Sole! Tutte le ipotesi, tutti i calcoli, le tavole astrali, i grafici e i diagrammi, l’intero guazzabuglio di menzogne e mezze verità e autoinganni che è il De revolutionibus orbium mundi (o coelestium, come immagino lo si debba chiamare adesso) è stato messo insieme unicamente al fine di dimostrare che al centro di tutto non c’è niente, che il mondo ruota sul caos.

John Banville, La musica segreta, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2016.

Sulle donne

rw2Oggi feci un’inezia di passeggiatina, amabile, breve e di modesta durata, entrai in una rivendita di generi alimentari, dove scorsi una fanciulla, amabile altresì ed ella pure in un certo qual senso di statura modesta, in posa visibilmente schiva. Durante la passeggiata riflettei un poco sulle parole con cui avrei potuto principiare l’opera alla quale do ora inizio e la cui stesura mi terrà occupato presumibilmente una ventina di giorni. In questo lasso di tempo sarò dunque piuttosto solerte, non senza concedermi di quando in quando una pausa, intendendo con ciò dire che questa «effemeride» non mi sovraffaticherà in alcun modo. Va da sé che, in luogo di «effemeride», avrei potuto dire benissimo «diario».

rwsdRobert Walser aveva un’unica grande passione: camminare.
Non ebbe mai storie sentimentali, non riusciva a farsi coinvolgere dall’amore. Aveva però meraviglia delle donne ed era convinto che l’incanto dell’amore dipendesse dalle qualità dell’anima (per mezzo delle quali è giustificabile e completo) perché popola di iridescenze il mondo circostante, lo addobba e lo ricama. Un incanto tutto speciale che rifiorisce e si dispiega all’interno di una realtà fiabesca, trasfigurata. Un po’ come nel Cantico dei Cantici: la leggiadria e la tenerezza di sguardo della gazzella simboleggiano la freschezza e la dolcezza. Una dolcezz che trasforma in stupende anche le cose più brutte.
La sua scrittura non è per tutti forse per le tante divagazioni, gli accostamenti difficili, le espressioni inconsuete, strane. Ora costante e varia di luci, ora spenta e incerta, ora lieve e filante… È tutto un insieme di visioni, ricordi, sogni, paesaggi. Un modo di esprimersi che si riesce a capire solo se stabiliamo una certa sintonia col “cuore” di chi scrive.
Walter Benjamin dice che “ogni frase di Walser si propone di far dimenticare quella precedente” e questo, se ci pensiamo, è lo spirito profondo di chi cammina e non lascia tracce che il vento non possa cancellare.

Giusto per parlare d’altro: io scrissi — in seno a una famiglia, nella soffittina messami a disposizione da coloro presso i quali ero venuto ad abitare — una sorta di romanzo, a proposito del quale avrò da dirne di ogni specie. Cosa che — per rincuorare in anticipo i lettori — farò in modo assai stringato.

Robert Walser
, Sulle donne, traduzione di Margherita Belardetti, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2016.

Salone di bellezza per piccoli ritocchi

mccallsmithPrecious Ramotswe, fondatrice e proprietaria della Ladies Detective Agency N.1, sola e unica investigatrice del Botswana per i problemi delle signore, e non solo, non aveva mai studiato gestione aziendale. Era abbastanza comune — lo sapeva — per chi era titolare di una ditta frequentare corsi che trattavano di inventario o flusso di cassa, per esempio, ma nel suo caso non le era mai parso necessario. Certo, c’era da dire che la Ladies’ Detective Agency non aveva mai realizzato profitti, ma negli ultimi anni non era neppure andata in perdita: la signora Ramotswe era riuscita a gestire incassi e spese in modo da finire in pari, ammesso che si praticasse quella che un suo amico contabile aveva definito, con una certa ammirazione, «Amministrazione Ottimista».

sdbpprSalone di bellezza per piccoli ritocchi è un inno all’amicizia e a ciò che più conta nella vita. Un modo di fare letteratura, questo di Alexander McCall Smith, che coinvolge e risolleva lo spirito donando momenti di gioia a chi legge.
Una letteratura garbata che ci fa riscoprire il rispetto come uno dei “valori della vita”.
Valori di cui McCall Smith ci tiene molto a scrivere. Forse per questo descrive così bene certi
sentimenti garbati ed equilibrati come la gentilezza e la lealtà.
Perché rispettare è un po’ guardarsi indietro. È un fenomeno intimo, di volizione spontanea. È percepire l’altro come importante. È frutto di un lavoro. Un lavoro di cura quotidiano.
“Le emozioni passano, i sentimenti vanno coltivati”, ammonisce Zygmunt Bauman. E la vera gentilezza richiede nobiltà di pensiero.

«Ecco, bravissimo» disse la signora Ramotswe. «È un’ottima idea fare una lista, per ricordarsi quello che abbiamo.»
«E anche lei, signora» disse Phuti, «anche lei ha molte cose nella sua vita. Lei ha…» Fece un cenno in direzione dell’officina. «Lei ha un marito meraviglioso. Ha la sua agenzia. E il furgoncino bianco.»
«Sì» disse la signora Ramotswe. «Sono fortunata. Ma ho i due bambini di cui mi occupo, Motholeli e Puso. Credo siano loro la cosa più importante che ho.»
«Sì, sono molto importanti.»
«E ho un’assistente molto in gamba.»
Phuti si illuminò. «Sì, anche.»
«E il marito dell’assistente e il figlio dell’assistente. Queste sono altre cose belle nella mia vita.» Tacque per un istante. «E questo paese, naturalmente. Ho anche il nostro paese.»
La signora Ramotswe guardò l’acacia dalla finestra. Gli uccellini che avevano fatto il nido fra i suoi rami — due tortore del Capo — non c’erano, ma a un certo punto sarebbero tornati. Per un momento provò a immaginare come sarebbe stata la lista di quegli uccellini, se avessero potuto fame una. Sarebbe stato un elenco semplice, ma fatto di poche cose molto belle: il riparo dei rami di un’acacia, il cielo, l’aria, l’Africa.

Alexander McCall Smith, Salone di bellezza per piccoli ritocchi, traduzione di Serena Bertetto, Narratori della Fenice, Guanda 2016.