Archive for the ‘Storie’ Category

La musica segreta

5 marzo 2016

jb2All’inizio non aveva nome. Era quello, quella cosa vivida. Era suo amico. Nei giorni di vento danzava, impazzito, agitando braccia in delirio, oppure nel silenzio della sera sonnecchia. va trasognato, oscillando nell’azzurro, nell’aria dorata. Non se ne andava neppure di notte. Nel suo lettino con le rotelle, tutto infagottato, lo sentiva muoversi oscuramente là fuori, al buio, per l’intero corso della lunga notte. C’erano altri più vicini, più vividi ancora, che andavano e venivano parlando, ma questi gli erano familiari in tutto e per tutto, erano quasi parte di lui, mentre quello, fisso e distante, apparteneva all’esterno misterioso, al vento, alle intemperie e all’aria azzurra e dorata. Era parte del mondo, eppure era suo amico.
Guarda, Nicolaus, guarda! Guarda il grande albero!
Albero. Era questo il suo nome. E anche: tiglio. Che belle parole. Le sapeva già molto prima di conoscerne il significato. Non significavano se stesse, di per sé non erano nulla, significavano la cosa che fuori cantava e danzava. Nel vento, in silenzio, di notte, mutava nell’aria mutevole pur essendo immutabile, l’albero, il tiglio. Era strano.

jblmsJohn Banville indaga sulla vita di Niccolò Copernico, ma non si ferma ai fatti, vuole andare oltre. Cerca di comprendere a fondo la sua mente inquieta e lo fa attraverso una ricerca critica, persistente.
Nicolaus vive la sua infanzia a Toruń, nella Prussia Reale, allora provincia del Regno di Polonia. Il padre muore quando è ancora piccolo e lui verrà cresciuto dal fratello di sua madre, un vescovo della Chiesa Cattolica. Studia matematica e astronomia all’Università di Cracovia e grazie all’influenza dello zio, sarà presto nominato canonico. Usa il compenso che gli deriva da questo incarico per pagarsi ulteriori studi.
Studierà legge e medicina in Italia.

Imparava con facilità, forse persino troppa: gli studi lo annoiavano. Solo di quando in quando, nella fredda musica austera della matematica, nell’incedere solenne di un verso latino, nelle dure certezze luminose, lucide e un po’ allarmanti della logica coglieva i vaghi contorni dí qualcosa di affascinante e scintillante, costituito di blocchi di aria vitrea che si assemblavano in un terso cielo soprannaturale, e allora dentro di lui risuonava la corda di rame della beatitudine perfetta.

Dopo il suo ritorno in Polonia, vivrà nel palazzo vescovile dello zio, compiendo i servizi sacerdotali, praticando la medicina e soprattutto studiando astronomia. Al suo tempo la maggioranza degli astronomi sostiene la teoria che l’astronomo greco Tolomeo ha sviluppato oltre mille anni prima. Secondo Tolomeo, però, la Terra si trova al centro dell’Universo e non si muove, mentre gli altri corpi celesti si muovono in modo complicato attorno ad essa. Nicolaus è convinto che la teoria di Tolomeo sia sbagliata e, dopo il 1515, comincia a parlare della teoria eliocentrica dell’universo.

Voi avete l’idea che Koppernigk abbia posto il Sole al centro dell’universo, giusto? Non è così. Il centro dell’universo secondo la sua teoria non è il Sole, ma il centro dell’orbita terrestre, il quale, stando al grande, all’imponente, all’onnirisolutivo «Libro delle rivoluzioni», si situa in un punto dello spazio che dista tre volte il diametro del Sole dal Sole! Tutte le ipotesi, tutti i calcoli, le tavole astrali, i grafici e i diagrammi, l’intero guazzabuglio di menzogne e mezze verità e autoinganni che è il De revolutionibus orbium mundi (o coelestium, come immagino lo si debba chiamare adesso) è stato messo insieme unicamente al fine di dimostrare che al centro di tutto non c’è niente, che il mondo ruota sul caos.

John Banville, La musica segreta, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2016.

