Le cose che non ho detto

anaUn altro libro di memorie per Azar Nafisi che questa volta si concentra sulla sua infanzia e giovinezza a Teheran, in particolare sull’infelicità dei propri genitori, due persone profondamente incompatibili tra loro.
Colpisce la trasparenza e l’onestà della sua scrittura, l’analisi lucida e brillante vissuta e raccontata dall’interno di un nucleo familiare molto particolare.

Le cose che non ho detto è una storia personale, ma anche sociale e storica. Una storia che alimenta un senso di nostalgia per un passato (forse) rimosso e soffocato dalla storia recente.
“Durante la Rivoluzione avevo capito quanto fosse fragile la nostra esistenza (…) con quanta facilità tutto quello che crediamo casa può esserci portato via. E ho capito che quello che mio padre mi aveva insegnato con l’immaginazione era un modo per costruirmi una casa oltre i confini geografici e le nazionalità, che nessuno potrà mai portarmi via.”.
È bello però anche perdersi nelle lunghe descrizioni che riguardano l’Iran e città splendide come Isfahan con i suoi magnifici ponti che sembrano filigrana. Ma soprattutto  è straordinario capire da Azar come sono tante e varie le forme del silenzio. Quello che una tirannia impone ai propri cittadini, rubando loro i ricordi oppure quello dei testimoni che scelgono di tacere sulla verità. Soprattutto il silenzio che concediamo a noi stessi, “la nostra personale mitologia, le storie che sovrapponiamo alle nostre vite reali”.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, traduzione di Ombretta Giumelli, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

Annunci

Tempo d’estate

Con quell’aria umida sembrava di avere acqua nei polmoni, come se si stesse per affogare. Una debole brezza mosse il bucato steso ad asciugare, ma i panni ricaddero immediatamente, esausti dopo lo sforzo. Nonostante il caldo, rifiutavano di asciugarsi. I temporali quotidiani non servivano ad abbassare le temperature; riuscivano solo a creare un vapore torrido e insopportabile. Era come essere cotti vivi, pensò Missy. Come quei grossi granchi nella vasca di acqua salata, che aspettavano di finire in pentola quella sera. Uscì a fare il bagno al bambino nella bacinella all’ombra del baniano, per lavarlo e rinfrescarlo. Felice, il piccolo schizzò entrambi di acqua saponata. Qualche ora prima quella mattina, mentre dormiva nella cesta nuova, le sue guance rotonde avevano assunto un’allarmante tonalità di rosso, come le fragole troppo mature fuori dalla porta della cucina. A volte arrivavi ad averne abbastanza anche di una cosa gustosa come le fragole. Il raccolto di quell’estate aveva avuto la meglio persino sulle sue formidabili capacità di conservarle, e i frutti erano rimasti a marcire sulle piante.

tdeÈ il luglio del 1932, siamo in piena Grande Depressione, sono in vigore le leggi Jim Crow che hanno creato segregazione razziale e i linciaggi sono pratica comune in tutto il Sud.
A Heron Key, in Florida, il picco di caldo non sembra voler dare tregua. Missy, però, è carica di gioia e attende con ansia il barbecue del 4 Luglio che, col suo spettacolo pirotecnico, è l’evento più atteso del calendario sociale di Heron Key, l’unico a cui sono ammesse le persone di colore, “nella spiaggia a loro riservata, ovviamente”.
Missy è emozionata anche perché sa che Henry Roberts è tornato. Sono passati quasi vent’anni da quando, ragazzo, è partito per la guerra in Europa e da allora non l’ha più visto. Tra loro c’è stato qualcosa di speciale, qualcosa che Missy conserva intatto dentro di sé. Quando erano bambini Henry le raccontava storie bellissime che le hanno, in un certo modo, cambiato la vita. Ora lui è qui, davanti a lei, è passato tanto tempo ed è un veterano ma sembra un vagabondo, ha la barba ispida e grigia, oltre a una cicatrice lunga e curva sul collo.

