Archive for the ‘Storia’ Category

Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo

24 marzo 2016

Il 20 maggio, Édith gli scrive:
Mio adorato,
hai fatto buon viaggio? Sei un po’ stanco? Lavora bene, amore mio, che almeno tutti questi sacrifici servano a qualcosa. Cosa mi dici di New York? Non scordarti di numerare le tue lettere, così sapremo se arrivano tutte. È strano, sono senza reazione, senza un pensiero preciso, senza niente, sono come in attesa di un fatto, di un evento qualsiasi. Al posto del cuore ho angoscia e tristezza. Cucciolo mio, quanto ti amo… Ti amo pazzamente, in modo persino preoccupante! Oggi avevo le prove ma non me la sono sentita. Preferisco restare da sola. Ho disdetto tutti gli impegni, tutti gli appuntamenti, perché le persone parlano, parlano, e m’impediscono di stare con te. Magari la prossima settimana andrà meglio. Per il momento, non voglio sentir parlare di nient’altro che di te!

 

lsdachcimWallis Simpson ed Edoardo VIII, Lady Hamilton e Lord Nelson, Frida Kahlo e Diego Rivera, Rodin e Claudel, Lady Mountbatten e Nehru, Edith Piaf e Marcel Cerdan, Dom Pedro e Ines de Castro, Richard Burton e Elizabeth Taylor, George Sand e Frederic Chopin, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud…
Gilbert Sinoué riesce a dipingere un quadro nella mente di chi legge, si confronta con le ferite più profonde, coglie momenti chiave e sentimenti segreti e li rievoca con grande passione. E con parola propria e altrui ci racconta di questi mondi strani ricchi di immagini forti.
Colpiscono le sue esplorazioni che uniscono descrizioni e circonvoluzioni della mente. Colpisce il ritmo che imprime ai suoi testi così legati alla memoria storica e leggerlo è come immergersi in una ricerca del tempo che rasserena e riconcilia. Perché la memoria (che è movimento perpetuo) può essere uno strumento di ricerca che aiuta a riappropriarci della realtà e del tempo.

Gilbert Sinoué, Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo, traduzione di Roberto Boi e Giuliano Corà, Neri Pozza 2016.

La musica segreta

5 marzo 2016

jb2All’inizio non aveva nome. Era quello, quella cosa vivida. Era suo amico. Nei giorni di vento danzava, impazzito, agitando braccia in delirio, oppure nel silenzio della sera sonnecchia. va trasognato, oscillando nell’azzurro, nell’aria dorata. Non se ne andava neppure di notte. Nel suo lettino con le rotelle, tutto infagottato, lo sentiva muoversi oscuramente là fuori, al buio, per l’intero corso della lunga notte. C’erano altri più vicini, più vividi ancora, che andavano e venivano parlando, ma questi gli erano familiari in tutto e per tutto, erano quasi parte di lui, mentre quello, fisso e distante, apparteneva all’esterno misterioso, al vento, alle intemperie e all’aria azzurra e dorata. Era parte del mondo, eppure era suo amico.
Guarda, Nicolaus, guarda! Guarda il grande albero!
Albero. Era questo il suo nome. E anche: tiglio. Che belle parole. Le sapeva già molto prima di conoscerne il significato. Non significavano se stesse, di per sé non erano nulla, significavano la cosa che fuori cantava e danzava. Nel vento, in silenzio, di notte, mutava nell’aria mutevole pur essendo immutabile, l’albero, il tiglio. Era strano.

jblmsJohn Banville indaga sulla vita di Niccolò Copernico, ma non si ferma ai fatti, vuole andare oltre. Cerca di comprendere a fondo la sua mente inquieta e lo fa attraverso una ricerca critica, persistente.
Nicolaus vive la sua infanzia a Toruń, nella Prussia Reale, allora provincia del Regno di Polonia. Il padre muore quando è ancora piccolo e lui verrà cresciuto dal fratello di sua madre, un vescovo della Chiesa Cattolica. Studia matematica e astronomia all’Università di Cracovia e grazie all’influenza dello zio, sarà presto nominato canonico. Usa il compenso che gli deriva da questo incarico per pagarsi ulteriori studi.
Studierà legge e medicina in Italia.

Imparava con facilità, forse persino troppa: gli studi lo annoiavano. Solo di quando in quando, nella fredda musica austera della matematica, nell’incedere solenne di un verso latino, nelle dure certezze luminose, lucide e un po’ allarmanti della logica coglieva i vaghi contorni dí qualcosa di affascinante e scintillante, costituito di blocchi di aria vitrea che si assemblavano in un terso cielo soprannaturale, e allora dentro di lui risuonava la corda di rame della beatitudine perfetta.