La prigione della fede, Scientology a Hollywood

23 novembre 2015

London, nell’Ontario, è una città industriale di medie dimensioni a metà strada fra Toronto e Detroit, un tempo famosa per i suoi sigari e i suoi birrifici. In omaggio alla sua celebre omonima, ha anch’essa il suo Covent Garden, una Piccadilly Street e persino un fiume Tamigi, che si biforca attorno al modesto ma economicamente operoso centro urbano.
La città, situata sul fondo di una conca umida, è nota più che altro per la sgradevolezza del clima. Le estati sono eccezionalmente calde, gli inverni brutalmente freddi, la primavera e l’autunno belli ma fugaci. Il più illustre figlio del luogo è stato il direttore d’orchestra Guy Lombardo, celebrato da un museo locale, almeno finché questo non ha chiuso per mancanza di visitatori. London era un posto difficile per un artista in cerca di se stesso.
Nel 1975 Paul Haggis aveva ventun anni. Era diretto a un negozio di dischi in centro quando, all’angolo tra Dundas e Waterloo Street, si imbatté in un giovane dai capelli lunghi, con la parlantina facile e gli occhi penetranti. C’era un che di entusiasta e stranamente risoluto nei suoi modi. Si chiamava Jim Logan. Cacciò in mano a Haggis un libro e disse: «Hai una mente. Questo è il manuale di istruzioni». Poi aggiunse: «Dammi due dollari».
Il libro era Dianetics: la scienza moderna della salute mentale di L. Ron Hubbard, pubblicato nel 1950.

sahLawrence Wright racconta la storia del regista Paul Haggis e della sua fuga da Scientology. Dopo una prima intervista, Wright conduce una vera e propria inchiesta che poi confluirà in un intenso reportage che tocca una vasta gamma di aspetti della chiesa, dalla sua origine ai modi di reclutamento, dalle pratiche giornaliere dei funzionari fino al ruolo delle celebrità che ne fanno parte.
Come ogni scientologo, Haggis muove i suoi primi passi nel pensiero di L. Ron Hubbard, legge della sua vita avventurosa (di come avesse girato il mondo, guidato spedizioni e di come si fosse curato da solo invalidanti ferite di guerra attraverso le tecniche dalle quali avrebbe avuto origine Dianetics) e resta affascinato dal fatto che non è un profeta come Maometto o una divinità come Gesù.
Gli scientologi, sottolinea Wright, credono che Hubbard abbia scoperto le verità esistenziali alla base della loro dottrina attraverso un’approfondita ricerca. Forse è stato questo apparente razionalismo ad attrarre Haggis e altri come lui. Racconta, il giornalista vincitore del Pulitzer, che alla base della filosofia di Scientology c’è l’intenzione di liberare gli individui dai loro traumi psichici attraverso particolari sedute in cui il paziente rivela a un consulente tutti i dettagli più intimi e privati della sua esistenza, mentre viene collegato a una macchina che dovrebbe servire a misurare le variazioni di energia mentale. Scopo principale di queste sedute (alla base del reclutamento di Scientology) è portare l’individuo, attraverso una serie di livelli, a uno stato di completa liberazione dai ricordi dolorosi del loro passato.
“Hubbard era particolarmente interessato a quelle star non più sulla cresta dell’onda, ma dotate ancora di lustro a sufficienza da poter essere recuperate e trasformate in icone di Scientology. Il prototipo era Gloria Swanson, una delle più grandi dive dell’epoca del muto, e incarnazione del fascino sfarzoso di quell’era. Anche se non aveva più riacquistato la fama internazionale di prima del sonoro, continuava a recitare per la televisione e ad apparire sporadicamente al cinema – degna di nota soprattutto la sua interpretazione di Norma Desmond nel classico Viale del tramonto del 1950. Una top auditor di Hubbard, l’artista sudafricana Peggy Conway, coltivò fervidamente l’amicizia con la Swanson, che nelle sue numerose lettere chiamava «Mia adorabile Gloria», risparmiando comunque le lodi più sperticate per Hubbard, che era anche il suo auditor. «Il Maestro ha dato tutto per me» scrisse a Gloria Swanson nel 1956. «Non è mai andato a dormire, abbiamo parlato ventiquattr’ore su ventiquattro, giorno dopo giorno, notte dopo notte… Ero seimila anni luce sopra Arturo. Che genio è il nostro Grande Padre Rosso!».”
Concepita inizialmente come teoria psicoanalitica, Scientology diventa in breve tempo una sorta di struttura ecclesiastica dando vita a un intenso rapporto con Hollywood attraverso una forma di insistente reclutamento di fedeli. Un’organizzazione no profit che unifica e allinea una moltitudine di differenti attività religiose con un patrimonio immobiliare di circa tre miliardi di dollari.
Il reportage di Wright raccoglie, fin dalla storia di Hubbard, tutte le contraddizioni dell’organizzazione dimostrando come Scientology operi una profonda manipolazione sulle persone che vi si rivolgono, rendendole mentalmente dipendenti e non ha nessuna remora nel tormentarle mettendole a tacere qualora comincino ad avere qualche dubbio in proposito. In questo libro bumerosi ex credenti testimoniano in prima persona queste violenze e raccontano di abusi, persecuzioni, deliranti professioni di fede.
Da leggere con grande attenzione.