Vanessa Lafaye, Tempo d’estate, traduzione di Chiara Brovelli, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

La strada delle Fiandre

Aveva una lettera in mano, alzò gli occhi mi guardò poi di nuovo la lettera poi di nuovo me, potevo vedere dietro di lui andare e venire passare le macchie rosse mogano ocra dei cavalli condotti all’abbeveratoio, c’era tanto fango che ci si affondava dentro fino alle caviglie ma mi ricordo che nella notte d’improvviso aveva gelato e Wack entrò nella camera a portare il caffè dicendo I cani si sono mangiati il fango, io non avevo mai sentito quell’espressione, mi sembrava di vedere i cani, delle creature infernali mitiche le fauci dagli orli rosa i denti freddi e bianchi da lupo biascicare il fango nero nelle tenebre della notte, un ricordo forse, i cani divorare sgombrare far piazza pulita: ora era grigio e noi nel corrervi sopra ci torcevamo i piedi, in ritardo come sempre per l’appello mattutino, rischiando di slogarci le caviglie nelle profonde impronte lasciate dagli zoccoli e dure adesso come la pietra, e dopo un istante disse Mi ha scritto vostra madre.

lsdfUn classico, forse. Un libro importante di sicuro. Un successo significativo tradotto in molte lingue che ha venduto un numero considerevole di copie.
La strada delle Fiandre di Claude Simon è un libro-mosaico che disorienta sfidando l’attenzione del lettore per la sua complessa sperimentazione.
Protagonisti la memoria e il linguaggio, aspetti che Simon porta al limite tramite l’impiego sistematico delle tecniche del monologo interiore e del flusso di coscienza, attraverso le quali rappresenta ‘in presa diretta’ lo scorrere incessante e spesso informe dei pensieri, delle percezioni, delle associazioni mentali consapevoli e inconsapevoli dei personaggi.

Claude Simon, La strada delle Fiandre, traduzione di Guido Neri, collana Biblioteca Neri Pozza, Neri Pozza 2015.

Fino a Salgarèda

fasSilvio Perrella con la sua scrittura piena di energia conoscitiva ha interrogato la vita di Goffredo Parise e ne ha tratto una splendida indagine critica o “saggio-romanzo” (come l’ha definito Raffaele La Capria) che per il modo con cui è stato costruito continua a rigenerarsi sotto gli occhi ammirati dei lettori.
È un piccolo libro costruito con grande sensibilità (abbandonandosi al testo, senza un’idea precisa) su cinque capitoli, cinque luoghi che sono stati parte della scrittura di Parise: Venezia, Milano, New York, Roma e, appunto, Salgarèda, Luoghi che, secondo Perrella, spiegano tutto l’universo di un Parise nomade, irrequieto, desideroso di costruirsi una casa, ma continuamente alla ricerca di altri luoghi.
Ci sono tanti modi di essere nomadi e quello di Parise può essere definito una sorta di nomadismo stanziale. Muoversi nello spazio e nella geografia visibile del mondo vuol dire anche animarsi.
Goffredo Parise si muove e va lontano, ma ha quasi sempre in mente il punto da cui è partito. La sua vita espressiva, vista col senno di poi, ha avuto un movimento vorticoso, circolare, tondeggiante. Da Vicenza – dov’era nato nel 1929 – torna, dopo varie tappe, nel Trevigiano, prima a Salgarèda e poi a Ponte di Piave. Una specie di crescendo, una spirale archimedea.
Silvio Perrella ha cercato di rappresentare tutti questi movimenti remoti, facendoli diventare la struttura stessa del libro.

Silvio Perrella, Fino a Salgarèda, Biblioteca Neri Pozza, Neri Pozza 2015.

Storia della pioggia

Più viveva in questo mondo, più mio padre si convinceva che ce ne fosse un altro a venire. Non che per lui il mondo non si potesse salvare, anche se credo che lo pensasse nei momenti cupi; piuttosto immaginava che ce ne sarebbe stato uno migliore, dove Dio aveva corretto i propri errori e gli uomini e le donne vivevano la seconda stesura della Creazione, liberi dal dolore. Mio padre portava su di sé il fardello di un’ambizione smisurata: avrebbe voluto che tutte le cose fossero migliori di com’erano, partendo da lui stesso e arrivando al mondo intero. Forse perché era un poeta. Forse ogni poeta è condannato all’insoddisfazione. Dev’essere per colpa della luce che li abbaglia. Non l’ho ancora capito. Non so se il tempo arrugginisce o lucida l’anima dell’uomo, se è vero che è meglio guardare in alto piuttosto che in basso.
Noi siamo la nostra storia, la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo. L’io narrante e il narrato sono così evanescenti. Almeno per me.

sdpLa scrittura di Niall Williams è intensa, poetica e illuminante. Uno sguardo diretto sul volto delle cose che vede la bellezza anche nella deformazione più profonda e ci fa capire quanto il potere curativo della fantasia sia importante nella vita di ogni giorno.