Dopo il suo ritorno in Polonia, vivrà nel palazzo vescovile dello zio, compiendo i servizi sacerdotali, praticando la medicina e soprattutto studiando astronomia. Al suo tempo la maggioranza degli astronomi sostiene la teoria che l’astronomo greco Tolomeo ha sviluppato oltre mille anni prima. Secondo Tolomeo, però, la Terra si trova al centro dell’Universo e non si muove, mentre gli altri corpi celesti si muovono in modo complicato attorno ad essa. Nicolaus è convinto che la teoria di Tolomeo sia sbagliata e, dopo il 1515, comincia a parlare della teoria eliocentrica dell’universo.

Voi avete l’idea che Koppernigk abbia posto il Sole al centro dell’universo, giusto? Non è così. Il centro dell’universo secondo la sua teoria non è il Sole, ma il centro dell’orbita terrestre, il quale, stando al grande, all’imponente, all’onnirisolutivo «Libro delle rivoluzioni», si situa in un punto dello spazio che dista tre volte il diametro del Sole dal Sole! Tutte le ipotesi, tutti i calcoli, le tavole astrali, i grafici e i diagrammi, l’intero guazzabuglio di menzogne e mezze verità e autoinganni che è il De revolutionibus orbium mundi (o coelestium, come immagino lo si debba chiamare adesso) è stato messo insieme unicamente al fine di dimostrare che al centro di tutto non c’è niente, che il mondo ruota sul caos.

John Banville, La musica segreta, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2016.

La prigione della fede, Scientology a Hollywood

23 novembre 2015

London, nell’Ontario, è una città industriale di medie dimensioni a metà strada fra Toronto e Detroit, un tempo famosa per i suoi sigari e i suoi birrifici. In omaggio alla sua celebre omonima, ha anch’essa il suo Covent Garden, una Piccadilly Street e persino un fiume Tamigi, che si biforca attorno al modesto ma economicamente operoso centro urbano.
La città, situata sul fondo di una conca umida, è nota più che altro per la sgradevolezza del clima. Le estati sono eccezionalmente calde, gli inverni brutalmente freddi, la primavera e l’autunno belli ma fugaci. Il più illustre figlio del luogo è stato il direttore d’orchestra Guy Lombardo, celebrato da un museo locale, almeno finché questo non ha chiuso per mancanza di visitatori. London era un posto difficile per un artista in cerca di se stesso.
Nel 1975 Paul Haggis aveva ventun anni. Era diretto a un negozio di dischi in centro quando, all’angolo tra Dundas e Waterloo Street, si imbatté in un giovane dai capelli lunghi, con la parlantina facile e gli occhi penetranti. C’era un che di entusiasta e stranamente risoluto nei suoi modi. Si chiamava Jim Logan. Cacciò in mano a Haggis un libro e disse: «Hai una mente. Questo è il manuale di istruzioni». Poi aggiunse: «Dammi due dollari».
Il libro era Dianetics: la scienza moderna della salute mentale di L. Ron Hubbard, pubblicato nel 1950.