Lawrence Wright, La prigione della fede, Scientology a Hollywood, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, La collana dei casi, Adelphi edizioni 2015.

Le statue d’acqua

21 novembre 2015

Il dolore, l’arresto della vita fanno apparire il tempo troppo lungo; ma gli anni se ne vanno sempre con la stessa rapidità. Trascorro intere giornate a osservare la natura, il graduale calmarsi della natura: tutte le mie idee diventano in quei momenti vaghe, indecise, la tristezza selvaggia riposa nei miei occhi senza stancarli, e i miei sguardi errano sulle pietre qui attorno; ogni luogo è un amico che rivedo con piacere. Luoghi che non conosco diventano per me una specie di proprietà; ve ne è uno, lassù, in alto sulla scogliera, dove le gobbe calcaree declinano cerimoniose e letargiche verso l’acqua; e mi pare quasi che una oscura reminiscenza mi dica che io vissi lassù o nell’acqua in tempi lontani, la cui precisa impronta si è in me cancellata.

lsdaIn un’atmosfera quasi irreale all’interno di un sotterraneo un uomo solo si circonda di statue, parla con loro, evoca ricordi, perde il senso del tempo e il controllo della vita. Esce raramente, per lo più di notte, e sua unica attività è una continua, silente cerimonia dedicata agli assenti.
“Viveva nei sotterranei della sua grande casa, gremiti di statue, in gran parte effigi commemorative — uno stile lapidario che dilagava quasi sino al mare. Perché i suoi sotterranei, come le fogne, andavano verso l’acqua. A Beeklam dava un senso di sollievo sapere che bastava una fenditura, una crepa, per avvertire il movimento delle onde: di un mondo sommerso che credeva abitato da altre statue con i piedi, se ancora ne avevano, legati a sassi; e quei sassi o quelle nocche bussavano alle sue pareti. Non vi era nessuno che lo spingesse via, mentre se ne stava con il capo poggiato al muro e aspettava — forse che tornassero o che le statue d’acqua lo richiamassero all’ordine. Il bambino ora desiderava vivere da annegato. Udiva invece dalle fogne il sonno frusciante dei serpenti. Non vi era nessuno che lo spingesse via, poiché era solo.”
Già il titolo allude a una distorsione, a uno snaturamento. Non si sono mai viste statue d’acqua, ovvio, ma si incontra poche volte un punto di vista “diverso” come questo di Fleur Jaeggy. Un punto di vista che parte da un “altrove”, ma non segue alcuna regola temporale o di luogo.
Una scrittura, la sua, essenziale, tagliente, affilata come una lama. Con grande ritmo e grande musicalità.
Uno stile così apparentemente distaccato, ricco di spazi vuoti e zone buie; che risulta perfetto per descrivere storie inquiete e vitali che appaiono racchiuse in un labirinto senza uscita.
“Nei miei sotterranei l’umidità scorre e si direbbe quasi che le statue irrigate passeggino, senza ragione, uccelli di palude, che declinino verso l’oscurità e cadano al di sotto dell’orizzonte; ma è soltanto un effetto di luce bagnata, e forse della mia impazienza. Non invidio la tempra degli avvoltoi e delle stelle, eppure mi è stato in qualche caso difficile voltare le spalle al richiamo naturale delle onde. Da cinquant’anni oscillano i teli alle mie finestre. Amsterdam è la mia città, dove l’acqua continua a scorrere senza una vera fine, e con l’acqua ho avuto sanguinose dispute giudiziarie, ma eviterò di fare incursioni nell’ambito della legge.”
Il dolore e la sofferenza ci rendono infelici e solo la solitudine e il silenzio possono essere le cure per alleviare queste eterne afflizioni. Questo sembra uno dei messaggi in bottiglia che una lettura così forte (che la Jaeggy dedica a Ingeborg Bachmann, che l’ha incoraggiata verso la letteratura) ci offre.