Ruth Swain ha diciannove anni ed è costretta a passare sue giornate a letto in una mansarda di una fattoria irlandese, sotto la pioggia, nel “posto che spetta all’io narrante, fra questo è l’altro mondo”.
È ossuta, Ruth, e forse ha capito il vero valore delle cose e delle persone. Ha un viso affilato, delle labbra sottili, una pelle incapace di abbronzarsi ed è convinta che leggere poesie ad alta voce aiuti gli esseri umani a essere migliori.
Ha letto così tanti romanzi del diciannovesimo secolo già prima dei quindici anni che forse è diventata boriosa, “affetta dalla Sindrome della Ragazza Saputella, portatrice di opinioni e buoni voti, studentessa dell’inglese puro, matricola del Trinity Collage di Dublino”.

Ruth ha tre demoni sul suo cammino: la perdita di suo fratello gemello Aeney, la morte di suo padre, il poeta, e la malattia del sangue di cui soffre. Li affronta grazie alla letteratura, ai suoi personaggi, ai suoi luoghi, alle sue situazioni e alle sue case, ai suoi sentimenti e alle cose che, decennio dopo decennio, possono ricostruire un mondo la cui mappa imperfetta contiene il movimento del tempo e la cruda bellezza di ogni vita.
“Noi siamo la nostra storia”, dice Ruth, e “la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo”.

Niall Williams, Storia della pioggia, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Il viaggio di Felicia

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.

Dalle Porte di Ferro al Monte Athos

A Orşova ritornava il Danubio. In quel punto era largo quasi un chilometro e meno, ma subito a occidente ribolliva fra i mulinelli della stretta gola del Kazan — il «Calderone» —, che misura appena centocinquanta metri. Da quando mi ero lasciato alle spalle Budapest, questo fiume insaziabile si era rimpinzato delle acque della Bava, della Drava, del Tibisco, del Maros, della Morava, e di tutta una serie di tributari meno noti. Poco dopo Orşova, al centro del fiume, la piccola isola di Ada Kaleh divideva la corrente. La fila di tetti di legno dell’isola, impennacchiata di pioppi e gelsi, era rotta all’improvviso da una bassa cupola e da un minareto, e per le strade vagavano curiosi personaggi in costume ottomano; l’isola infatti era rimasta etnicamente turca, unico frammento superstite in Europa centrale, al di fuori delle moderne frontiere della Turchia, di quell’immenso impero che era stato fermato e poi costretto ad arretrare solo davanti alle porte di Vienna. Le montagne basse e scoscese sulla sponda opposta appartenevano alla Iugoslavia.

lsiCerti capolavori incompiuti sono appassionanti, inafferrabili, ti aprono la mente e un po’ ti cambiano.
La strada interrotta è una sorta di libro sospeso e fa parte di una trilogia (con Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua) che è un caso unico fra i libri di viaggio del Novecento.
I primi due libri Fermor li rievoca a distanza di quaranta e cinquant’anni (in com­pleta assenza di diari e tac­cuini) raccontando lo  straordinario viaggio di uno studente diciottenne che nel 1933 parte da Hoek van Holland per raggiungere a piedi Costantinopoli.
Fermor rievoca il suo viaggio in età matura, ma non riuscirà a con­clu­dere la revi­sione del terzo mano­scritto. Arriverà a scrivere fino alle Porte di Ferro del Danubio, vicino al punto in cui converge la frontiera rumeno-bulgara, a ottocento chilometri dall’odierna Istanbul.
Solo nel 2013, due anni dopo la sua morte, è gra­zie a un com­plesso lavoro di siste­ma­zione del mate­riale super­stite che Colin Thu­bron (tra i più importanti, attuali scrittori di viaggio viventi, presidente della Royal Society of Literature) e Arte­mis Coo­per riescono a portarci il tas­sello man­cante della tri­lo­gia.
“I lettori pazienti ne hanno dedotto che l’autore dovesse essere stato vittima di un blocco dello scrittore, causato dai difetti della memoria o dallo sforzo di eguagliare il suo stesso impareggiabile stile. Ma nel 2011, alla sua morte, Fermor ha lasciato un manoscritto della narrazione conclusiva che lo aveva tormentato per così tanti anni con le sue imperfezioni e la sua elusività. Non è mai riuscito a completarla come avrebbe voluto. I motivi sono incerti. Il problema era oscuro persino per lui, e La strada interrotta lo risolve solo parzialmente. Il fascino del libro risiede non solo nella (quasi) conclusione della sua epopea giovanile, ma nella luce che getta sul metodo creativo di quest’uomo brillante e molto riservato.”

Patrick Leigh Fermor, La strada interrotta – Dalle Porte di Ferro al Monte Athos, traduzione di Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.