sahLawrence Wright racconta la storia del regista Paul Haggis e della sua fuga da Scientology. Dopo una prima intervista, Wright conduce una vera e propria inchiesta che poi confluirà in un intenso reportage che tocca una vasta gamma di aspetti della chiesa, dalla sua origine ai modi di reclutamento, dalle pratiche giornaliere dei funzionari fino al ruolo delle celebrità che ne fanno parte.
Come ogni scientologo, Haggis muove i suoi primi passi nel pensiero di L. Ron Hubbard, legge della sua vita avventurosa (di come avesse girato il mondo, guidato spedizioni e di come si fosse curato da solo invalidanti ferite di guerra attraverso le tecniche dalle quali avrebbe avuto origine Dianetics) e resta affascinato dal fatto che non è un profeta come Maometto o una divinità come Gesù.
Gli scientologi, sottolinea Wright, credono che Hubbard abbia scoperto le verità esistenziali alla base della loro dottrina attraverso un’approfondita ricerca. Forse è stato questo apparente razionalismo ad attrarre Haggis e altri come lui. Racconta, il giornalista vincitore del Pulitzer, che alla base della filosofia di Scientology c’è l’intenzione di liberare gli individui dai loro traumi psichici attraverso particolari sedute in cui il paziente rivela a un consulente tutti i dettagli più intimi e privati della sua esistenza, mentre viene collegato a una macchina che dovrebbe servire a misurare le variazioni di energia mentale. Scopo principale di queste sedute (alla base del reclutamento di Scientology) è portare l’individuo, attraverso una serie di livelli, a uno stato di completa liberazione dai ricordi dolorosi del loro passato.
“Hubbard era particolarmente interessato a quelle star non più sulla cresta dell’onda, ma dotate ancora di lustro a sufficienza da poter essere recuperate e trasformate in icone di Scientology. Il prototipo era Gloria Swanson, una delle più grandi dive dell’epoca del muto, e incarnazione del fascino sfarzoso di quell’era. Anche se non aveva più riacquistato la fama internazionale di prima del sonoro, continuava a recitare per la televisione e ad apparire sporadicamente al cinema – degna di nota soprattutto la sua interpretazione di Norma Desmond nel classico Viale del tramonto del 1950. Una top auditor di Hubbard, l’artista sudafricana Peggy Conway, coltivò fervidamente l’amicizia con la Swanson, che nelle sue numerose lettere chiamava «Mia adorabile Gloria», risparmiando comunque le lodi più sperticate per Hubbard, che era anche il suo auditor. «Il Maestro ha dato tutto per me» scrisse a Gloria Swanson nel 1956. «Non è mai andato a dormire, abbiamo parlato ventiquattr’ore su ventiquattro, giorno dopo giorno, notte dopo notte… Ero seimila anni luce sopra Arturo. Che genio è il nostro Grande Padre Rosso!».”
Concepita inizialmente come teoria psicoanalitica, Scientology diventa in breve tempo una sorta di struttura ecclesiastica dando vita a un intenso rapporto con Hollywood attraverso una forma di insistente reclutamento di fedeli. Un’organizzazione no profit che unifica e allinea una moltitudine di differenti attività religiose con un patrimonio immobiliare di circa tre miliardi di dollari.
Il reportage di Wright raccoglie, fin dalla storia di Hubbard, tutte le contraddizioni dell’organizzazione dimostrando come Scientology operi una profonda manipolazione sulle persone che vi si rivolgono, rendendole mentalmente dipendenti e non ha nessuna remora nel tormentarle mettendole a tacere qualora comincino ad avere qualche dubbio in proposito. In questo libro bumerosi ex credenti testimoniano in prima persona queste violenze e raccontano di abusi, persecuzioni, deliranti professioni di fede.
Da leggere con grande attenzione.

Lawrence Wright, La prigione della fede, Scientology a Hollywood, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, La collana dei casi, Adelphi edizioni 2015.

La reliquia di Costantinopoli

21 novembre 2015

Venezia. lunedì 15 aprile 1565
«Córi, che i cava su i morti!»
La voce si sparge con la velocità delle moreie che fuggono dalla nave in fiamme. La Serenissima ha deciso. Le ossa dei veneziani, ormai troppe, e troppo strette le une alle altre nei pochi palmi di terra dei broli delle chiese, vengono dissepolte per fare spazio ai morti freschi. Ché quelli non mancano mai.
Ciò che da sempre manca, a Venezia, è Io spazio, anche per chi è ormai passato a miglior vita, e non può godersi la requie eterna promessa il giorno della sepoltura.
«Poco mal» se la ride il pissegamorti che sta cavando nel brolo di San Zaccaria, «i venessiani i ga viazà da vivi, i viazarà anca da morti. Chi che resta sempre pitocco so’ mì, beco de Giuda!»
Il sole è ancora nascosto dietro i palazzi che cingono il piccolo cimitero, ma il cielo, azzurro è terso come una fine seta di Damasco, lascia intendere che la giornata sarà di quelle buone.

lrdcNel 1565 a Venezia la peste semina ancora morte e un vecchio se ne sta in attesa di qualcosa dietro un alto muro. È lì fermo e aspetta che un pizzicamorti riporti alla luce la tomba del chierico Gregorio dentro al brolo di San Zaccaria.
“È stata una fortuna che Demetrio, il mio servo, mi abbia avvisato degli scavi in corso nei camposanti della città. La mia vita, che credevo dovesse ormai limitarsi a una placida attesa della morte, ha dunque ancora uno scopo, una missione. E non so se, a questo punto, questo capitolo sarà l’ultimo. Per me di sicuro: troppe volte ho già giocato con la morte, e a breve mi capiterà la mano sbagliata. Tutto sommato, fino a ieri mi sarebbe anche andata bene: superare i settant’anni, che il Filosofo pone come termine naturale della vita dell’uomo, è cosa rara, e sebbene in molti mi additino come fortunato, a chi me lo chiede non posso nascondere che il viaggio, proprio perché lungo, è stato ricco nelle perdite, prodigo nei dolori, liberale negli errori. Oggi sono solo: dietro di me ho lasciato una lunga fila di tombe, in cui ho sepolto gioia, amore, speranza. La morte, ormai mia amica, non può che essermi di conforto.”
Al vecchio non interessa tanto quello che resta di Gregorio, ma intende recuperare il diario del chierico (nascosto proprio lì, tra le spoglie) che di sicuro nasconde un segreto molto importante sul trafugamento di reliquie durante l’assedio di Costantinopoli (uno degli elementi centrali della Nuova Roma era proprio il culto delle reliquie) avvenuto nel 1453, quando Maometto II spazzò via l’ultima traccia di Occidente cristiano sulle rive del Bosforo.