Fleur Jaeggy, Le statue d’acqua, Adelphi edizioni 2015.

L’ufficiale dei matrimoni

10 novembre 2015

Livia Pertini si innamorò per la prima volta lo stesso giorno in cui Pupetta, la sua bufala preferita, vinse il primo premio. In paese, durante l’annuale Festa delle Albicocche, si svolgeva non solo una gara per il frutto migliore, cui concorrevano centinaia di minuscoli frutteti sulle pendici del Vesuvio, ma anche un concorso per la ragazza più graziosa della zona. La prima era sempre presieduta dal padre di Livia, Nino, perché si riteneva che il proprietario dell’osteria del paese avesse il palato più fino; giudice del secondo era don Bernardo, il prete, perché si pensava che, essendo celibe, potesse garantire una certa obiettività.

udmCon le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) l’intera città è in prima linea, si alzano barricate in tutti i quartieri e ogni napoletano è lì a combattere fino a costringere i tedeschi alla resa.
Poche ore dopo, con l’arrivo degli americani, comincia un lungo e faticoso cammino verso la normalità, tra cumuli di macerie, apocalittiche eruzioni del Vesuvio, mercato nero, prostituzione ed epidemie.
Anthony Capella (autore anche de Il profumo del caffè, di The Food of Love e di Love and Other Dangerous Chemicals), davvero bravo a tradurre in parole aromi e profumi, ambienta qui il suo romanzo (catturando panorami, cibi e odori) e ci narra la seducente bellezza di questi luoghi, la ricchezza della cucina, l’orrore della guerra totale, avvolgendo tutto in una storia d’amore toccante.

La lettura di Capella è sempre scorrevole, la caratterizzazione dei personaggi ottima. Tra i protagonisti principali c’è il capitano dell’esercito britannico James Gould che è assegnato a Napoli come Ufficiale di nozze e il cui dovere è scoraggiare matrimoni tra soldati britannici e ragazze italiane, ma che non immagina nemmeno lontanamente quanto sarà difficile eseguire il suo lavoro.

Anthony Capella, L’ufficiale dei matrimoni, traduzione di Maddalena Togliani, I narratori delle Tavole, Neri Pozza 2015.

Un mondo perduto e ritrovato

22 ottobre 2015

umperAleksandr Romanovic Lurija (Kazan 1902 – Mosca 1977) è considerato a tutt’oggi il massimo esperto russo di neuropsicologia, disciplina che studia i rapporti tra cervello e mente. Negli anni Trenta ha dedicato vari studi a processi psicologici vasti e articolati come il linguaggio e lo sviluppo delle funzioni cognitive. Ha voluto approfondire, in particolare, le relazioni fra linguaggio e pensiero ricavandone molteplici aspetti patologici. Da qui nasce con ogni probabilità il suo notevole interesse per i disturbi psicologici prodotti da traumi cerebrali.

Un mondo perduto e ritrovato, “patografia” straordinaria, racconta la storia di un paziente (seguito da Lurija per venticinque anni) ferito gravemente in guerra (nel 1943) dai frammenti di un proiettile, con danno alla regione occipito-parietale sinistra del cervello.
Zasetski, questo il suo nome, soffre di un caos visivo che varia di continuo. Gli oggetti nel suo campo visivo sono instabili, sfavillano, cambiano di posto, per questo ogni cosa sembra in un perenne stato di flusso.
A Zasetski non è possibile vedere, e nemmeno immaginare, il lato destro del proprio corpo: il senso di lato destro gli è sparito sia in relazione al mondo esterno che a se stesso. “Qualche volta pensa che delle parti del corpo siano cambiate, che la sua testa sia divenuta smoderatamente grande, il suo tronco sia estremamente piccolo, le sue gambe si siano spostate… Ma soprattutto, e infinitamente più serie di tutte queste, sono le devastazioni della memoria, del linguaggio e del pensiero: Nella memoria non c’è nulla, non riesco a ricordare una sola parola…”

Un mondo perduto e ritrovato è la storia di queste fatiche e di queste sofferenze, di questi momenti “forti” in cui paziente e medico diventano quasi un tutt’uno completandosi. Il titolo originario del libro era Io combatto ancora e si capisce, dalla scrittura, quanto Lurija apprezzi Zasetski come un combattente dalle grandi doti.
Un mondo perduto e ritrovato racconta un uomo vivo che si batte con tenacia per il proprio cervello, provando ad ogni passo insuperabili difficoltà, ma che alla fine uscirà vincitore in questa estenuante, impari lotta. E forse qui, per dirla con Oliver Sacks, c’è indubbiamente un concetto generale “che si applica a tutti noi, anche se lo impariamo di nuovo da Zasetskij, la lezione che ci hanno insegnato anche Socrate, Freud, Proust: che una vita, una vita umana, non è una vita fino a quando non è esaminata; che non è una vita fino a quando non è veramente ricordata e assimilata; e che questo ricordo non è qualcosa di passivo, ma attivo, la costruzione attiva e creativa della vita di un individuo, la scoperta e la narrazione della vera vita di un individuo.”

Aleksandr Lurija, Un mondo perduto e ritrovato, traduzione di Mario Alessandro Curletto, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Ricordati dei fiori

15 ottobre 2015

Ricordati dei fiori COPERTINA 2Già l’idea di scrivere un libro che parla della morte è un rischio letterario. Il tema solletica quanto l’amore, nelle forme più disparate e la banalità è sempre in agguato, a meno che non si tratti di un romanzo giallo, dove per convenzione la nera signora entra per diritto prepotente, anche quando non aggiunge una lettera, che sia una, a tutto ciò che è già stato detto e per omnia saecula saeculorum amen, nel suo genere.
Lo strano libro di Giuseppe Braga Ricordati dei fiori, uscito a maggio 2015 per l’editore Priamo, percorre una strada per quanto possibile veramente originale.
L’autore, provvisto di tenerezza e di spirito di osservazione autentici, scrive un curioso e piacevole livre de chevet, dove la narrazione procede per racconti essenziali con descrizioni spesso lapidarie (mi si perdoni l’accostamento cimiteriale), o per baluginanti considerazioni o anche per citazioni: ognuna di esse progressivamente numerate e su cui è possibile ritornare a riflettere. L’evento da cui muove è la morte prematura del padre. Fin qui siamo nella dolorosa normalità. Ma l’intenzione letteraria si dipana in una forma dall’espressività, quasi toccante, di colta ingenuità: nel testo non entrano le ardite speculazioni filosofiche sul Mistero, se prima non sono state rese potabili attraverso un’operazione di sapiente traduzione. Risaltano soltanto da aneddoti, dalla singolare minuziosa osservazione della vita che scorre accanto alle sepolture, giacché sono sempre i vivi, cioè chi resta, a definire il senso dei gesti comuni, delle piccole manie, degli atti di pietà e a farne scaturire emozioni o atteggiamenti di discutibile significato, dove i sentimenti si mescolano con il kitsch degli arredi funebri. E dove l’involontaria comicità delle situazioni si fonde, per le regole che dominano la realtà quotidiana, al dolore profondo. Braga teme, con grande pudore, che la pesantezza di un racconto così toccante, le conseguenze della perdita del caro papà, possano trasformarsi in un esito lacrimevole. Così alterna ai passaggi di una cronaca familiare davvero commuovente altrettanti stacchi dove entrano con pari dignità definizioni da humor inglese che stemperano, ma senza mai sporcarla, l’atmosfera sconvolgente che fa immediato seguito al lutto.
L’autore fa avvertire al lettore la potente implosione che scatena la percezione dell’assenza inesorabile, ma quasi mai riferendosi, come misura del dolore, a se stesso. Piuttosto si serve discretamente degli altri che sono coinvolti nell’identico dramma e soprattutto della madre: sono quelli suoi gli occhi che luccicano e i tremori. Oppure, quasi a esorcizzare la ferita, scarica sul fratello la propria tensione, facendolo apparire quasi inopportuno e invadente, nella sua capacità di sognare spesso il padre e di farne partecipe appunto la mamma, rinnovandone così il dolore. L’autore usa figure emblematiche, come l’amico Pietro, quando traccia percorsi che portano a indagare in astratto sul nostro destino, anche se l’operazione è facilitata, ma solo in apparenza, da una dose troppo abbondante di birra che invece aggiunge ulteriore confusione all’enigma insolubile.
Gli appartengono direttamente le descrizioni attraverso gli oggetti, come l’auto da vendere che quasi assume un valore personificato, la ruspa, le statuine, i fiori e tanti altri simboli. Tutti questi rendono al lutto la dimensione malinconica, ma umanissima che gli compete: non conosciamo la morte e forse non è neppure il caso di pronunciare questo nome terribile. Ci appartiene il regno della vita che pure scorre quotidiana intorno ad essa e da essa ricava paradossalmente un motivo per esistere, corazzati da una garbata, ma non impudente ironia. È un bel libro da consigliare per la lettura, questo di Braga: assolutamente scorrevole, scritto sempre facendo attenzione alla lezione di Calvino che impone leggerezza, sorriso, anche se malgrado tutto potranno, maledizione alla debolezza, comparire delle lacrime specie a chi riconosce nel testo il percorso di una propria esperienza vissuta.