Un libro poderoso e coinvolgente che, nella cornice di un perfetto racconto storico, passa agilmente da dialoghi intrecciati (con un interessante miscuglio di elementi dotti e lingua parlata, ecc.) a descrizioni davvero ricche e illuminanti.

Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli, I narratori delle Tavole, Neri Pozza 2015.

Il ritorno di un re

9 luglio 2015

Si ritiene comunemente che la fondazione del moderno Stato dell’Afghanistan, nel 1747, debba essere attribuita al nonno di Shah Shuja, Ahmad Shah Abdali. La sua famiglia, originaria di Multan nel Punjab, era per antica tradizione al servizio dei Moghul. Non era dunque del tutto fuori luogo che il suo potere gli derivasse in parte dall’e-norme forziere di gemme moghul che il razziatore persiano Nadir Shah aveva saccheggiato dal Forte Rosso di Delhi sessant’anni prima; Ahmad Shah se ne impossessò un’ora dopo l’assassinio di Nadir Shah.
Avendo messo quella fortuna al servizio della sua cavalleria, Ahmad Shah non perse mai neppure una battaglia, ma alla fine fu sconfitto da un nemico più implacabile di qualsiasi esercito. La sua faccia fu divorata da quella che le fonti afghane chiamano “un’ulcera cancrenosa” – forse lebbra, o un qualche tipo di tumore. All’apice del potere, quando, dopo otto spedizioni successive nelle pianure dell’India settentrionale, riuscì finalmente a schiacciare l’intera cavalleria dei maratha nella battaglia di Panipat del 1761, la malattia gli aveva già consumato il naso, e usava una protesi tempestata di diamanti. Mentre il suo esercito cresceva fino a diventare un’orda di centoventimila soldati e il suo impero si espandeva, il tumore faceva altrettanto, devastandogli il cervello, estendendosi al petto e alla gola, inabilitandogli le membra. Andò in cerca di cure nei santuari sufi, ma in nessun luogo trovò la guarigione cui anelava. Nel 1772, disperando di ristabilirsi, si mise a letto, e, nelle parole di uno storico afghano, “le foglie e i frutti della sua palma da dattero caddero al suolo, ed egli tornò lì donde era venuto”.

IRDRMalgrado la sua lunga storia, l’Afghanistan è stato solo per periodi molto brevi un’unità politica o amministrativa. Spesso è stato solo una terra di mezzo. Una contesa e frastagliata distesa di montagne, deserti e pianure alluvionali.
In altri tempi le sue province sono state belligeranti periferie di grandi rivali in guerra tra loro. Solo poche volte le sue diverse parti si sono riunite insieme come una specie di stato unitario. “Tutto aveva sempre cospirato contro la nascita di un tale Stato, a partire dalla geografia e dalla topografia della regione, e in particolar modo l’enorme scheletro roccioso dell’Hindu Kush, con la nera breccia delle sue chine aspre e speriate che si staglia contro il bianco delle cime innevate scolpite nel ghiaccio, dividendo in due il paese come le costole dì un’immensa gabbia toracica di pietra.”

Il ritorno di un re è un libro-viaggio dove la bellezza è a portata di mano, pronta ad offrirsi a chi la chiede e in cui le porte sono immense, intarsiate di pietre preziose, i castelli sono vasti come città, i padiglioni d’oro e d’argento, la ghiaia è di crisoliti, perle e giacinti.
Un viaggio-fiume in cui gli uomini sono come dei bambini, che assistono ad uno spettacolo di marionette. Un cammino-peregrinazione straniante che Dalrymple ci racconta in modo unico.

William Dalrymple, Il ritorno di un re, traduzione di Svevo D’Onofrio, L’oceano delle storie, Adelphi 2015.