(di Roberto Masiero)

Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero

1 ottobre 2015

L’anti-Rimbaud. Se si volesse definire con una parola Henry de Monfreid, questa sarebbe la più indicata, pur se fuorviante. Prima di vivere il giovane Arthur aveva già scritto tutto, e il viaggiare per lui non sarà altro che l’esperienza della sua opera, laddove l’ormai cinquantenne Henry arriva alla scrittura dopo aver tutto vissuto e il viaggiare è, più semplicemente, la sua opera, l’unico modo possibile per sopportare e/o fuggire il mondo. Più in là nell’antinomia non si può andare, pena la confusione, perché la pasta umana era la medesima, l’insofferenza per le consuetudini, una doppia vita che è insieme morte e rinascita, l’Io che diviene un Altro. E tuttavia comincia tutto con Rimbaud e nato insieme finisce, crocevia e stazione ferroviaria, ultima tappa di un certo Ottocento avventuroso e letterario, punto di partenza del Novecento problematico e ideologico che ne prenderà il posto. Anche il luogo scelto è a suo modo emblematico, perché l’Abissinia e il mar Rosso, Harar e Aden, la Dancalia e l’Arabia Felix è ciò che ancora sopravvive di un secolo e passa di colonizzazione forzata, il fardello dell’uomo bianco e insieme l’uomo bianco che volle farsi re.

icnHenry de Monfreid nasce il 14 novembre 1879 a La Franqui-Leucate da George-Daniel de Monfreid e Amélie Bertrand.
Suo padre è pittore e incisore, frequenta i circoli artistici parigini della fine del XIX secolo ed è grande amico di Gauguin. I suoi genitori, però, si separeranno nel 1892 e la madre avrà l’affido di Henry, che frequenterà il liceo a Carcassonne e poi l’università a Parigi (ma sarà un’esperienza che durerà poco).
Mentre è a Parigi per studiare Henry incontra Lucie Dauvergne, già madre di un bambino, che gli darà (nel 1905) il  primo figlio, Marcel.
Cambierà diversi lavori, farà l’autista e il chimico e nel 1906  si trasferirà a Fécamp sulla Costa d’Alabastro in Alta Normandia. Questo luogo (in cui Georges Simenon ambienterà importanti tratti del romanzo Pietr il Lettone) sarà per lui fatale e la vicinanza col mare rafforzerà il suo amore per la navigazione proiettandolo verso nuovi orizzonti e verso nuove avventure.
Nel 1908 si licenzia dalla ditta per cui lavora, acquista una cascina per produrre e commercializzare il latte, ma le cose non andranno bene e nel giro di due anni la venderà per problemi con la giustizia.
Si separerà da Lucie e cambierà totalmente vita. Andrà in Africa, ma nel frattempo si ammala. Incontrerà quella che sarà la sua nuova compagna, Armgart Freudenfeld, figlia del governatore tedesco dell’Alsazia occupata.
Poco dopo, nel 1911, un amico gli trova un lavoro a Gibuti per una ditta che commercia caffè e pellame. Da questo momento avrà inizio la sua vita leggendaria. Una vita che può essere considerata essa stessa un romanzo e di cui Stenio Solinas scrive in modo mirabile.

Stenio Solinas, Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero, collana Il Cammello Battriano, Neri Pozza 2015.